FINANZA/ Dalla Slovenia un allarme per l’Italia

- Mauro Bottarelli

Mentre Cipro cerca di tornare alla normalità, ci sono altri paesi in difficoltà, tra cui la Slovenia. Che potrebbe creare dei problemi per l’Italia. L’analisi di MAURO BOTTARELLI

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Immagine d'archivio

Ma quante altre Cipro ci sono in Europa? Una di certo, la Slovenia. La quale, negli ultimi dieci giorni, data di insediamento del nuovo governo, ha visto il rendimento del suo bond decennale salire di qualcosa come 120 punti base (come si nota nel grafico a fondo pagina). Il perché è presto detto. Non appena insediatasi, il premier sloveno, Alenka Bratusek, ha così risposto a chi le chiedeva conto della necessità per il suo Paese di rivolgersi alla Troika: «La Slovenia non ha bisogno di aiuti internazionali per contrastare la crisi e ce la farà da sola a risolvere i problemi del settore bancario». Come? Ora, la Slovenia ha subito un destino molto simile a quello irlandese, ovvero una bolla immobiliare che ha lasciato appeso al gancio il sistema bancario: servono 3 miliardi di euro per il finanziamento e il precedente governo aveva proposto uno spacchettamento del sistema bancario e la creazione di una bad bank. Niente da fare e visto il precedente cipriota, nonostante in Slovenia i conti correnti non assicurati (ovvero sopra i 100mila euro) siano una parte minoritaria del totale, il governo vuole prevenire una possibile fuga di capitale. Come? Suicidandosi, visto che la risposta del ministro delle Finanze è stata questa: «Ci rivolgeremo sicuramente al mercato obbligazionario, ovviamente in base al sentiment del mercato stesso». E il sentiment è quello che vedete nel grafico: gettare carne sanguinolenta in una vasca di squali, amici sloveni, non è una buona idea: pensate che il bond biennale nell’arco della scorsa settimana ha triplicato il suo rendimento, passando dall’1,2% al 4,26%. E se si arriva all’inversione della curva dei tassi, è la fine.

Il problema è che la Slovenia, rispetto a Cipro, ha qualche piccolo problema accessorio in più per l’Italia e in meno per la Germania, come dire che la Merkel può fregarsene, lasciare morire Lubiana e godersi la vittoria elettorale in settembre, tanto a rimetterci saranno le banche italiane. Benché il settore bancario in Slovenia sia molto più piccolo di quello cipriota, (le attività bancarie a Cipro sono pari al 710% del Pil, mentre in Slovenia sono il 145%), il rapporto tra depositi e prestiti molto più elevato, pari al 153% rispetto al 105% di Cipro. Fonti Bloomberg, poi, danno T-Bill sloveni pari un 1,503 miliardi di euro in scadenza nel 2013, quindi altri soldi per onorare la maturity. Ma il problema è altro. L’esposizione delle banche tedesche verso la Slovenia è molto più bassa rispetto a Cipro (7,6 miliardi di euro contro 3,1), mentre per l’Austria e l’Italia le cose cambiano, poiché hanno una maggiore esposizione verso Lubiana rispetto a Nicosia: per l’Austria sono 12,6 miliardi verso la Slovenia contro 0,9 miliardi di euro per Cipro, mentre per l’Italia si tratta di 7,6 miliardi di euro rispetto agli 1,3 miliardi verso Cipro.

Insomma, una crisi slovena rischia di far male alle nostre banche, le quali già di per sé non scoppiano di salute, nonostante i certificati medici del Fmi (il quale, stranamente, si preoccupa di chiedere interventi e controlli sulle fondazioni, certamente non pensando a Mps ma a una geograficamente più vicina proprio alla Slovenia). I prestiti non-performing delle tre principali banche slovene hanno raggiunto il 20,5% del totale, con un terzo di tutti i prestiti coprporate – quindi alle aziende – che stanno per tramutarsi in sofferenze.

Per Lars Christensen di Danske Bank, «la Slovenia ha perso competitività da quando è entrata nell’euro e si sta avviando verso un lento collasso economico. Finora i mercati sono stati molto compiacenti, ma è da parecchio tempo che si sa che le banche slovene hanno bisogno di essere ricapitalizzate. Farlo ora, in questo clima di sfiducia e paura, sarà però davvero difficile». Il Fmi si aspetta che l’economia slovena si contragga del 2% quest’anno, dopo il -2,3% del 2012: «Serve un piano credibile per risolvere il combinato di stress finanziario, consolidamento fiscale e bassa crescita del settore privato, altrimenti l’accesso ai mercati e il ristabilimento della fiducia appare a rischio».

Per Tim Ash di Standard Bank, il destino di Lubiana è segnato: «La Slovenia sta avviandosi inevitabilmente verso un salvataggio. L’Ue si è letteralmente sparata in un piede agendo in quel modo a Cipro». E ancora. Mercoledì prima Rbs certificava come «la Slovenia stia vivendo un’acuta e severa crisi del settore bancario», poi Credit Agricole pubblicava un report nel quale si diceva certa che «se ci sarà necessità di salvataggio della Slovenia, questo avverrà attraverso il meccanismo Esm», insomma non attraverso il “modello Cipro”: quindi, manca poco e Lubiana si metterà in coda a Bruxelles con il cappello in mano. Non male per un Paese di soli due milioni di abitanti, entrato nell’euro nel 2007 con grandi grancasse mediatiche, visto che era il primo dell’ex blocco comunista. Insomma, l’abbraccio mortale dell’euro fa più vittime di Ebola.

E cominciano a rendersene conto anche in paesi che non fanno parte dell’eurozona, ma hanno una valuta sopravvalutata proprio a causa della scelta di un peg con l’euro, come la Bulgaria. In piena crisi politica dopo le dimissione di fine febbraio del primo ministro, Boiko Borisov e ancora scottata dall’iperinflazione che la colpì negli anni Novanta, Sofia si ritrova – proprio a causa del peg valutario – a scontare il disallineamento dell’euro, un’anticamera che la vede nella medesima posizione di Grecia, Portogallo e Spagna. Insomma, svalutazione interna alle porte, visto che le dinamiche macro del Paese stanno scontando le stesse problematiche dei Paesi periferici dell’eurozona: in primis, costo per unità di lavoro e livelli di produttività.

A dirlo, il IV Report del Fondo monetario internazionale. Solo per capire come il peg con l’euro abbia schiacciato le potenzialità economiche del Paese, basta dire che l’output bulgaro oggi è del 2,5% sotto il livello del 2008. L’Ucraina sta facendo molto meglio, anche la Moldavia, per non parlare della Turchia: la lezione è sempre la stessa, se vuoi sviluppare un’economia prospera, stai lontano dall’euro. La stessa Commissione ha ammesso che il tasso di chi soffre di “severa privazione materiale” in Bulgaria è salito dal 2008 a oggi al 44%, la Lettonia è al 31%. Il tasso ufficiale di disoccupazione è del 12,3% ma calcoli meno “ottimistici” parlano già del 19%. Certo, qualcuno mi farà notare che anche la Lettonia ha una valuta legata all’euro da peg ma ha anche la sorellona Svezia che le mantiene in piedi il sistema bancario e, nonostante questo, il reddito pro capite è ancora la metà della media Ue, ha il 23% di disoccupazione e l’output è del 7% più basso rispetto al picco del 2008. Insomma, la morale di questo articolo, ricavatevela da soli. Buona Pasqua.

 

P.S.: Guardate l’immagine qui sotto, è tratta dal forum Bitcointalk.org ed è la fotografia della schermata di una pagina di internet banking di una media azienda cipriota che si occupa di information technology. Questa è la spiegazione fornita da uno dei titolari nel forum: «La maggior parte dei nostri assets circolanti sul conto corrente dell’azienda sono bloccati. Sono oltre 700mila gli euro che ci hanno espropriato per ripagare il debito nazionale. Ne rivedremo forse il 20% tra 6-7 anni. Io non sono un oligarca russo, ma il titolare di un media azienda di IT europea. Migliaia di altre aziende come la mia a Cipro sono nelle medesime condizioni. Il mio business è definitivamente rovinato, tutti i lavoratori ciprioti saranno licenziati. Stiamo trasferendoci in una piccola nazione dei Caraibi dove hanno maggior rispetto per la proprietà della gente. Stiamo inoltre pensando di usare Bitcoin per pagare gli stipendi e i fornitori. Un ringraziamento speciale a: Jeroen Dijsselbloem, Angela Merkel, Manuel Barroso, il resto dei funzionari della Commissione Europea». Non ho parole da aggiungere. Anzi, non ho proprio più parole.

 



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