FINANZA/ Ecco perché l’Italia non può abbandonare l’euro

- int. Carlo Altomonte

Tra il 2011 e il 2012 la Banca centrale europea ha acquistato 102,8 miliardi di euro di bond italiani, la quota maggiore fra i Paesi dell’Eurozona. Ne parliamo con CARLO ALTOMONTE 

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Il presidente della Bce, Mario Draghi (Infophoto)

Tra il 2011 e il 2012, periodo in cui intervenne comprando i titoli di Stato dei Paesi in difficoltà, la Banca centrale europea ha acquistato 102,8 miliardi di euro di bond italiani, la quota maggiore fra i Paesi dell’Eurozona. A seguire, secondo quanto ha fatto sapere la stessa Bce, vi sono la Spagna (44,3 miliardi), la Grecia (33,9), il Portogallo (22,8) e l’Irlanda (14,2). Circa la metà degli acquisti di titoli di Stato (tramite il programma Smp, Securities Markets Programme) da parte della Bce sul mercato secondario, pari in totale a 218 miliardi di euro, sono serviti a contenere l’aumento dello spread dell’Italia. IlSussidiario.net ha chiesto a Carlo Altomonte, docente di Economia dell’Integrazione Europea all’Università Bocconi, un commento su questi numeri.

Professore, cosa ne pensa?

Queste cifre riguardano in particolare gli acquisti fatti da Jean-Claude Trichet, ex presidente della Bce, nel luglio 2011, intervenendo per stabilizzare il debito pubblico italiano attraverso il cosiddetto Securities Markets Program, poi portato avanti anche nei mesi successivi.

Come mai l’acquisto dei bond italiani è così superiore rispetto ai titoli degli altri Paesi?

Semplicemente perché l’Italia presenta un debito pubblico che è circa il doppio di quello degli altri paesi che compaiono in questa “classifica”, quindi Spagna, Grecia, Portogallo e Irlanda. Su un totale di circa 200 miliardi di euro, quindi, vale a dire quelli previsti dal programma, è normale che più della metà sia rivolta al debito pubblico italiano.

Cos’è avvenuto successivamente?

Queste operazioni sono state sospese e lo stesso Draghi le ha sostituite prima con il Long Term Refinancing Operation (Ltro), vale a dire prestiti a lungo periodo alle banche all’1% (di cui quelle italiane sono state a loro volta tra i principali beneficiari), e poi con la promessa, non ancora attuata, del nuovo programma denominato Outright Monetary Transactions. La Banca centrale europea ha comunque già fatto sapere che questo programma andrà a sostituire il Securities Markets Program. Insomma, i numeri che stiamo commentando fanno semplicemente parte della memoria storica degli interventi della Bce tra il 2011 e il 2012, ma riguardano in particolare Trichet, non tanto Draghi.

Che significato ha però un intervento di questo tipo?

Ovviamente è un chiaro sintomo del fatto che l’Italia è coinvolta in modo rilevante nella crisi dell’euro, anche perché rappresenta il mercato più grande in termini di debito e quello che potenzialmente rischia di destabilizzare tutto il sistema. Per questo siamo obbligati ad attuare un percorso serio di austerità fiscale, attraverso tagli della spesa o un aumento delle tasse, scelta che però deve prendere il governo. Questo deve in qualche modo responsabilizzarci, proprio perché sappiamo che, avendo il supporto dei partner europei e sapendo che la Bce può intervenire a salvare eventuali rischi di default nel debito pubblico italiano, in cambio chiederà ovviamente un rigido mantenimento dei patti.

Quindi il calo dello spread è stato del tutto merito della Bce?

Credo che ormai nessuno possa dubitare di questo. Poi è ovvio che l’intervento della Bce necessita comunque di un consenso dei governi che può esserci solo se questi obbediscono a un accordo comune. La Bce non interverrà mai nel momento in cui un governo inizia a deviare dai patti presi, lasciando dunque tale Paese al suo destino, con tutto ciò che ne consegue.

Cosa in particolare?

Forse in molti ancora non si sono resi conto di cosa può effettivamente accadere se, come qualche politico ancora annuncia, l’Italia esce dall’euro. Uscire dalla moneta unica significa svalutare la lira, fare default sul debito e veder crescere tutti i prezzi dei beni importati del 30-40%. Per non parlare poi dei fallimenti bancari, della riduzione della capacità creditizia del Paese per i prossimi 10 anni e così via. Insomma, un vero disastro.

 

Questo però significa che siamo in qualche modo dipendenti dalla Bce?

 

E’ ovvio che si crea una fortissima condizionalità nel momento in cui non siamo in grado di gestirci autonomamente. Se il nostro Paese non è in grado di esprimere una maggioranza seria, credibile e in grado di mantenere fede agli impegni presi, questi inevitabilmente ci verranno imposti da qualcun altro. Proprio per questo spero vivamente che riusciremo a essere maggiormente arbitri del nostro destino, anche se bisogna comunque sottolineare che oggi la situazione è leggermente diversa.

 

In che modo?

 

Il livello attuale di spread è merito anche della politica fiscale sostenibile italiana. Inoltre, come sappiamo, nel caso in cui le cose dovessero deragliare la Bce è comunque pronta a intervenire. Certo deragliare è praticamente impossibile, anche perchè la strada è ormai segnata.

 

Questo cosa comporta?

 

Che nel momento in cui proviamo a uscire dai binari, verremo riportati obbligatoriamente sul percorso appena lasciato. In caso contrario facciamo default, non esistono vie di mezzo.

 

(Claudio Perlini)

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