PROPOSTA SHOCK/ Ecco il “tallone d’Achille” dei tagli di Berlusconi a Imu e Irap

- Giuseppe Pennisi

Ieri Silvio Berlusconi ha presentato un pacchetto di misure, tra tagli e riforme, che intende attuare in caso di vittoria alle prossime elezioni. Il commento di GIUSEPPE PENNISI

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La “proposta shock” presentata ieri da Silvio Berlusconi a Milano è, sotto molti punti di vista, analoga al programma stilato, soprattutto da Antonio Martino, con cui nel 1994 il Cavaliere sorprese tutti e vinse le elezioni. Occorre chiedersi se è fattibile e se è realizzabile. I due termini vengono spesso utilizzati come sinonimi. I puristi della lingua italiana e del lessico economico intendono, con i due aggettivi, concetti differenti. “Fattibilità” vuol dire se sotto il profilo tecnico-economico il progetto può essere portato in porto. “Realizzabilità” se ci sono le condizioni istituzionali, politiche e sociali per attuarlo.

Il punto centrale, a mio avviso, non è l’abolizione di alcune imposte (prima tra tutte l’Imu) profondamente odiate dagli italiani e le operazioni di finanza straordinaria (quali l’accordo con la Repubblica Elvetica) per utilizzare capitali detenuti (in modo più o meno celato) da italiani all’estero. Su questi punti e sulla restituzione dell’Imu sulla prima casa pagata nel 2012 ci sono indubbiamente enfatizzazioni demagogiche collegate alla campagna elettorale. La chiave è la riduzione di 80 miliardi di euro della spesa pubblica in cinque anni – ossia di due punti percentuali l’anno.

Curiosamente, anche se negli anni dei Governi Berlusconi la spesa pubblica è aumentata di circa 150 miliardi, ci sono le condizioni perché tale aspetto (la trave di volta di tutto l’edificio) sia ora “fattibile” proprio grazie alle misure messe in atto negli ultimi quindici anni dai Governi che si sono avvicendati. Sono in gran parte strumenti tecnici, di cui poco si è parlato al di fuori degli ambienti specialistici. Il più importante è la legge 196/2009, che trasforma il bilancio “di competenza” in bilancio “di cassa” e le varie norme da essa derivate: da quelle sulla spending review (ivi comprese quelle elaborate e approvate ai tempi del Governo Prodi) al Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri (Dpcm) del 3 agosto scorso (pubblicato in Gazzetta Ufficiale solo a fine novembre) sulla valutazione degli investimenti pubblici. Tale Dpcm può essere facilmente esteso alla spesa di parte corrente – come d’altronde fatto, negli Stati Uniti con l’unica legge che, approvata nel 1982 dalla prima Amministrazione Reagan, non è stata da allora mai modificata in quanto lo stesso Ministro del Bilancio dell’Amministrazione Obama sostiene che “funziona perfettamente”.

A questo impianto normativo che consente, se si vuole, di valutare la spesa e scegliere con oculatezza cosa e come tagliare, corrisponde un lavoro iniziato vent’anni fa dall’Ispe (Istituto studi per la programmazione economica, successivamente trasformato in Isae, Istituto studi e analisi economiche e infine incorporato all’Istat) e trasferito, poi, in varie amministrazioni dello Stato per la quantizzazione dei costi standard. Per i maggiori settori di spesa pubblica, dopo vent’anni di lavoro, cifre ormai esistono, spesso con un buon margine d’errore, ma tali di consentire di arginare i maggiori sprechi. Tecnicamente, quindi, il progetto appare fattibile.

È molto più difficile dire se e in che misura, la “proposta shock” sia realizzabile. Richiede, infatti, misure drastiche che si possono applicare unicamente con una vasta maggioranza parlamentare e una forte credibilità interna e internazionale. La proposta ha apertamente l’obiettivo di dare agli italiani quella speranza e quella fiducia che ora sembra a loro mancare. In molte occasioni, l’Italia ha dato prova di saper trovare la tensione necessaria a risalire la china se ha obiettivi chiari e condivisi. Vent’anni fa, dopo la crisi del 1992-93, tali obiettivi chiari e condivisi furono quelli di entrare nel gruppo di testa dell’unione monetaria.

Senza dubbio, chi ha redatto i punti essenziali della proposta conosce bene quella che gli economisti chiamano la “neuro-macroeconomia”, ossia l’impatto dei comportamenti e della psicologia sull’economia. Basta un progetto tecnicamente fattibile, per ridare agli italiani quella fiducia in Berlusconi che, a torto o ragione, sembrano avere perso? Quale parte dell’elettorato indeciso “moderato” si rivolgerà al binomio Pdl-Lega e quanta andrà invece alla coalizione di centro, al Fare e altre liste? La realizzabilità – si è detto – necessita di una larga e solida maggioranza in Parlamento.

Andiamo, poi, al piano internazionale. Nel 1994 e ancora nel 2001 e nel 2008 la promessa di una politica di arretramento del perimetro dello Stato in Italia suscitò varie aspettative all’estero, specialmente in seno all’Unione monetaria europea. Oggi ha ancora quello smalto? Non sembra proprio se Deutsche Bank (oggi con un bel poi di guai) è indicata, a torto o a ragione, come il veicolo di chi avrebbe orchestrato nell’autunno 2011 la manovra di vendita per fare andare alle stelle lo spread di titoli italiani rispetto a quelli tedeschi e mandare a casa il Governo guidato da Silvio Berlusconi.

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