FINANZA/ Forte: quel “piede fuori” dall’Europa può salvare l’Italia

- int. Francesco Forte

La situazione politica italiana allarma l’Europa, preoccupata che non vengano rispettati gli accordi sui conti pubblici. FRANCESCO FORTE ci spiega cosa può fare ora il nostro Paese

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La situazione politica italiana preoccupa l’Europa. “Bisogna contribuire alla stabilità dell’Unione e rispettare gli accordi per mettere in sicurezza l’euro”, ha detto il nuovo presidente dell’Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem. In termini più chiari, riguardo all’aggrovigliata situazione italiana, l’Europa sostiene: “Ognuna delle parti interessate nella vicenda politica italiana deve contribuire alla stabilità dell’eurozona e rispettare gli accordi che abbiamo preso per mettere in sicurezza l’euro”. Tra i vari paesi membri c’è qualche analisi differente sul voto di protesta in Italia. Per Dijsselbloem, per i finlandesi, per i lussemburghesi e per gli austriaci, non è stato una condanna della politica dell’austerità anche perché, secondo il presidente dell’eurogruppo, “il partito che è diventato primo non è per nulla antieuropeo”. E aggiunge pure: “Fatico a pensare che le elezioni in un Paese dicano qualche cosa per tutta l’eurozona”. Ma i francesi si discostano da questa analisi. Ci sono critiche su questa austerità senza crescita. Il fatto è che i francesi pensano soprattutto a salvaguardare i loro interessi, magari scantonando da alcuni accordi come quello sul deficit. Francesco Forte, ex ministro delle Finanze, docente di Scienza della finanze, non si stupisce di questa posizione europea, ma pensa che l’Italia debba reagire con delle sue politiche di espansione economica.

In quale modo?

Il voto di protesta italiano, il successo di Beppe Grillo e del suo movimento ha due aspetti. C’è da un lato la delegittimazione sistematica della politica fatta dagli organi della grande stampa. È stata condotta senza alcun criterio e facendo di tutta un’erba un fascio. Basta guardare quello che è stato detto sulla Lombardia, che era ben governata, e in parte anche sul Lazio, dove stavano emergendo alcune cose positive. C’erano fatti da condannare, ma ripeto è stata fatta di tutta l’erba un fascio. Dall’altro lato c’è lo stato di depressione economica in cui è precipitato il Paese, a causa della politica del “governo dei tecnici”, che facendo una manovra dello 0,9% del Pil ha prodotto una contrazione del 2,4%. Usando oltretutto strumenti discutibili e in alcuni casi terroristici, quando diceva che eravamo sull’orlo del baratro. L’elenco delle iniziative che hanno depresso il Paese è molto lungo e lo abbiamo fatto più volte.

A suo parere la politica economica del “governo dei tecnici” ha fatto da detonatore a una protesta che è stata alimentata e che comunque viene da lontano?

Non c’è dubbio che le scelte fatte dal governo di Mario Monti abbiano fatto da detonatore. E credo che, con il suo operato complessivo, abbia messo nei guai anche il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano.

Sulla politica di austerità ci sono molti ripensamenti, anche nel Partito democratico. Non solo in Pier Luigi Bersani, ma da molto tempo anche nel responsabile economico Stefano Fassina.

Qui non si tratta di operare un allentamento della politica di austerità come dice Bersani o di interventi pubblici come dice Fassina. Questo poteva andare bene un anno fa, prima della “cura” di Monti. Oggi se si mettesse in campo una soluzione come quella di Stefano Fassina saremmo commissariati.

 

Ma allora, professor Forte, in una simile situazione com’è possibile per l’Italia fare delle scelte di espansione economica ? Da un lato c’è l’Europa, dall’altro si vive nella depressione economica…

L’Europa, teutonica, e anche cinica, non ci darà affatto una mano. La sua politica ci è ostile e di questo occorre prenderne atto. Occorre sapere trattare, magari tenendo un “piede dentro”, con l’euro, e un “piede fuori”, facendo come i mercanti veneziani, andando a incrementare il nostro export a Est, fino in India, toccando i paesi del Nord Africa. Noi non abbiamo aziende secondarie. Oggi la Fiat è una multinazionale e sul mercato europeo può giocare un ruolo che infastidisce la stessa produzione di macchine tedesca. Finmeccanica ed Eni sono due belle realtà. Quale è il vero problema? È che le politiche di espansione economica dobbiamo farcele noi, non aspettarcele dall’Europa, pur rispettando le regole che ci legano sul bilancio e sul deficit.

 

Come si può realizzare tutto questo?

La scelta può essere una grande deregolamentazione, un ricorso al capitale privato anche per le infrastrutture. Occorre flessibilità, e finalmente un’autentica riforma sul lavoro. Dobbiamo rispettare i parametri europei, per tenere un “piede dentro”, ma dobbiamo poi curare i nostri interessi, cioè avere quello che ho detto il “piede fuori”. Non vedo altre strade possibili. In Europa, anche gli altri Paesi fanno bene i loro interessi. Basta guardare la Francia e la stessa Germania.

 

Ma chi al momento in Italia, può operare simili scelte?

Certo ci vorrebbe un governo capace e magari un grande leader. Ma potrebbe al limite bastare anche un “governo tecnico” per operare alcune scelte di fondo, che sono decisive per l’Italia. Comunque il tempo, probabilmente sei mesi difficilissimi, ci costringeranno a fare queste scelte.

 

Bisognerà schivare e dribblare molti ostacoli.

Non c’è alcun dubbio. Qui ci troviamo in una situazione che per certi aspetti è paradossale. Ma dove esiste un leader politico che sta fuori dal Parlamento e dirige tutto da casa sua? Un leader che oltretutto continua a parlare male dei politici. Poi ci saranno passaggi ancora più delicati, come il “fantasma” di un nuovo 1992, con una svendita delle nostre aziende, con un’altra ondata di “privatizzazioni”.

 

(Gianluigi Da Rold)

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