ENI/ Colitti (ex manager): nel petrolio senza “oliare gli ingranaggi” non si fa un passo

- int. Marcello Colitti

Per MARCELLO COLITTI, il mondo dei permessi petroliferi è molto difficile, e spesso non si può evitare la richiesta dei Paesi produttori come l’Algeria di avere qualche soldo fuori pista

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Paolo Scaroni (Infophoto)

L’Eni, la principale compagnia petrolifera del nostro Paese, e Saipem, una controllata specializzata nella realizzazione di oleodotti e nelle perforazioni, sono finite nel mirino di un’indagine della Procura di Milano. L’accusa è di avere pagato tangenti a funzionari algerini per vincere un appalto importante. Come rivela a ilsussidiario.net Marcello Colitti, già direttore della programmazione Eni, nonché manager della compagnia fin dai tempi di Mattei, “il mondo dei permessi petroliferi è molto difficile, e spesso non si può evitare la richiesta del Paese produttore di avere ‘qualche soldo fuori pista’. L’Eni potrebbe essersi trovata nella situazione di non poter dire di no, anche perché se uno si oppone a certe prassi è chiaro che poi resta escluso dagli appalti”.

Partiamo dal ruolo di Saipem in tutta questa vicenda.

Saipem è uno strumento fondamentale per l’Eni, perché realizza le perforazioni e gli oleodotti, cioè le due cose più necessarie che una compagnia petrolifera possa fare. Saipem non si occupa cioè della geologia ma della ricerca fisica, che è l’attività principale che tutte le compagnie petrolifere affidano a una loro azienda specializzata. Quello che non si capisce è perché Eni abbia ridotto la sua partecipazione in Saipem, personalmente a suo tempo l’ho trovato strano.

Com’è la situazione del mercato petrolifero in un Paese come l’Algeria?

L’Algeria è un grande Paese produttore, che rifornisce l’Italia attraverso il gasdotto sottomarino. Il mondo dei permessi petroliferi è molto difficile, e spesso non si può evitare la richiesta del Paese produttore di avere “qualche soldo fuori pista”. Da questo punto di vista l’Algeria è uguale al resto del mondo, i Paesi petroliferi hanno tutti determinate caratteristiche.

La corruzione rischia però di rendere meno appetibile il mercato per le compagnie petrolifere straniere …

Il potere è potere e chi ce l’ha vuole anche i soldi. Il mondo è fatto così un po’ ovunque.

Quindi l’Eni potrebbe essersi trovata nella situazione di non potere dire di no?

Questo è quasi sicuro, se uno cerca di dire di no a certe prassi è chiaro che rimane fuori. Se uno partecipa alla competizione in determinati Paesi, deve mettere in conto che deve accontentare qualcuno.

E che cosa succede se uno rifiuta queste prassi?

All’Algeria non mancano certo altre compagnie petrolifere cui affidare gli appalti attualmente gestiti dall’Eni. In tutti i Paesi petroliferi ci sono tutte le aziende, e le compagnie trovano sempre il modo di lavorare nelle varie aree del mondo con giacimenti. Il tragico sequestro degli ostaggi che è avvenuto nel Sud dell’Algeria, per esempio, ha coinvolto loro malgrado compagnie francesi, inglesi e del Nord Europa. Il 30% di Eni è ancora nelle mani dello Stato italiano.

 

Ritiene che questa quota vada venduta?

Le quote pubbliche dell’Eni sono lì perché garantiscono al nostro Paese una rendita sull’investimento fatto. E’ stato quindi venduto il 70% e tenuto il 30%, probabilmente perché si pensava che fosse comodo avere un organismo che effettua dei pagamenti di profitti piuttosto rilevanti. E’ quindi un discorso finanziario, non politico, perché con il 30% non si gestisce la politica di un’azienda ma ci si limita a prenderne i dividendi.

 

Lei è stato un collaboratore di Enrico Mattei. Da allora quanto si è rafforzata la presenza dell’Eni nel Nord Africa?

Si è rafforzata enormemente, l’Eni di oggi è quattro volte quella di un tempo. Ciò documenta il successo della politica industriale della compagnia petrolifera italiana, la quale di recente ha trovato in Mozambico delle quantità di gas assolutamente importanti.

 

Che cosa è cambiato invece dai tempi di Mattei per quanto riguarda la modalità di gestione dell’Eni?

L’Eni oggi è una compagnia petrolifera come le altre, magari un po’ migliore, ma non ha un modo di operare diverso, perché ormai quest’ultimo è uguale in tutti i Paesi.

 

Che cosa intende dire quando afferma che l’Eni non ha un modo di operare diverso dalle altre compagnie petrolifere?

E come farebbe ad avere un modus operandi diverso dalle altre compagnie? Aveva un modo diverso moltissimi anni fa, quando non apparteneva al gruppo delle aziende importanti e se voleva entrare nei mercati doveva offrire di più. Inoltre, l’Eni dei primi anni aveva una posizione politica diversa e questo era uno dei suoi strumenti. Adesso è un’azienda come tante altre, che fa le cose che fanno tutti e concorre a prendere i permessi. Non c’è quindi una differenza di comportamento né potrebbe esistere.

 

(Pietro Vernizzi)

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