FINANZA/ Dominick Salvatore: la Bce può salvare l’Italia, basta “convincere” Draghi

Per DOMINICK SALVATORE, le difficoltà dell’Italia sono principalmente tre e per salvarla dalla recessione occorrerebbe un intervento della Banca centrale europea

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Il presidente della Bce, Mario Draghi (Infophoto)

Si permetta brevemente a chi scrive di far cenno del brivido avvertito durante questa intervista al Professor Dominick Salvatore, economista italiano nato a Napoli nel 1940, ma trasferitosi da giovanissimo (1954) negli Stati Uniti. Lì consegue la laurea in Economia e il dottorato di ricerca, per poi diventare professore ordinario e direttore dal 1986 al 1992 della Fordham University di New York. Attualmente ne è ancora docente di Economia. Oggi è presidente dell’Associazione Nazionale di Economisti di economia internazionale, vicepresidente dell’Accademia delle scienze di New York, consulente delle Nazioni Unite, consulente della Banca Mondiale e consulente del Fondo monetario internazionale. Salvatore è in questi giorni in Italia per un ciclo di workshop organizzati da Valore, società milanese di consulenza ed education, presieduta dal Professor Francesco Sansone. Lo abbiamo incontrato e gli abbiamo chiesto cosa pensa della situazione italiana; a lui che ha l’Italia nel cuore ma che la vede da un osservatorio virtuoso e poco interessato ai campanilismi della nostra informazione e della nostra politica. E quello che vede è soprattutto «l’incapacità della nostra classe dirigente, per la sua instabilità e scarsa competenza, di attuare riforme strutturali che permetterebbero un intervento di copertura della Bce in Italia, che in assenza di tali riforme l’Eurotower non può giustificare ai mercati».

Professor Salvatore, il Fondo monetario internazionale ha indicato la crisi dell’Italia come problema per la stabilità globale. Come vede nel suo insieme la situazione italiana?

In Italia abbiamo tre problemi: il primo è di ordine politico, c’è troppa instabilità e senza riforme politiche e strutturali non si va avanti; il secondo è che, anche se avessimo un governo stabile, l’Italia è in un momento di grave recessione e sappiamo bene quali sono le politiche da adottare in recessione: espansione monetaria e fiscale. La politica monetaria di espansione l’ha fatta la Bce per l’Europa intera e l’ha fatta al massimo possibile, con tassi di interesse dello 0,75% e con immissione di liquidità mai vista prima. Per quanto riguarda la politica fiscale, l’Italia dovrebbe fare una politica di espansione per curare la congiuntura, ma siccome l’Italia ha un forte debito pubblico non può farla perché i mercati picchierebbero duro.

E allora cosa fare?

Qui sarebbe necessaria la copertura della Bce: all’Italia dovrebbe essere permesso di ridurre le tasse (e non di aumentarle come è stato fatto sino a oggi) e di aumentare le spese temporaneamente per risolvere il problema congiunturale. Non lo si può fare perché i mercati ci picchiano con i tassi di interesse sul debito sovrano insostenibile… È qui che la Bce dovrebbe venire incontro all’Italia permettendole di diminuire le tasse e aumentare le spese.

In che modo e in quali condizioni la Bce potrebbe fare questo?

La Bce potrebbe dare una copertura importante all’Italia, ma non lo fa perché vuole in cambio riforme strutturali che l’Italia non è in grado di promettere e di attuare, oltre a ritirare il debito che è eccessivo… anche se l’Italia in questo momento ha un’economia quasi virtuosa: il rapporto debito/Pil è più basso rispetto a qualsiasi altra nazione europea eccetto la Germania. Quindi ci sarebbe lo spazio per questa copertura, ma senza le riforme strutturali che la Bce chiede la copertura non arriverà mai e la recessione non sarà curata. Infatti, anche per quest’anno sarà recessione e per il 2014, nel caso, si prevede una crescita molto anemica per essere l’Italia un Paese avanzato.

 

Qual è il terzo problema di cui parlava?

 È il problema strutturale che si è creato negli ultimi 20 anni: l’Italia ha preso una strada verso il declino. L’Italia è un Paese ricco, ma dopo questi 20 anni di declino è in una situazione drammatica.

 

A cosa è dovuto questo problema strutturale?

Non è solo questione di riforme che non si fanno, ma anche di un Paese avanzato con una bassa produttività: un’ora media di lavoro oggi produce meno di 10 anni fa anche di fronte a migliori tecnologie, migliori tecniche e più capitali. È quasi impossibile a credersi, ma dal 2000 il costo unitario del lavoro è aumentato del 40% rispetto alla Germania. Così si perde naturalmente competitività internazionale. Da qui l’esigenza di riforme strutturali.

 

Quali riforme andrebbero attuate in modo prioritario?

Per fare le giuste riforme bisogna cogliere la reale entità dei problemi. Ora: la pressione fiscale in Italia è la più alta rispetto a qualsiasi Paese avanzato eccetto la Francia. Se l’Italia ottenesse benefici, potrebbe anche andar bene, ma questo non accade; in secondo luogo, avviare un’attività in Italia costa 20 volte di più che in Inghilterra: un imprenditore che vuole creare produzione e posti di lavoro viene scoraggiato, afflitto da una burocrazia incredibile… a cosa servono le norme se non a proteggere i lavoratori, i consumatori e l’ambiente? Com’è che questo avviene in Inghilterra (dove lo start-up di un’attività costa 20 volte meno), in Francia (15 volte meno), negli Usa (20 volte meno) e non in Italia? Vogliamo dire che questi paesi non proteggono i lavoratori, i consumatori e l’ambiente? La verità è che ci sono molte riforme da fare.

 

Le più urgenti, secondo lei, quali sono?

Per esempio, la riforma del lavoro. Alcune cose sono state fatte, ma con questa disciplina è impossibile operare. Poi le infrastrutture: sappiamo quanto siamo indietro rispetto ai paesi più industrializzati del G5 e del G7. Gli investimenti esteri in questo Paese sono la metà di quelli in Spagna, non abbiamo grandi imprese (9 su 500 sono grandi imprese in Italia, in Inghilterra 26, in Germania e Francia 22). È vero, abbiamo la Pmi, ma nell’economia globale diventa sempre meno importante e fatica a valorizzare le sue innovazioni, perdendole… quando va in Cina è un bagno di sangue. Per intenderci, quando Volkswagen va in Cina, ci va come sistema: con le sue banche e i suoi fornitori. Allora è inutile dire che bisogna fare le riforme quando non si conosce l’entità del problema… quello che si è fatto a oggi in materia di mercato del lavoro è assolutamente insufficiente.

 

E poi?

La scuola: rispetto alle graduatorie internazionali, l’Italia è all’88° posto su 133 nazioni. Ci vuole tempo per risolvere problemi accumulatisi negli ultimi 20 anni. Il problema è che quando si fanno riforme strutturali, si vedono subito i costi e poi i benefici: questo è il motivo per cui si fa fatica a fare riforme in periodo congiunturale. Quindi la cosa fondamentale è risolvere il problema politico e rispondere alla recessione. Altrimenti l’Italia continuerà a essere fanalino di coda nella crescita. È auspicabile che il sindacato intelligente collabori con le imprese per quell’aumento di produttività che può giustificare e valere aumenti di salario.

 

Il debito totale di un sistema economico di un Paese è fatto di quattro debiti: quello pubblico, quello privato delle famiglie, quello delle imprese e quello delle banche. Se i debiti delle famiglie e delle imprese non vengono pagati, diventano debiti delle banche, che per non esser lasciate fallire diventano debito di stato.È ciò che è successo negli Usa dal 2008, dove son saltate le banche e lo Stato per salvarle ha di fatto “nazionalizzato” il debito privato trasformandolo in pubblico. Da questo punto di vista la situazione italiana non è certamente la peggiore. Lei crede che anche noi corriamo un simile rischio?

 È vero, l’Italia possiede ricchezza pubblica e privata. Ci sono nazioni che pur avendo un debito pubblico inferiore all’Italia sono meno ricche. Solo che il sistema politico e amministrativo è disastroso, fatto di regolamenti inutili e nocivi che non permettono agli imprenditori di crescere. Anzi, questi vedono portarsi via know how e innovazione. La verità è che abbiamo Piccole e medie imprese che sono dei gioielli, ma non sono sufficienti a trainare l’economia. La cosa è più grave di quanto sembri e si sta assistendo a uno smantellamento dell’economia e dell’industria italiana.

 

Tra rappresentanti delle Istituzioni che minacciano di occupare le fabbriche e la carenza di politiche industriali, come può fare l’Italia ad attrarre capitali esteri?

 Attenzione, perché dovremmo essere noi a valorizzare i nostri gioielli che invece ci facciamo soffiare dagli investitori stranieri, i quali dovrebbero invece investire in settori da noi meno coperti. Tutte le catene dei grandi alberghi sono possedute da investitori stranieri. Ciò significa che lasciamo esportare a basso costo competenze e profitti. Anche chi ha interesse nel migliorare la situazione spesso non conosce la teoria economica, e senza la conoscenza della teoria è come entrare in una sala buia e cercare l’interruttore della luce. Certo, poi bisogna conoscere il mondo reale e ci vuole anche un po’ di buon senso. In Italia spesso gli economisti si compiacciono della loro conoscenza astratta, gli uomini di economia e finanza spesso ignorano la teoria, chi conosce entrambe le prospettive spesso manca di buon senso… È una vera ingiustizia, perché in Italia ci sono intelligenza e grandi capacità.

 

A proposito di Usa, la Federal Reserve sta tuttora attuando una politica espansiva convinta che ciò dia dei buoni risultati sull’occupazione. È proprio così?

La politica espansiva della Fed ha avuto buoni esiti durante la recessione, ha cioè evitato che questa diventasse più profonda. Se non ci fosse stata una politica monetaria e fiscale di forte espansione, la recessione sarebbe diventata una grande depressione. Alcuni sostengono che il tasso di disoccupazione è diminuito, è sceso infatti dal 10% al 7,8%. Si tratta però di una diminuzione artificiale, che non indica la situazione reale del mercato del lavoro. Tuttavia ora il problema è strutturale, non c’è più recessione ma si cresce troppo lentamente: servono risposte strutturali. Non è un problema congiunturale, ma Obama continua a rispondervi con politiche congiunturali.

 

Per quale motivo si tratta di una diminuzione artificiale?

Durante gli ultimi 3 anni il 5% delle forze lavorative ha abbandonato il mercato del lavoro. Vale a dire che tali forze hanno smesso di cercare lavoro, non sono più disoccupati. Quindi il tasso di partecipazione al lavoro è diminuito di 5 punti… questi lavoratori non cercano più, non sono più disoccupati ma sono inattivi. Quindi bisogna tenere conto, oltre al 7,8% di disoccupati, di questo 5% di inattivi. Il Pil reale degli Usa cresce annualmente del 2%, e ciò non comporta un grande aumento dell’occupazione. Infatti, gli Usa negli ultimi 4 anni hanno solo assorbito le nuove leve lavorative, lasciando senza lavoro 5 milioni di persone che lo hanno perso. Paragoniamo questa situazione alla recessione dell’81-82 (Presidente R. Reagan, ndr): nei due anni successivi alla recessione, il tasso di crescita del Pil reale era del 6,5%. In due anni hanno recuperato tutti i posti di lavoro persi. Invece adesso siamo fermi, le cose stanno migliorando ma non sono assolutamente adeguate agli Usa.

 

Cosa pensa del caso Cipro e delle decisioni dell’Ue?

Si tratta di una politica pericolosa: domani i medesimi provvedimenti potrebbero essere imposti ad altre economie in difficoltà. Certo, Cipro è sull’orlo della bancarotta e ha bisogno di fondi per evitarla: è normale che l’Europa aiuti Cipro e che chieda a Nicosia di fare la sua parte. Però l’imposta del 40% sui conti oltre i 100.000 euro è molto alta, anche se nella maggior parte dei casi si tratta di imprenditori stranieri che hanno fatto profitti. Cipro è piccola, ma potrebbe innescare un contagio pericoloso: se la si lasciasse andare in bancarotta, ciò comporterebbe problemi anche per l’Italia che si trova in difficoltà e in un momento di grande instabilità politica.

 

(Giuseppe Sabella)

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