SPY FINANZA/ Irlanda, la grande balla sulla fine della crisi

- Mauro Bottarelli

Vista anche la scelta di dire addio agli aiuti, l’Irlanda sembra essere uscita dalla crisi. MAURO BOTTARELLI ha raccolto una voce da Dublino che ci spiega come stanno le cose

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Ma davvero, come sentiamo dire da più parti, l’Irlanda è uscita dalla crisi? È proprio vero che ha abbandonato il programma di salvataggio senza linea di credito precauzionale perché ormai tutto è a posto? Dobbiamo proprio fidarci di quanto scrivono i grandi giornali e qualche saputo corrispondente estero in Italia? Per trovare una risposta, l’abbiamo cercata a Dublino, presso un primario operatore finanziario che ha accettato di parlare con ilsussidiario.net dietro la garanzia dell’anonimato. E che ci ha detto quanto segue. «Sebbene i media nazionali e internazionali si siano affrettati a festeggiare la fine della recessione in Irlanda, poiché l’ultimo dato di sul Pil trimestrale è stato positivo a 0,4%, in realtà fin dal 2010 stiamo assistendo a un andamento molto altalenante del Pil ed è piuttosto discutibile inferire troppo da un solo dato. Il tasso di variazione percentuale del Pil su base annua è infatti ancora negativo (-1,2%), le vendite al dettaglio oscillano intorno a tassi di crescita nulli (ultimo dato -0,9% annuale), lo stock di investimenti è ai minimi da oltre 15 anni, avendo perso il 60% dal picco. Il Department of Finance ha abbassato le previsioni di crescita per il 2013 a 1,8% un anno fa, a 0,2% in settembre, a 0% a ottobre; anche le previsioni per l’anno prossimo sono diminuite da 2,4 a 1,8%. Gli indici PMI sono molto positivi suggerendo quindi una ripresa nel futuro; i dati reali sembrano invece, come un po’ in tutta Europa, confermare un quadro decisamente più complicato».

E il tasso di disoccupazione? «Sebbene il mercato del lavoro mostri una certa “forza” di recente, bisogna comunque considerare che il tasso di disoccupazione rimane estremamente elevato al 13,2% (superiore all’Italia, dove siamo al 12,3%). Questa diminuzione recente è inoltre in parte legata a una contrazione della forza lavoro dai massimi del 2008 di circa il 5%, a seguito prevalentemente di emigrazione o abbandono della forza lavoro (circa 118 mila persone). A onor del vero, però, la forza lavoro negli ultimissimi mesi ha ripreso lentamente a salire e alcuni posti di lavoro effettivi sono stati creati». Insomma, almeno un dato positivo.

Quali sono, però, a suo modo di vedere – da insider – i punti di debolezza della cosiddetta ripresa economica irlandese? «Una quantità sproporzionata di mutui è in ritardo con i pagamenti. Questo si deve alle condizioni economiche particolarmente difficili, ma anche a una giurisprudenza e leggi che rendono difficile per la banca appropriarsi del bene a collaterale del prestito quando questo non è onorato. Deutsche Bank fornisce un grafico di quanto sia anomalo il livello di mutui con rate non pagate da lungo tempo in un confronto internazionale. È stata di recente approvata una legge sull’insolvenza – una delle poche/uniche riforme strutturali che l’Irlanda ha veramente fatto a dispetto della retorica governativa e della Troika – per abbassare il numero di anni da 12 a 3 come nel Regno Unito che la persona insolvente deve far trascorrere prima di essere “riammessa” nel tessuto economico (alcuni ricchi real estate developer si erano infatti trasferiti proprio in Irlanda del Nord per poter fallire là e godere delle leggi britanniche). Difficile dire se risolverà il problema, visto che le banche possono opporsi al fallimento e ne hanno tutto l’interesse, dato che il default del mutuatario le costringerebbe a prendere forzosamente e unilateralmente un write-off sui mutui in bilancio, che adesso possono invece essere trattati contabilmente con maggiore discrezionalità».

Può spiegarci più nel dettaglio? «Nel complesso ci sono due categorie, PDH (prima casa) e BTL (abitazioni comprate per investimento e affitto). I morosi sulla prima categoria stanno scendendo leggermente ma solo per la categoria dei prestiti più giovani come ritardo – questo però riflette le politiche molto severe degli ultimi anni di erogazione del credito che hanno reso le banche ultra-selettive. I prestiti con ritardo lungo invece continuano a salire (oltre 90 giorni). Sulla categoria BTL invece i ritardi continuano a salire su tutte le aree. Il numero di repossession è estremamente ridotto rispetto al numero di mutui in arretrato e anche la ristrutturazione non è particolarmente efficace, solo poco più della metà non è in ritardo nella categoria PDH anche dopo la ristrutturazione. Il problema dei ritardi nei pagamenti dei mutui caratterizza anche tante medie e piccole imprese. Questo sembra essere dovuto, oltre ovviamente alla crisi economica, anche al fatto che spesso quando una piccola impresa chiedeva negli anni scorsi un mutuo per ampliare la propria attività incontrava resistenza dalla banca, che suggeriva invece all’impresa di acquistare un immobile sovra-finanziando l’acquisto dell’immobile stesso. L’impresa si trovava con questo stratagemma, quindi con il denaro desiderato e in più un immobile su cui speculare in un mercato di prezzi al rialzo. Il crollo dei prezzi degli immobili, ovviamente, ha esposto i rischi di questo approccio».

Mi pare di capire che, alla fine, il grosso dei problemi vada comunque a ricadere ancora sul sistema bancario, quello che è dovuto essere salvato e che ci spacciano ora come sanissimo? «Tutti i problemi sopracitati sono direttamente legati al destino delle banche. Le banche maggiori sopravvissute sono Bank of Ireland e Allied Irish Bank, entrambe salvate con denaro pubblico. La terza banca, Anglo Irish Bank, è stata pure salvata ed è in via di smantellamento, anche se onorerà tutti i suoi debiti. Le prime due banche risultano al momento molto ben capitalizzate in termini di Core Tier 1 ratio, il problema è che una parte importante di questo capitale è dato da “deferred tax asset” (DTA), ovvero crediti di imposta che diverranno utilizzabili solo se la banca farà profitti. Entrambe le banche non hanno più fatto profitti dal 2009 compreso, dichiarano che il 2014 sarà un anno di profitti, ma su questo è lecito avere dubbi. In pochi anni questi DTA di fatto scadranno e stando ai miei calcoli rappresentano il 20% del capitale per BI e il 35% per AIB. Il mercato sembra al momento piuttosto tranquillo. AIB ha appena collocato un’emissione senior a tre anni sul mercato».

Ora però arrivano la supervisione della Bce e gli stress test… «Senza dubbio l’incombente Asset Quality Review sta determinando nel panorama bancario locale diversi scossoni. Rabobank ha deciso di chiudere le operations locali; la stessa cosa ha fatto Danske Bank che ha chiuso ormai l’ultima branch e RBS sta cercando di uscire dal mercato con Ulster Bank. La belga KBC, dopo avere fatto un strategia di crescita recente, ha proprio pochi giorni fa deciso di prendere un charge di un miliardo di euro e mettere alla porta il CEO della branch irlandese. Segnali tutti che non depongono bene sull’appetibilità del mercato locale. Ovviamente il canale del credito anche qui come in Italia è sostanzialmente chiuso, i prestiti alle imprese e alle famiglie hanno crescita negativa, un minimo di vitalità si vede solo nei mutui con collaterale».

Veniamo ora al nodo cruciale, ovvero il debito, il comun denominatore della crisi che ha riguardato i cosiddetti “Piigs”. Come stanno davvero le cose? «Le dinamiche di debito in Irlanda sono piuttosto preoccupanti. Non si tratta solo del debito pubblico, comunque già di per sé molto elevato, ma anche del debito privato, sia delle famiglie che delle imprese. Partiamo dal debito pubblico. Questo sta salendo e ha raggiunto livelli allarmanti. Sul 2012 siamo al 118% del Pil e senza dubbio salirà anche nel 2013. Morgan Stanley si attende un picco nel 2013 e poi una discesa. Sempre secondo MS, il 2014 dovrebbe essere il primo anno di avanzo primario. Le altre case di investimento hanno tendenzialmente previsioni simili. Il problema è che, purtroppo, abbiamo visto che spesso circostanze straordinarie possono turbare la traiettoria attesa di queste variabili e nulla ci assicura che il debito pubblico si stabilizzerà o scenderà nel futuro. Questo infatti dipende molto dalla capacità del Paese di crescere, qualsiasi rallentamento nella ripresa si traduce in problemi sul fronte fiscale e del debito. Non di meno la definizione di debito pubblico che l’Irlanda utilizza, coerentemente con l’Eurostat, esclude sia le contingent liabilities legate ai titoli che lo Stato ha garantito e che le banche hanno emesso (assume quindi che le banche ripaghino tutto da sole, senza aiuto statale) ed esclude anche i titoli garantiti dallo Stato che NAMA (l’istituto pubblico che ha rilevato dalle banche circa 74 miliardi di euro di valore facciale di asset, scontati al 57% rispetto al valore di libro – una bolletta, per quanto virtuale di 42 miliardi di euro, ovvero il 27% del Pil attuale) ha emesso e utilizzato per “pagare” le banche quando ne ha rilevato una parte degli attivi in sofferenza. Uno stock di debito pubblico simile vuol dire che il Paese sacrificherà negli anni futuri almeno tra il 4 e il 5% del Pil per onorarlo».

Mentre il debito privato? «A differenza di Italia, e persino di Spagna e Grecia, il debito in Irlanda è molto elevato, sia sul fronte pubblico che su quello privato. Sulla parte privata questo è il risultato ovviamente dell’accumulazione di debito fatto a partire dagli anni ‘90 e che ha permesso una crescita molto forte proprio in quel periodo attraverso la leva finanziaria. Cumulando il debito della parte pubblica e privata l’Irlanda risulta tra le nazioni più esposte in assoluto». Con buona pace di chi guarda il dato del Pil di un solo trimestre e mette in ghiaccio lo champagne. 



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