MILLEPROROGHE/ Forte: 6,2 miliardi di “sussidi” che ci lasciano in crisi

- int. Francesco Forte

Secondo FRANCESCO FORTE, il decreto milleproroghe è stato messo a punto secondo una logica che, al di là delle apparenze, non rappresenta alcun valore aggiunto in termini di sviluppo

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Enrico Letta (Infophoto)

Il Governo ha approvato il Decreto Milleproroghe. E, dopo l’iniziale bocciatura di Napolitano, è tornato anche il decreto “salva-Roma”. Il bilancio della Capitale sarà sanato da un’iniezione straordinaria di 400 milioni di euro. Soldi dei contribuenti. Con il Milleproroghe, poi, 6 miliardi e 200 milioni saranno usati per sostenere le imprese, l’occupazione e gli enti locali. Il che pare un’iniziativa meritoria. Eppure, Francesco Forte, economista ed ex ministro delle Finanze, ci spiega perché non lo è. Come non lo è la norma che consentirà alle amministrazioni pubbliche di rescindere quasi senza preavviso i contratti di affitto troppo onerosi.

Cosa ne pensa, anzitutto, della norma “salva-Roma”?

È assurdo ideare una norma che eroga 400 milioni di euro per il bilancio dissestato di un Comune senza occuparsi delle cause del dissesto che, evidentemente, sono ancora lì e genereranno nuove perdite che non potremo di certo rifinanziare in eterno. La norma appare ancora più insensata e iniqua se teniamo presente che, mentre per Roma 400 milioni sono stati trovati rapidamente, molti altri Comuni d’Italia dovranno sobbarcarsi l’onere di metà dell’aumento delle aliquote Imu, nonostante non avessero preventivato una spesa del genere, dato che il governo si era impegnato a farsene interamente carico.

Cosa si sarebbe dovuto fare?

In generale, il finanziamento di un Comune in perdita dovrebbe essere effettuato solo dopo averlo commissariato.

Come giudica, invece, le risorse destinate a imprese e occupazione?

Destinare sei miliardi di investimenti attraverso decreto, e con le Camere pressoché chiuse per le feste, mi pare una follia.

E nel merito?

Si tratta di risorse che, normalmente, vengono dislocate in maniera nebulosa e che rappresentano forme di sussidio alle imprese vincolate ad attività che, in termini di sviluppo e crescita, non producono alcun effetto. L’esempio classico è quello del beneficio fiscale a chi costruisce un capannone. Moltissimi imprenditori, per godere dell’agevolazione, si sono messi a costruire capannoni per poi lasciarli vuoti. Insomma, è la conferma del fatto che siamo del tutto privi di una politica industriale.

Lei come avrebbe usato quei soldi?

Si sarebbe potuto usare un paio di quei miliardi per realizzare l’alta velocità, o la Salerno Reggio-Calabria. Insomma, iniziative strutturali in grado di rilanciare l’economia. Inoltre, agli imprenditori veri, dei sussidi, non gliene importa nulla. L’unica cosa che gli interessa è pagar meno tasse. Si sarebbe potuto, quindi, tagliare radicalmente l’Irap.

 

Di questi 6,2 miliardi, 700 milioni saranno destinati al sostegno all’occupazione.

Da un lato abbiamo Renzi che dice di volere innovare qualunque cosa; dall’altra, si continua a perpetuare pratiche antiche, marchingegni sociali per pagare la gente affinché possa fare lavori che non servono. Anche in tal senso, si sarebbe dovuto finanziare la realizzazione di quelle infrastrutture che per mancanza di fondi sono state tagliate. Introdurre, per esempio, la banda larga nel sud Italia avrebbe prodotto un’impennata dell’occupazione in campo edile e tecnologico.

 

Nel decreto è stata reintrodotta la norma che consente alle pubbliche amministrazioni di recedere dagli affitti degli immobili troppo onerosi.

Si tratta di una norma molto pericolosa che determina una grave precedente giuridico nel sistema contrattuale, tale da attentare al diritto di proprietà. Se qualcuno ha ritenuto che nei contratti stipulati con il signor Sergio Scarpellini (proprietari di immobili affitati da Camera e Senato) ci fosse qualcosa di sbagliato, avrebbe dovuto avviare un’indagine presso la Corte dei conti.

 

Un altro emendamento, prevede il divieto, per chi ha più di una rete televisiva, di acquisire partecipazioni in imprese editrici di pubblicazioni quotidiane.

Mah, mi pare una regolazione del conflitto d’interessi “postuma”, quando ormai tutti i giochi sono stati fatti. Come se non bastasse, sono mille i modi per aggirare il divieto. Basta far acquistare le partecipazioni da un parente. 

 

(Paolo Nessi)

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