TOBIN TAX/ Dall’Europa una “mazzata” per il debito dell’Italia

- int. Rocco Corigliano

Secondo ROCCO CORIGLIANO, l’unico effetto di un imposta sui titoli di Stato sarebbe rappresentato dalla necessità di doverne aumentare i tassi di rendimento, rendendoli più onerosi 

Trader_Due_MonitorR439
Infophoto

Si pensava fosse finita lì. E, invece, la famigerata Tobin Tax, costruita con l’ambizione di contribuire alla regolamentazione dei mercati finanziari, ma ritenuta dai più del tutto inutile e pericolosa, potrebbe estendere il proprio campo d’azione. La proposta di direttiva della Commissione Ue intende allargarne l’ambito di competenza anche ai bond bancari e ai Btp. Sarebbero escluse le operazioni ordinarie dei cittadini e delle imprese. Ovvero, i contratti assicurativi, i prestiti alle aziende, i mutui immobiliari, gli aumenti di capitale, le transazioni effettuate attraverso gli istituti quali l’Esm (il Fondo Salva Stati) e il Fondo europeo di stabilità, o i pagamenti con carta di credito. L’Italia, questa volta, ha fatto sapere che non ci sta. Rocco Corigliano, professore di Economia degli intermediari finanziari presso l’Università di Bologna, ci spiega perché l’ipotesi danneggerebbe la nostra economia.

Come valuta l’operazione?

Non può essere accettata da un Paese come l’Italia. Altri Stati, privi dei nostri problemi di debito pubblico, al limite, potrebbero. Noi abbiamo, invece, la necessità di emettere titoli in continuazione, e di poter disporre di un mercato ove le emissioni siano facilitate; tanto più che lo spread resta ancora elevato. In sostanza, la nuova tassa ci danneggerebbe in maniera insostenibile.

In che termini?

Di fatto, si accrescerebbe il costo dei titoli di Stato. Poniamo il caso che un investitore sia disposto ad acquistare del debito pubblico italiano esclusivamente a un determinato rendimento. Tale rendimento risulterebbe in parte eroso dall’imposta. Lo Stato, a quel punto, sarebbe costretto ad aumentare i tassi, per bilanciare l’effetto del nuovo carico fiscale, e riportare il profitto dell’investitore ai livelli precedenti alla sua introduzione.

Qual è la ratio alla base di un provvedimento del genere?

Mi sfugge. Mentre, almeno nelle intenzioni, lo scopo della Tobin Tax sulle transazioni finanziarie consiste nel disincentivare le operazioni disinvolte e finalizzate unicamente alla speculazione, foriere di parecchie distorsioni sui mercati finanziari, la tassa sui titoli di Stato non sortirebbe alcun effetto del genere. Al massimo, si può ipotizzare che sia stata pensata per far cassa. Non a caso, è previsto un gettito ammontante a circa una trentina di miliardi di euro.

Oltretutto, non crede che equivarrebbe all’introduzione di una patrimoniale?

Patrimoniale non direi. Di certo, sarebbe l’ennesimo balzello. E, salvo opportuni accorgimenti, colpirebbe la maggior parte dei risparmiatori. Gli italiani – giustamente – hanno sempre confidato nei nostri titoli e pressochè chiunque ne possiede.

Quindi?

E’ auspicabile che la Commissione ci ripensi. Queste operazioni finanziarie vanno negoziate in maniera accurata, per evitare pesanti distorsioni sul mercato. Facilmente, i flussi di capitali, non appena l’imposta sulle transazioni viene introdotta, si spostano altrove. Non dimentichiamo che, di per sé, la Tobin Tax non produce, in genere, risultati soddisfacenti. Lo Stesso Tobin, dopo averla formula, si rese conto che sarebbe stata di difficilissima applicazione.  

Da questo punto di vista, come valuta la  Tobin Tax approvata in Italia?

I Paesi che hanno accettato questa tassa, in Europa, sono 11. La Tobin, per generare effetti significativi, dovrebbe essere applicata a tutti i Paesi europei se non, addirittura, a livello mondiale. E dovrebbe essere costruita ovunque nei medesimi termini, con un’unica disciplina e aliquote uguali. Queste considerazioni la dicono lunga su quanto sia illusorio pensare di ottenerne dei benefici.

 

(Paolo Nessi)

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori