FINANZA/ Italia, rischio commissariamento

- Stefano Cingolani

Le previsioni dell’Istat sulla crescita del Pil hanno scatenato la reazione del Governo. Tuttavia, spiega STEFANO CINGOLANI, per la ripresa bisogna fare di più

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Letta e Saccomanni (Infophoto)

La battaglia delle cifre si combatte su un crinale sottile, appena pochi decimali di punto. Secondo l’Istat, l’anno prossimo il prodotto lordo crescerà dello 0,7%, invece il governo prevede il +1,1%. Chi dà i numeri? Il ministro dell’economia Fabrizio Saccomanni sostiene di avere ragione perché l’Istat trascura l’effetto positivo del pagamento degli arretrati della Pubblica amministrazione. E anche l’ex presidente dell’Istituto di statistica, Enrico Giovannini, stima che sia possibile centrare l’1% di crescita. Non è una questione di lana caprina, tutt’altro. Con un Pil che aumenta meno di un punto sarà pressoché impossibile ridurre il debito e mantenere il deficit pubblico entro il tetto del 3%. Oggi sarà l’Unione europea a dare la sua opinione, particolarmente importante perché è a Bruxelles che si decide se l’Italia finirà di nuovo nella proceduta d’infrazione.

La querelle delle previsioni in ogni caso non copre l’ovvia quanto amara realtà: “La coperta è corta”, come ha detto Giorgio Napolitano. Sarà difficile allungarla, anche per questo bisognerà farne un uso quanto più efficiente e razionale. L’Istat mostra che l’aumento del Pil è solo opera delle esportazioni. È la fotografia esatta del dualismo del quale soffre il Paese. Da una parte, c’è un’industria che è riuscita a ristrutturarsi per far fronte alla nuova concorrenza e, stando ai risultati, ce l’ha fatta. È una frontiera mobile, dunque il risultato viene sempre rimesso in discussione. Ma, oggi come oggi, è un punto fermo. Dall’altra, c’è un sistema lontano dalla concorrenza internazionale e da esso sostanzialmente protetto, che produce soprattutto perdite, lavora in modo poco efficiente, non offre né beni, né servizi validi e, soprattutto, non lo fa in condizioni economiche.

È un mondo ancor oggi sostanzialmente assistito direttamente o indirettamente dallo Stato, che vive di spesa pubblica e muore quando i rubinetti si restringono. Dunque, è qui che la politica economica deve concentrare i suoi sforzi, pur stando attenta, è ovvio, a salvaguardare e sostenere il tesoretto delle esportazioni. E per politica economica in questo caso si intende soprattutto politica di riforme strutturali.

C’è chi sostiene che bisogna allargare gli spazi del bilancio pubblico, altrimenti anche le migliori intenzioni riformatrici sono destinate a fallire. E si cita spesso la Germania che ha fatto le riforme nel 2003-2005 ottenendo dalla Ue la licenza di violare il patto di stabilità Quel che viene concesso oggi alla Francia (di nuovo) e alla Spagna. Non c’è dubbio che questo resta un nodo fondamentale. L’Italia ha dimostrato di avere un’economia reattiva e un’industria competitiva, ma ha bisogno di tempo per mettere mano a cambiamenti che s’annunciano epocali: si tratta di riformare il welfare state, niente meno; i servizi pubblici; la distribuzione; l’impiego statale. Da far tremare i polsi.

È giusto, quindi, chiedere che l’Ue tenga conto di tutto ciò. Ma per farlo bisogna presentare a Bruxelles non la lista della spesa, ma un programma credibile di riforme. E non risulta che il governo Letta lo abbia ancora fatto. Non solo. Ci sono cose possibili anche senza il permesso europeo e all’interno delle compatibilità esistenti. Nessuno può negare che sulla spesa corrente si può incidere di più e meglio. Vedremo se a Carlo Cottarelli verrà concessa quella licenza di tagliare che è stata negata a Sandro Bondi. Ma la dimensione sulla quale ci si vuol muovere, attorno ai 10 miliardi di euro, resta troppo modesta. Inoltre, bisogna agire su alcuni dei meccanismi che dilatano la spesa pubblica e la rendono ingestibile. Per esempio, la spesa decentrata che tende a rappresentare il 60% del totale, e in particolare la sanità.

Il governo continua a inseguire il fabbisogno di comuni e regioni, consentendo loro di aumentare le addizionali e mettendo in moto una corsa senza freni. È un federalismo perverso che cumula spese ed entrate anziché decentrarle e rendere più responsabili i soggetti locali. Lo si è visto con Roma. Ma è cronaca di tutti i giorni. Se non si mette fine a questa spirale perversa, non c’è bilancio pubblico credibile. Saremo condannati a eterne stangate, pesanti quanto inutili, che incidono sulla crescita e peggioriamo deficit e debito.

E poi c’è il mercato del lavoro. La disoccupazione continua a crescere in presenza di una ripresina. La competitività, recuperata anche con i tagli di personale, ha il suo lato oscuro. E la ristrutturazione dell’economia interna avrà anch’essa un impatto pesante sui posti di lavoro. Lo si vede già con le banche. O con gli stessi dipendenti pubblici. Non si può sempre congelare, bisogna cambiare. E non si può nemmeno continuare con il finanziamento anno dopo anno della cassa integrazione in deroga, dove la deroga è diventata la norma. È necessario mettere mano all’intero sistema, con una vera indennità di disoccupazione e un sistema di intervento attivo sul mercato del lavoro per il quale, questa volta sì, Berlino ha molto da insegnarci.

Ma come, proprio la Germania, messa sott’accusa in modo aperto dagli Stati Uniti per aver peggiorato la congiuntura europea con il suo rigore eccessivo? Ebbene sì. Gli americani hanno ragione per quel che riguarda la politica macroeconomia. L’ossessione antinflazionistica provoca deflazione. Il perseguimento di un attivo della bilancia estera a tutti i costi viene pagato dai paesi più deboli. Se tutti esportano e nessuno ha abbastanza mezzi per importare a chi si vendono le merci? Ai marziani? L’Asia è stato finora un grande sbocco, ma ha i suoi limiti. L’America Latina li ha già dimostrati. Dunque, il governo tedesco deve allentare le redini, aumentare i salari e la domanda interna per offrire spazio a Italia, Francia, Spagna.

Sul piano microeconomico, invece, i tedeschi non hanno tutti i torti a proporre il loro modello. Prendiamo la contrattazione sindacale, condotta a livello aziendale, con un atteggiamento di collaborazione tra imprese e sindacati, soprattutto con la scelta di offrire la flessibilità dei salari e degli orari per salvare posti di lavoro. Quando la Volkswagen ha proposto di applicare il suo contratto anche nei propri stabilimenti americani, ha creato scandalo. L’automobile è l’industria più sindacalizzata negli Stati Uniti, ma il modello tedesco rappresenta una terza via tra quello giapponese e quello senza contratti collettivi in vigore nei nuovi stabilimenti del sud o in Messico. Per quel che riguarda l’Europa, l’organizzazione del mercato del lavoro, il sistema nordico (la flexicurity scandinava, la riforma Hartz tedesca) rappresenta un punto di riferimento valido anche nei paesi del sud.

Romano Prodi è tornato a chiedere un cambiamento di Maastricht. Giusto, ma davvero un vasto progetto. L’Unione europea non starà a sentire i nostri piagnistei; invece, non potrà non dare una risposta positiva a un valido programma riformatore. È in grado di presentarlo questo governo o bisognerà aspettarne un altro? E quando? Fra un anno? Ma il fatto è che non abbiamo un anno di tempo. Il debito italiano (duemila miliardi di euro, un quinto dei quali da rinnovare ogni anno) rischia di essere degradato (letteralmente) a spazzatura. E a quel punto, la Bce non potrà aiutarci indirettamente. Dovremo chiedere un salvataggio ufficiale, e saranno davvero lacrime e sangue.

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