CROLLO BORSA/ Italia sotto attacco, ecco chi c’è dietro

- Mauro Bottarelli

Ieri la Borsa italiana ha perso quasi il 5% e lo spread tra Btp e Bund è tornato a salire. La situazione per il nostro Paese non è quindi delle più floride. L’analisi di MAURO BOTTARELLI

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Delle due l’una: o sono degli incompetenti, o sono dei pazzi. Oppure, hanno qualche inconfessabile strategia in atto. Ieri, Governo e Consob hanno dato prova di totale incapacità gestionale di un momento di questa delicatezza. Il primo, nella persona del premier uscente, Mario Monti, ha avuto l’acume politico e strategico di convocare un vertice d’emergenza a mezzogiorno con il ministro dell’Economia, Vittorio Grilli, il ministro degli Affari europei, Enzo Moavero Milanesi, e il Governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, sbandierandolo al mondo intero. Della serie, siamo nel panico totale ed è meglio che lo sappiate. Un bel segnale, non c’è che dire: il vertice andava fatto, ci mancherebbe altro, ma magari senza dirlo. Se proprio si deve, a cose fatte, un bel comunicato rassicurante e via andare. La seconda, quando all’ora di pranzo la Borsa di Milano già perdeva quasi il 5%, vietava le vendite allo scoperto prima su IntesaSanPaolo e poi su Banca Carige almeno fino a oggi e rendeva noto che stava considerando un bando generale sui titoli più trattati e misure per restringere i limiti di volatilità. Ora, anche un bambino sa che un provvedimento simile, utile solo nel brevissimo perché si può shortare utilizzando opzioni put, non va imposto a tempesta in corso. E siccome che oggi sarebbe venuto giù tutto era preventivabile, la strada era quella di imporre il divieto sulle vendite allo scoperto lunedì dopo la chiusura delle contrattazioni, se proprio si doveva (e dove non sono arrivate speculazione e Consob, ci ha pensato Bersani, il quale ha preso la parola alle 17 con la Borsa -3,90% e l’ha accompagnata in chiusura a -4,89%, grazie alle sue ipotesi di fantagoverno e, soprattutto, all’aver disatteso le aspettative del mercato: ovvero, le sue dimissioni da segretario per aprire l’era Renzi).

In questo modo, il mondo sa che IntesaSanPaolo non solo è vulnerabile, ma anche spaventata: non che fosse un segreto, ma incorniciare pure la notizia, pare masochismo allo stato puro. Esattamente come quello del Tesoro, il quale ha avuto la brillante intuizione di piazzare tra ieri e oggi aste plurimiliardarie di Bot a sei mesi e Btp a dieci anni, un atto che nemmeno la Svizzera – notoriamente stabile come un moloch – farebbe mai, vista la suscettibilità dei mercati. Detto fatto, l’asta dei Bot semestrali, primo test post-elettorale, ha fatto sì il pieno, ma con rendimenti quasi raddoppiati, schizzati all’1,237% dal precedente 0,731%. Quantomeno, l’emissione, per 8,75 miliardi di euro, è stata interamente assegnata. Oggi, sul test dei decennali, rischiamo un bagno di sangue, anche se lo spread assestatosi a 335 senza più muoversi, fa sentire puzza di compressione a orologeria e a tappe del nostro debito sull’intera curva. Insomma, forse il botto è rimandato. Com’era ovvio, infatti, ieri mattina anche il differenziale Btp/Bund è salito, fino a 348 punti, per poi ripiegare a 330, ampiamente sopra la cosiddetta quota Monti, il livello considerato gestibile (287 punti) ma comunque in area da codice giallo, usando un gergo ospedaliero, non certo ancora rosso.

Che fare, quindi? Come saprete, io ho tre convinzioni: questa sell-off è strategica e tutta speculativa, visto che tutte le banche d’affari nelle ultime settimane hanno emesso report su report, nei quali la prospettiva post-elettorale più probabile era proprio la cosiddetta ingovernabilità. Quindi, di sorprendente c’è ben poco, a meno che Grillo al 25% invece che al 20% valga un assalto alla diligenza simile. Secondo, sono certo che Mario Monti utilizzerà questo caos organizzato per riprendersi ciò che gli italiani, con il loro voto libero e democratico, gli hanno tolto. Terzo, gli spagnoli che piagnucolano perché li abbiamo contagiati con la nostra ingovernabilità si tappino la bocca, visto che lo spread del Bonos decennale ha preso solo 7 punti base di aumento ieri: hanno un sistema politico e finanziario marcio fino al midollo (non a caso, lunedì, all’uomo al centro dello scandalo mazzette che ha colpito il Pp, Luis Barcenas, è stato tolto il passaporto per evitare la fuga e imposto l’obbligo di presentazione bimensile in tribunale), le loro banche hanno già bruciato 40 miliardi di euro europei per essere salvate e sono più conciate di prima. Quindi, muti.

D’altronde, prepariamoci a essere nel mirino per un po’, stante ciò che circola sui desk dei trader londinesi da ieri mattina. JP Morgan lo ha detto chiaro e tondo: mutate il portafoglio sull’Italia in modalità risk-off, visto che le tre ipotesi di sviluppo della situazione comporteranno comunque instabilità. Sia il tentativo di creare una grande coalizione (70% di probabilità per JP Morgan), sia un accordo Bersani-Monti con aggregati senatori di Grillo o Pdl transfughi (15%), sia un nuovo voto (15%) sono ipotesi che spaventano e creano grossi buchi nelle già ridotte maglie di difesa italiane. Ecco, quindi, che JP Morgan raccomanda di stare lunghi sui Bund decennali e short sui Btp italiani pari durata, quelli che vanno in asta oggi e non solo prevede un ulteriore rallentamento dei rimborsi delle banche per il prestito Ltro alla Bce ma anche un netto deprezzamento dell’euro, previsto in area 1,20 sul dollaro e con i tassi del biennale tedesco destinati a tornare a 0 (ma guarda un po’, i tedeschi ci guadagnano sempre dalle nostre disgrazie…). Insomma, JP Morgan ha le idee chiare: portafoglio su trade a rischio zero sull’Italia, si vada lunghi sul Bund decennale con target a 1,35%, passare a neutrali sul bond a 5 anni del Belgio da posizione overweight e, soprattutto, shortare il Btp decennale italiani, visto che il rendimento andrà oltre il 5% già nei prossimi giorni. Non c’è che dire, un bel programmino.

Ma sono le note interne, quelle classificate come “my views only” a dover creare le maggiori preoccupazioni per la tenuta del sistema, visto che un memo circolante in una primaria banca d’affari e visionato dal sottoscritto in camera caritatis recitava quanto segue: «Lo scenario più probabile appare quello di una grande coalizione che faccia la riforma della legge elettorale, così da poter tornare al voto il prossimo anno… Berlusconi ha 76 anni, capitalizzerà il risultato ma non ha un visione di medio-lungo termine e non ha un successore. Il centrosinistra ha scelto il candidato sbagliato alle primarie e il potere di veto e influenza dei sindacati sarà colpito da questo risultato. Con ogni probabilità sarà eletto un leader più giovane e centrista (Renzi), visto che gli elettori sanno che con Bersani-Fassina si perderebbe ancora. Monti appare finito».

Quindi, quale sviluppo? «Se lo scenario prospettato prenderà forma, si giungerà a una grande coalizione per la riforma della legge elettorale e per emarginare Grillo e i sentimenti populisti. Serve a tal fine un’alternativa a Monti, colpito pesantemente dal fallimento elettorale. A quel punto un nuovo centrosinistra senza ali estreme potrà governare il Paese». La frase finale del memo, poi, chiarisce ancora meglio la strategia: «A quel punto, tenete d’occhio la debolezza di aziende italiane di qualità per comprare, soprattutto quelle con un’alta percentuale di mercato estero».

Cinture allacciate e nervi d’acciaio, quindi. Per quanto chi specula non abbia scrupoli, sfondare l’Italia non è operazione senza conseguenze. E Berlino e Parigi lo sanno. Soprattutto quest’ultima, visto che ieri il ministro dell’Industria francese, Arnaud Montebourg, ha detto chiaro e tondo nel corso di una conferenza stampa di essere «favorevole a un euro meno forte, ritengo una buona notizia il deprezzamento della valuta comune nei confronti di altre monete (da inizio febbraio, un -4,6% sul dollaro, ndr) e spero che questo trend continui». Inoltre, «penso che l’approccio della Bce debba essere più pragmatico e meno dogmatico. Dovrebbe agire di più come fanno le altre banche centrali, le quali stanno monetizzando il debito, un qualcosa di naturale perché direttamente legato agli errori compiuti dall’industria bancaria, errori che la Bce non ha saputo monitorare sufficientemente in passato». È guerra, quindi ma a occhio e croce, questa volta è la Germania che rischia di rimetterci di più. Noi, per quanto conciati, siamo davvero “too big to fail”.

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