FINANZA/ L’aumento di capitale per far ripartire l’Italia

- Mauro Artibani

In passato si è fatto molto ricorso al debito, pubblico o privato, per sostenere i consumi. MAURO ARTIBANI ci spiega cosa andrebbe fatto oggi per rilanciare l’economia

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Si continua a recitare il già detto non si cava un ragno dal buco; si rischia di affogare nella crisi. Occorre parlar d’altro: la crisi economica, al di là di quel che si dice, sta ficcata dentro il meccanismo produttivo. Lì risulta alterato il rapporto di scambio domanda/offerta. Questo è potuto accadere perché i redditi da lavoro, erogati dalle imprese per produrre merci, sono risultati insufficienti [] ad acquistare quelle merci. Tal fatto ha reso l’offerta in eccesso e la domanda in difetto.

Per riparare il danno si è dato corso a un gigantesco flusso di credito che ha consentito di creare ricchezza con il debito. Complice un mercato opaco e inefficiente che ha smaltito quell’eccesso senza cambiare le regole del gioco. Quando si passa il limite salta il banco, la crisi si mostra: famiglie indebitate, industria finanziaria impallata, debito pubblico allo stremo e magazzini delle imprese stracolmi di invenduto. Già, proprio quando il credito smette di surrogare redditi insufficienti si mostra quello che tecniche e politiche di sostegno della spesa, per decenni, hanno occultato: hanno più bisogno i produttori di vendere che i consumatori di acquistare.

Quando nel mondo si tenta di attrezzare politiche economiche per uscire dal guado di mezzo c’è ancora il debito. Debito sì: quelli del mondo anglosassone mettono debito su debito [] per forzare la crescita che non si mostra sufficiente a ripagare quel debito. Debito no, ribattono gli euro-tedeschi: occorre tagliarlo per risanare le casse pubbliche condannando, chi taglia, a quella recessione che riduce le entrate fiscali, aumenta il debito [].

Che razza di economia è mai questa che sembra incapace di andare oltre quel debito che fornisce credito ad ausilium a mercati disallineati? Occorre cambiare registro, utilizzare le risorse economiche inutilizzate, quelle nella disponibilità degli agenti economici. I profitti d’impresa non investiti per produrre [] vanno investiti per smaltire il già prodotto e poter riprodurre, generare lavoro, creare occupazione, reddito.

Pure i ristori messi al pizzo di quei consumatori che, a fronte di un’adeguata capacità di spesa e pur spendendo, risparmiano. Risorse queste che sottratte allo sviluppo e alla crescita bruciano nella recessione.

[1] Bankitalia: sale al 22% la quota delle famiglie con reddito insufficiente.

[2] Gli interventi di stimolo attuati dalle autorità di Washington e dalla Federal Reserve hanno pesato per il 4% sulla crescita del Pil Usa registrata negli ultimi due anni. Lo si legge in uno studio di Fitch Ratings condotto con Oxford Economics, che “solleva interrogativi circa la sostenibilità dell’attuale ripresa”.

[3] Paesi in recessione: Grecia, Belgio, Cipro, Repubblica Ceca, Danimarca, Olanda, Irlanda, Portogallo, Slovenia e Regno Unito, Italia.

[4] Federal Reserve: le aziende americane continuano ad accumulare liquidità. Nel secondo trimestre 2011 le loro riserve sono salite del 4,5% a 2.047 miliardi di dollari. Si tratta del livello maggiore dal 1945. Eurostat: brusca frenata degli investimenti in Europa nel IV trimestre 2011.

Et voilà vecchie risorse per nuova spesa senza far debito; anzi faranno prelievo fiscale che darà ristoro alle sfiancate finanze statali. Giustappunto per uscire dal guado, la ditta “Libero Mercato spa”, che impiega il lavoro di produttori e consumatori per generare crescita economica e ha mal dispensato gli utili, deve dar corso a un aumento di capitale in funzione pro-ciclica. Ai primi e a un po’ dei secondi, azionisti di riferimento, tocca ricapitalizzare i secondi, azionisti di maggioranza; dotarli di quell’adeguato potere d’acquisto che va oltre il bisogno per sbloccare il meccanismo dello scambio e smaltire il surplus di offerta che impalla il mercato.

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