DIETRO LE QUINTE/ C’è una guerra contro la “ricchezza” del Vaticano

- Giovanni Passali

Non solo l’Italia e le sue aziende sembrano al centro di un attacco. Anche il Vaticano e lo Ior, spiega GIOVANNI PASSALI, sono finiti nel mirino non si sa bene per quale scopo

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Immagine di archivio

È stata una settimana densa di avvenimenti, quella passata. Una settimana che andrebbe segnata con un cerchietto rosso nella storia dell’Italia. Una settimana nella quale sono emerse le mosse di un piano strategico di lunga gittata, un piano strategico contro il nostro Paese, contro il popolo italiano, contro noi tutti.

Come già indicato chiaramente da alcuni articoli apparsi su queste pagine, si tratta di una fase in cui si muove un attacco deciso a quelle aziende di maggiore valore (tecnologico e di valorizzazione) insieme a quello che era (ed è, fino a prova contraria) il terzo polo bancario in Italia (e per la quale già si inizia a parlare di un’ipotesi di fusione con una banca estera; vi potete immaginare in quali condizioni? Con quale forza contrattuale?). Pure il fattarello successo in Vaticano (ironico!), sottintende una questione di una gravità enorme, nei termini in cui si è sviluppata. Sto parlando del caso Ior, che da mesi (almeno alcuni mesi, per quanto ne so io – ma non pretendo di saperla lunga o saperla tutta) è al centro di alcuni attacchi che non fanno pensare a niente di buono.

Prima la storia di un conto corrente, la cui anagrafica incompleta ha fatto scattare un provvedimento di sequestro, come se fosse legato a una storia di riciclaggio, come se la magistratura italiana agisse contro un noto spacciatore o trafficante di chissà cosa. Infine, il provvedimento più grave, attuato dal primo gennaio: il blocco totale dei bancomat e degli strumenti di pagamento, con conseguente drammatico crollo di tutte le attività economiche per i negozianti della Città del Vaticano. Da quel giorno, infatti, anche solo per le attività più semplici, come per entrare ai Musei Vaticani, si è costretti a pagare in contanti. Questo blocco, un provvedimento di gravità inaudita, non applicato nemmeno nei peggiori casi o nei confronti di un qualsiasi paradiso fiscale. Però nei confronti dello Ior, che proprio in questo ultimo anno ha spostato i propri conti correnti presso banche tedesche, chiudendo quelle presso diverse banche italiane, lo hanno applicato. Lo ha applicato la magistratura sulla segnalazione di Bankitalia, proprio quella banca centrale nel cui consiglio di amministrazione siedono diversi rappresentanti delle banche commerciali italiane, in qualità di partecipanti al capitale di Bankitalia. E quali le motivazioni del provvedimento?

Secondo le notizie trapelate, il provvedimento è stato preso “per l’assenza, presso lo Stato della Città del Vaticano, di una legislazione bancaria e finanziaria e di un sistema di vigilanza prudenziale, ulteriori rispetto a quelli in materia di anti-riciclaggio”. Capito? Non bastavano controlli e vigilanza approntati per l’antiriciclaggio. Vogliono una legislazione e sistema di vigilanza “ulteriori”. Come se non si rendessero conto che stiamo parlando di un minuscolo Stato dove è presente una sola banca e dove gli organi di controllo sarebbero inevitabilmente strettamente connessi alla stessa banca. Li pretendono proprio quei signori che gli organi di controllo li hanno, quegli organi di controllo tanto distratti su cosa accadeva in Mps, ma così occhiuti e attenti a ogni movimento e ogni conto dello Ior.

Quello Ior che si è difeso come ha potuto, ottenendo la riattivazione dei bancomat attraverso una società di servizi svizzera. La decisione del Vaticano di realizzare un accordo con la società Aduno per riattivare il servizio comporta il fatto che l’attività non sarà sottoposta alla vigilanza della Banca d’Italia. Con Aduno, società svizzera e quindi fuori dall’Ue, non c’è infatti alcun collegamento con il sistema finanziario italiano, a differenza della precedente situazione che vedeva come operatore Deutsche Bank Italia, soggetto vigilato da via Nazionale.

In questo quadro, la scelta di dimettersi del Santo Padre non appare come una rinuncia a svolgere il proprio compito o la missione che gli è stata affidata. Appare al contrario come la conseguenza della piena consapevolezza della guerra in atto, una guerra combattuta a colpi di finanza e di attacchi mediatici, una guerra per la quale occorre che il comandante in capo abbia energie a sufficienza per affrontare i pericoli e difendere il suo gregge.

Le conferme della guerra in atto sono arrivate subito. Un’associazione di stampo anticlericale, la Itccs ha commentato la notizia dicendo che il Papa tenta di sfuggire all’arresto per i suoi crimini (la solita accusa di aver coperto la pedofilia e aver nascosto i pedofili), chiedendo nel frattempo al presidente Napolitano di adoperarsi per non sottrarre il cittadino Ratzinger alla giustizia internazionale. Nemmeno il tempo di sorridere, e sul quotidiano di Confindustria, Il Sole 24 Ore, appare un articolo dall’intento dichiaratamente diffamatorio, intitolato “Chiesa, 2mila miliardi di immobili nel mondo”.

Se la lingua italiana non è un optional, il titolo lascerebbe intendere che la Chiesa possiede letteralmente circa 2mila miliardi di immobili, cioè ci sarebbero nel mondo oltre 660 immobili della Chiesa per ogni abitante della terra. Ovviamente i titolo dell’articolo, completamente fuorviante, si riferisce all’ipotesi che la Chiesa avrebbe immobili il cui valore sarebbe 2mila miliardi di euro. Ma per capire il tono fantasioso dell’articolo, bastano le prime righe dell’articolo: si parla di un impero con 1,2 milioni di dipendenti e quasi un miliardo di cittadini (i credenti).

E quali sarebbero questi immobili? “Chiese, sedi parrocchiali, case generalizie, istituti religiosi, missioni, monasteri, case di riposo, seminari, ospedali, conventi, ospizi, orfanotrofi, asili, scuole, università…”. Capito il criterio? Non solo ci mettono tutte le strutture che chiaramente non potranno mai essere utilizzate per fini di lucro, ma nella maggioranza dei casi si tratta di beni che con molta fantasia possono essere definite “della Chiesa”, poiché si tratta di beni di proprietà di associazioni religiose, cioè di proprietà privata a tutti gli effetti. Eppure tutto l’articolo trasuda invidia per un patrimonio immobiliare che in qualche modo, per la sua sola esistenza, costituisce una colpa della Chiesa. La parola “ricchezza” spunta a ogni paragrafo di quell’articolo.

Un esempio su tutti: “Se a questa ricchezza detenuta in Italia – dove pesa l’eredità di un potere temporale durato per quasi duemila anni – si aggiunge il patrimonio posseduto all’estero fatto di circa 700mila complessi immobiliari tra parrocchie, scuole e strutture di assistenza la stima, anche stavolta più che prudenziale, può raddoppiare almeno a 2mila miliardi”.

Le parrocchie, le scuole e le strutture di assistenza sono dunque definite “complessi immobiliari”. E poi: “Più precisamente si contano 70.544 scuole religiose materne – 23.963, la fetta più grande, in Europa – che sono frequentate da 6,4 milioni di bambini, 92.847 istituti primari (23.624 nel continente americano) dove studiano oltre 31 milioni di piccoli studenti e 43.591 scuole medie (11.665 sempre in America) con 17 milioni di ragazzi che vanno nelle aule gestite da preti o religiosi”. Capito che scandalo? “Ma la realtà delle cure cattoliche è anche molto più ricca: con 18.179 strutture cosiddette ambulatoriali (oltre 10mila divise tra Africa e Americhe) che danno assistenza ai più svantaggiati e ben 17.223 strutture residenziali e assistenziali destinate alla terza età o ai disabili. Di quest’ultime ben 8mila sono concentrate in Europa e quasi 1.600 solo nel nostro Paese”. Oltre 10mila strutture ambulatoriali divise tra Africa e Americhe, capito che razza di ricchezza?

A che pro un articolo del genere, se non per accendere l’odio dell’invidioso? Siamo in guerra, sarà bene che ce ne rendiamo conto tutti quanti.

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