BILANCIO UE/ Ecco chi può salvare l’Europa dal “suicidio”

- Giuseppe Pennisi

Per GIUSEPPE PENNISI, da un vertice di un’Europa che vuole diventare ancora più vecchia, potrebbe iniziare il percorso per un’Ue meno velleitaria, più semplice e in grado di crescere

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Il Parlamento europeo

Molto si è scritto sul Consiglio europeo del 7-8 febbraio. Capi di Stato e di Governo, Ministri e barracuda-esperti al seguito erano stati chiamati a convegno per definire quello schema di bilancio settennale su cui non erano riusciti a giungere a un accordo, come dovuto, prima della fine del 2012. Le cronache nella stampa quotidiana, sopratutto in quella economico-finanziaria, sono state molto dettagliate nei giorni scorsi. Filtravano tanti particolari su una trattativa “politica” prima ancora che economica e finanziaria, da dimostrare uno degli assunti di base della teoria dei giochi a più livelli di John Nash quale divulgata, una ventina di anni fa, da un film di successo – A Beautiful Mind.

Ciascun negoziatore guardava più che alla “reputazione” con gli altri 26 partner (alla luce di comuni obiettivi europei) alla “popolarità” con i propri elettori, e relative lobby, nella Patrie lontane, tentando di strappare qualche euro (il negoziato si è incagliato in punti come quello dei sussidi pro-capite alle mucche da latte), sempre una frazione infinitesimale dei loro Pil e bilanci nazionali. E ogni piccolo punto di presunto successo veniva “megafonato” tramite stampa e televisione nei rispettivi paesi. Chi si intende di matematica, e di teoria dei giochi, sa che un “equilbio di Nash” è, per propria natura, dinamico e, quindi, instabile.

Questa è la soddisfazione maggiore che si ricava dalla letture di comunicati e dichiarazioni al termine della trattativa, quando tutti i 27 si sono detti contenti di avere portato a casa quanto atteso (ove non di più), mentre unicamente il Regno Unito e la Repubblica Federale Tedesca hanno raggiunto gli obiettivi esplicitati prima dell’inizio della maratona: a) ridurre l’area di intervento, e le risorse, dell’Unione europea; b) proseguire, specialmente nell’eurozona, con una politica di austerità sino a quando i Paesi con i conti non in ordine non abbiano ristrutturato le loro economie (e, quindi, corretto i saldi di indebitamento netto delle pubbliche amministrazioni e i rapporti tra debito pubblico e Pil). Perché questa è la soddisfazione maggiore, ove non l’unica, che si ha da un negoziato stanco e dal suo triste esito?

Dato che si è arrivati a un equilibrio di Nash dinamico e instabile, c’è da sperare che alla prossima tornata – non certo all’imminente Consiglio europeo di metà marzo – i Capi di Stato e di Governo in carica (alcuni volti sono destinati a cambiare a ragione di elezioni) si ricorderanno di una frase poco nota di uno che alla collaborazione internazionale e alla crescita credeva davvero, ovvero John M. Keynes: “Dobbiamo inventare una nuova saggezza per una nuova epoca. Nel frattempo, se vogliamo veramente fare qualcosa di buono, dobbiamo apparire eterodossi, importuni, pericolosi, ribelli nei confronti di chi ci ha preceduto”.

I 27 a Bruxelles,  accaloratisi nel dibattere su quanti milioni di euro ciascuno avrebbe avuto in più di fondi strutturali e di coesione (anche se non sa come spenderli) oppure su quale “prezzo di riferimento” dare a quale tipo di granaglia, sono stati l’immagine di un continente vecchio che, persa ogni ambizione, si litiga quel che resta dell’argenteria. Non per nulla, “l’hanno avuta vinta” (per così dire) i difensori della Politica agricola comune e dei Fondi strutturali e di coesione togliendo spazio ai programmi per le future generazioni – il fondo di 6 miliardi per l’occupazione giovanile è uno scherzo, ove non insulto -, per la ricerca, per l’innovazione.

È possibile che, per la prima volta, il Parlamento europeo alzi la testa e non approvi lo sconclusionato quadro di bilancio settennale che gli viene proposto. Ne conseguirebbe una “crisi”, termine che in greco vuole dire “separazione”. Ce n’è urgente bisogno: circa due decenni fa, un europeista convinto come Frank Vibert, nel libro Europe Simple-Europe Strong: the Future of European Governance, documentava che per andare su un sentiero di crescita si devono voltare le spalle a un’Europa burocratica e sempre più avvitata su stessa.

In un libro recentissimo (Il Peccato del Professor Monti, Marsilio) un altro europeista convinto (che non credo abbia letto il lavoro di Vibert), Franco Debenedetti, giunge alle stesse conclusioni. Quindi, da un vertice  di un’Europa che vuole diventare ancora più vecchia (sino a sparire dal ruolo internazionale sulla scena mondiale), potrebbe iniziare il percorso per un’Ue meno velleitaria, più snella, più semplice in grado di crescere e di fare il Giamburrasca svelto e robusto nel quadro internazionale.

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