ELEZIONI 2013/ Il “moltiplicatore” di Bersani per battere la Merkel

- Giuseppe Pennisi

Il Pd dovrebbe risultare il soggetto politico con la maggioranza dei voti in questa tornata elettorale. Ma dovrà fare i conti subito con l’Europa. Il commento di GIUSEPPE PENNISI

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Non bisogna fare ricorso a profeti, indovini e fattucchiere (o ai sondaggi che i leader dei partiti ricevono ogni cinque ore) per considerare altamente probabile che il Partito democratico (Pd) esca dalle elezioni oggi ancora in corso come il soggetto politico con la maggioranza (relativa) dei voti. Oltretutto, l’alternanza (nelle maggioranze relative) tra centrodestra e centrosinistra a ogni elezione politica nei singoli paesi dell’eurozona è la norma statistica da quando la moneta unica è entrata in vigore. Segno che l’euro non è solo economics ma anche politics.

Negli ultimi giorni prima del voto, tutta la stampa ha sviscerato i programmi elettorali di tutti i partiti – dunque anche del Pd. Nessuno, però, ha posto l’accento sul fatto che quali che siano le idee del gruppo dirigente del Pd, la politica e l’azione legislativa dovranno muoversi nell’ambito del percorso segnato dalla sinistra europea, specialmente di quella che ha voce in seno al Parlamento europeo.

Al riguardo tre documenti sono particolarmente importanti (e non in completo accordo l’uno con l’altro): a) quello di Renaissance for Europe, predisposto da un gruppo di lavoro guidato dal Prof. Paolo Guerrieri (Università La Sapienza di Roma) candidato al Senato in Liguria); b) lo studio Why Austerithy Should Be Delayed, predisposto dell’Office français des conjonctures economiques (Ofce) in collaborazione con due altri istituti di ricerca: l’Imk di Düsseldorf e l’Eclm di Copenhagen, su incarico del Gruppo socialista e democratico del Parlamento europeo (presentato l’11 e il 12 febbraio in due seminari a invito al Tesoro e in Banca d’Italia); c) il lavoro Relance du dialogue social et économique pour l’emploi et la formation, l’impératif industriel et la compétitivité, frutto di un seminario di due giorni di Confrontations Europe tenuto a Bologna lo corso ottobre, ma divulgato all’inizio di febbraio. Considero i primi due i più utili ai fini della definizione di una politica legislativa; nel terzo, ci sono molte idee, ma non articolate in modo coesivo come base di un programma.

Renaissance for Europe propone una scelta chiara e netta: un programma “simmetrico” di aggiustamento per tutti i paesi dell’eurozona – quelli con alti saldi positivi delle bilance dei pagamenti dovrebbero aumentare consumi interni e tassi di crescita al fine di facilitare il riassetto (riduzione dei saldi negativi dei conti con l’estero e incremento di consumi e investimenti) di quelli in disavanzo. Gli Omt (Outright monetary transactions) prospettati dal Presidente della Banca centrale europea Mario Draghi (ma mai creati) sarebbero “il ponte” per facilitare la transizione. La crescita più sostenuta dei paesi mediterranei e della Francia sarebbe lo strumento principale per ridurre il peso del debito. Il requisito per questa politica sarebbe una nuova governance europea.

Ci riuscirà un Governo Bersani dopo i tentativi (andati a vuoto) dei Governi Berlusconi e Monti in Italia, Sarkozy e Hollande in Francia, Rajoy in Spagna, e Coelho in Portogallo (Grecia e Cipro non erano, e non sono, neanche in condizione di tentare)? Dipende molto (nell’eventualità che si formi un Governo imperniato sul Pd) dalla capacità dei Ministri degli Affari esteri e dell’Economia e delle Finanze di incidere.

Why Austerithy Should Be Delayed propone invece una pausa alle politiche di austerità da riprendere verso il 2015. Il ragionamento verte essenzialmente sul ruolo del moltiplicatore fiscale in una fase di recessione. Attenzione a non confonderlo – come hanno fatto alcuni – con il moltiplicatore keynesiano, ossia con ciò che la spesa (pubblica o privata) attiva nel resto dell’economia (indotto, effetti esterni). Si tratta di quello che in gergo viene chiamato il fiscal multiplier ossia le implicazioni sull’economia reale delle manovre di finanza pubblica. Sul tema c’è da qualche anno un dibattito molto vivace animato principalmente da Olivier Blanchard del Mit, ora alla guida dell’analisi economica del Fondo monetario internazionale.

In breve, e senza entrare in dettagli tecnici, la “dottrina dominante” è che il fiscal multiplier è molto basso (0,3-0,7) in periodi di ciclo economico soddisfacente, ma elevato in fasi di recessione. Secondo le stime del rapporto, in recessione potrebbe essere attorno a 3 e arrivare sino a 31 (sic!). La proposta principale del documento è di attivare politiche di bilancio espansive nei prossimi due anni per attuare politiche anche severe di austerità quando il fiscal multiplier sarà a livelli più bassi. Il fiscal multiplier diventa, dunque, il deus-ex-machina della strategia europea di uscita dalla recessione. La letteratura sul fiscal multiplier (ben riassunta in un riquadro del lavoro) e soprattutto le analisi empiriche danno risultati contraddittori sulla sua effettiva capacità di avere effetti, e anche di stimarne il valore, nonché se funzioni in modo analogo se si riducono le spese pubbliche o si aumenta il prelievo tributario.

Proprio circa due settimane fa, il Fmi ha pubblicato un lavoro empirico (il Working Paper No. 12/286 firmato da Anja Baum, Marcos Poplawski Ribeiro e Anke Weber) sulle economie del G7 (escludendo, però, l’Italia per mancanza di dati). Le conclusioni sono un appello a non essere apodittici: il “moltiplicatore” varia a seconda del resto della politica economica di un Paese (specialmente di quella della moneta) e del momento del ciclo economico in cui viene stimato. Lo ha ribadito lo stesso Blanchard in un lavoro a quattro mani con Daniel Leigh diramato il 22 febbraio (NEBR Working Paper No. 18779).

Come ho sostenuto altrove in modo più tecnico, per l’Italia, ciò è anche un invito a darsi un apparato statistico e analitico all’altezza; ricordiamo che la matrice di contabilità sociale più recente risale a circa vent’anni fa (si tratta di strumento essenziale per stimare, con appropriata modellistica econometrica, il fiscal multiplier). L’Istat – è vero – sta lavorando a nuove stime, ma occorrerà aspettare un paio di anni prima che siano elaborate. Il lavoro di base su questi temi è stato chiuso dal primo Governo Prodi in quanto allora considerato di scarsa priorità. Verrà effettuato un cambiamento di rotta?

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