ALITALIA/ C’è un “buco” nel salvagente di Etihad

- Andrea Giuricin

Dato che Etihad non può acquisire completamente Alitalia, spiega ANDREA GIURICIN, presto i soci italiani dovranno mettere sul piatto nuove risorse per lo sviluppo della compagnia

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La quasi sicura entrata di Etihad nel capitale di Alitalia è un passo importante per il futuro dell’azienda. Secondo i rumors, gli arabi potrebbero prendere fino al 49% dell’azienda per 350 milioni di euro. Anche se tale cifra non è confermata e dovessero fermarsi al 30-35% con un investimento minore, il cambio al vertice sarebbe importante. Dopo le battaglie per l’italianità, l’azienda di fatto finisce in mano a uno straniero. Questo chiaramente non è un fatto negativo, soprattutto se Etihad vorrà investire nel lungo periodo per sviluppare l’hub di Fiumicino.

La strategia di Alitalia, con il nuovo piano di Del Torchio, prevede tagli nel corto raggio e probabilmente anche una riduzione del personale. Il vettore dovrebbe concentrarsi maggiormente sul lungo raggio, vale a dire laddove i margini sono maggiori. L’errore di partenza della nuova Alitalia fu proprio sancito nel “Piano Fenice” che focalizzava il business della compagnia aerea sui voli domestici ed europei, quelli dove la concorrenza delle low cost era più forte.

Etihad diventerà il socio di maggioranza relativo, dopo l’abbandono di Air France, che lentamente è scesa nella quota di capitale dal 25% al 7% circa. Gli altri soci della compagnia dovrebbero essere le due grandi banche italiane, Intesa e Unicredit, insieme a Poste e Atlantia, del gruppo Benetton. Se la valorizzazione dell’azienda sembra essere intorno ai 600-700 milioni, il socio pubblico di Poste Italiane potrebbe avere una quota superiore al 10%.

Un dato importante e preoccupante è quello che la compagnia avrebbe quasi finito la liquidità dei 225 milioni di euro versati con l’ultimo aumento di capitale. Tale situazione deriverebbe dal pagamento dei debiti pregressi, come ad esempio il carburante a Eni, la quale nella prima settimana di ottobre stava per lasciare a terra gli aerei di Alitalia.

Il piano di Del Torchio, vale a dire di puntare verso l’intercontinentale rafforzando l’hub di Fiumicino, ha un senso industriale. Capire dagli errori passati è importante, ma per proseguire nella strada giusta per il futuro la compagnia ha bisogno di capitali. Ora, se l’ultimo aumento di capitale è servito a fare sopravvivere la compagnia fino ad adesso e i soldi di Etihad permetteranno di proseguire durante il prossimo anno, vi è da risolvere il vero punto strategico: lo sviluppo della compagnia.

Il vettore italiano non può più resistere con una strategia stand-alone e questo era chiaro ormai da tempo. L’arrivo di Etihad ha un punto debole tuttavia. I soci extra-europei non possono salire in maggioranza assoluta nel capitale di Alitalia, salvo perdere i benefici di essere considerato un vettore europeo. Quindi, finiti i soldi di Etihad durante il prossimo anno, i problemi torneranno a riaffacciarsi. Nel momento in cui l’azienda avrà bisogno di circa 2,5 miliardi di euro in quattro anni per potersi sviluppare e comprare aerei a lungo raggio, i soci italiani dovranno mettere mano al portafoglio un’altra volta.

Qui si comprenderà se i soci italiani avranno la forza e la volontà di continuare nel business aereo, che, come ha dimostrato il caso Alitalia fra i tanti, non è affatto semplice. In particolare, sarà da valutare l’atteggiamento di Poste Italiane, il cui azionista pubblico e il management, a parte l’amministratore delegato Sarmi, non sembra troppo convinto dell’investimento.

Lo sviluppo futuro di Alitalia passerà tramite Fiumicino, perché solo sviluppando il sistema di hub and spoke nello scalo romano, la compagnia potrà avere un futuro meno complicato. Le voci dell’interessamento di Etihad per lo scalo gestito da Adr non sono dunque una cattiva notizia per Alitalia, ma bisognerà vedere se i Benetton saranno disposti a vendere una parte della “gallina dalle uova d’oro” (visti i recenti aumenti tariffari).

Come volevasi dimostrare, Alitalia non ha futuro né con il solo concetto d’italianità, che tanti danni ha provocato, né con la strategia stand-alone, come spesso richiesto dai politici. Quella politica che dovrebbe porsi molte domande sull’eccessiva ingerenza in un settore, quello aereo, che proprio non è di sua competenza.

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