FINANZA/ Ecco perché all’Italia conviene la lira

- Giovanni Passali

La moneta sorge e si afferma, sottolinea GIOVANNI PASSALI, laddove c’è un popolo capace di generare fiducia sociale, di sostenere e trasmettere un comportamento che favorisce il bene comune

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In Europa si aggira un fantasma: la moneta unica. Oggi viviamo tutti ancora nell’illusione di avere una stessa moneta: ma come non si può stabilire per legge che il sole è blu (si potrebbe fare una legge, ma il sole rimarrebbe ostinatamente giallo) o che il mare è giallo, così non si può fare una legge per cui c’è una moneta unica. La moneta, come ho spiegato altre volte, si poggia sulla fiducia sociale. Cioè si poggia sul popolo, sulla sua cultura, sulla sua capacità di generare fiducia. Questa è la linfa degli scambi commerciali, che una moneta può far emergere. Ma popoli diversi, con culture diverse e sistemi di valori diversi, avranno una diversa capacità di generare la fiducia sociale. E quindi avranno monete diverse.

Il fatto che da qualche anno in Europa circolino in stati diversi monete tutte con lo stesso nome è solo un gigantesco inganno culturale e monetario. Ora anche a Cipro si sono brutalmente accorti di non avere la stessa moneta che circola in Germania, pure se ha lo stesso nome. Ma alcuni se ne erano accorti già da tempo: il governo, che per ottenere quella moneta, doveva accettare tassi di interesse sempre più esosi. E lo stesso le imprese, che così non potevano concorrere con le altre europee, a causa dei differenti tassi di interesse. E se ne sono accorte anche le imprese italiane, che hanno lo stesso problema, al confronto con le concorrenti francesi e tedesche. Ma ora, da qualche giorno, se ne sono accorti tutti i ciprioti: blocco dei conti correnti, limitazioni ai bancomat, filiali chiuse per decreto; tutto in attesa della decisione dei governo sul prelievo forzoso sui conti correnti dei cittadini.

A Cipro c’è proprio una moneta differente. A completare l’opera ci si è messo pure Jeroen Dijsselbloem (e chi sarebbe?), Presidente di turno dell’Eurogruppo (e chi sarebbero? Ah, il centro di coordinamento dei ministri delle finanze degli stati europei), il quale ha pensato bene di dichiarare che la soluzione applicata a Cipro può diventare un modello da applicare in seguito ad altri stati. Erano almeno dieci giorni che la Bce si affannava a tenere calmi i mercati, spiegando che la situazione cipriota era un caso unico, una situazione eccezionale, irripetibile; e questo signore con una battuta scopre gli altarini e fa buttare a mare il piano di comunicazione della Bce. Così le borse europee hanno perso valore, e quella italiana è caduta pesantemente, per colpa di un burocrate. Del resto, cosa ci si può aspettare, se la politica in Europa è quella di mettere in ruoli delicatissimi personaggi oscuri, funzionari di secondo piano, personale che nessuno conosce? Herman Van Rumpuy? Chi lo conosceva, prima che diventasse il Presidente del Consiglio Europeo? E Olli Rehn, commissario europeo per gli Affari economici e monetari? Chi sono? Chi li ha votati?

Materia molto delicata, quella della politica monetaria. E diventa delicatissima se non si tiene conto del duplice aspetto, della doppia natura della moneta. Lo ripeteva la Chiesa, ottantadue anni fa, nella lettera enciclica Quadragesimo Anno: “Si dovrà soprattutto avere riguardo del pari alla doppia natura, individuale e sociale propria, tanto del capitale o della proprietà, quanto del lavoro” (n. 110). Ma se il capitale ha una “natura sociale”, allora non può essere gestito da tecnici: andrebbe quasi gestito da umanisti, o da filosofi.

Una riprova l’abbiamo in questi tempi dal caso Bitcoin: una pura pseudo moneta elettronica, che ha la caratteristica di non avere come riferimento un server, ma un software, che si installa sul computer e mette in collegamento tra loro gli altri computer con il medesimo software installato. Tale software genera un portafoglio elettronico, che può contenere il Bitcoin, moneta virtuale che può essere utilizzata negli scambi da persona a persona, tra i partecipanti al circuito. Un sistema originale, anche tecnologicamente interessante. Ma limitato per definizione: non è possibile creare moneta Bitcoin, nemmeno per un’opera che sarebbe utile a tutti.

Il Bitcoin è scarso per definizione. Il risultato lo abbiamo visto nei giorni della crisi di Cipro: il Bitcoin (che può essere scambiato con le altre monete, anche euro e dollaro) ha subito l’assalto degli europei del sud e il suo valore è schizzato alle stelle. Più che raddoppiato il suo valore in euro nel giro di un mese. Ora c’è da chiedersi: perché è raddoppiato quel valore? Quale nuova ricchezza reale è stata prodotta?

Niente di niente, questa è la risposta. Una nuova bolla speculativa, creata dal delirio collettivo della speculazione finanziaria. E poi avremo la miseria, inevitabile. Perché di prodotto reale non c’è nulla. E soprattutto non c’entrano i valori. Per questo occorre tornare a una moneta nazionale, cioè una moneta che abbia come riferimento una nazione, un popolo, un insieme di valori dichiarati e riconosciuti.

Un lettore, commentando il mio ultimo articolo si poneva il problema di come collocare tutti i titoli tossici presenti nei bilanci delle banche. La risposta è relativamente semplice nella sostanza, anche se non sarà banale nella sua applicazione concreta. La possibilità per lo Stato di generare moneta porterà nel tempo a una progressiva svalutazione della stessa, la quale è pienamente tollerabile se porta a una piena occupazione (cioè a tassi di disoccupazione fisiologici, significativamente inferiori al 5%). Tale svalutazione porta non solo a deprezzare i capitali non utilizzati (e quindi ad abbattere le differenze tra ricchi e poveri), ma anche a tenere sotto controllo la dinamica del debito.

L’inflazione ha infatti questo bel vantaggio (che spesso ci si dimentica): abbatte il guadagno del creditori (o lo azzera) e favorisce i debitori. Negli anni Settanta, l’Italia sui titoli di Stato pagava una percentuale a doppia cifra, ma non era un problema, perché l’inflazione ancora più alta ne limitava ogni convenienza e il Pil cresceva fortemente, dando lavoro a molti e prospettando un futuro migliore. Oggi, invece, pagando appena il 5% sui titoli di Stato, soffriamo la fame perché il debito non sarà possibile pagarlo, visto che il Pil cala e continua a calare. Un disastro senza fine, in nome di una ideologia nichilista.

Un altro lettore dice che segue sempre i miei articoli, ma che questi non hanno molto seguito. Rispondo che, pur essendo cosciente che occorre una vera e propria rivoluzione, occorre che questa sia prima di tutto una rivoluzione culturale. Non ambisco a essere il leader di questa rivoluzione, ma faccio insistentemente la mia parte, con le piccole energie di cui dispongo (e grazie alla vetrina che qui mi viene generosamente offerta). Le cose non vere hanno le gambe corte: mentre la verità emerge nel tempo. Occorre quindi lavorare sul lungo periodo. Non occorre che oggi tutti sappiano tutto, ma che la conoscenza di questa materia (nonostante i media impongano una dottrina contraria, o semplicemente non ne parlano), si diffonda sempre più e rimanga solida nel tempo.

Poi, siccome pure la conoscenza è frattale e la sua diffusione segue una legge di potenza, un bel giorno verrà superata una soglia critica che oggi nessuno vede, e una quantità enorme di persone cambierà idea e conoscerà sempre meglio questa materia. Io e gli amici lettori che mi seguono (insieme a questa testata) avremo fatto la nostra piccola parte. Buona rivoluzione a tutti. E auguri di una Santa Pasqua: la vera rivoluzione (dei cuori) comincia lì, ancora oggi, come un avvenimento che accade oggi, nel presente. Accade ogni giorno: “Fate questo in memoria di me”. La memoria è la struttura fondamentale della storia, che pur nel suo sviluppo costante, procede “a salti”, con impeti e accelerazioni improvvise, tipiche di una distribuzione a legge di potenza. Cioè pure la storia è frattale. Non si tratta quindi di leggere la storia (o l’economia) secondo un punto di vista particolare, ma di riconoscere un elemento strutturale della realtà tutta, un elemento oggi ignorato e misconosciuto.

La moneta sorge e si afferma (anche come valore) laddove c’è un popolo capace di generare fiducia sociale, di sostenere e trasmettere un comportamento sociale (ed economico) che favorisce il bene comune. Ma questo avviene nel tempo, dove gli avvenimenti hanno una struttura frattale. Cioè gli avvenimenti generano memoria, nel tempo rimane memoria degli avvenimenti. Un gruppo sociale diventa popolo quando, nel tempo, la memoria diventa storia. Il grande delitto del modernismo è la distruzione dei popoli attraverso la frattura tra memoria e storia. Una frattura culturale, che porta conseguenze sociali, politiche ed economiche.

Testimonianza di questo processo di disarticolazione tra memoria e storia sono le tristi affermazioni dello storico contemporaneo Pierre Nora: “Memoria e storia non sono affatto sinonimi, tutto le oppone. La memoria è sempre in evoluzione, soggetta a tutte le utilizzazioni e manipolazioni; la storia è la ricostruzione, sempre problematica e incompleta, di ciò che non c’è più. Carica di sentimenti e di magia, la memoria si nutre di ricordi sfumati; la storia, in quanto operazione intellettuale e laicizzante, richiede analisi e discorso critico. La memoria colloca il ricordo nell’ambito del sacro, la storia lo stana e lo rende prosaico”. La testimonianza lucida di quanto è accaduto e sta accadendo viene da un altro storico, il francese Jacques Revel: “Questa crisi mi sembra legata al fatto che siamo usciti dal tempo certo, dal tempo orientato, dal tempo del progresso in cui tante delle generazioni che ci hanno preceduto hanno vissuto: oggi il presente non è più sicuro, il futuro lo è ancora di meno e all’improvviso la concatenazione del passato al presente è divenuta una concatenazione largamente ipotetica. Tutto questo è accaduto in anni relativamente recenti. Questa crisi noi non sappiamo neppure descriverla, sappiamo più o meno come è cominciata, ma non sappiamo prevedere in che maniera essa disorganizzi, soggioghi le forme delle relazioni sociali che sono quelle delle nostre società. Essa ha inaugurato un processo che certamente un giorno si arresterà, ma che è un processo di cui non controlliamo né le concatenazioni né gli effetti”.

Siamo nel bel mezzo di una guerra; ed è una guerra di religione. Abbiamo il compito di un rivoluzione, per impedire che questa guerra diventi un genocidio. E non per modo di dire: uno dei problemi che emergeranno è una crisi alimentare indotta per motivi speculativi. La rivoluzione non è una opzione: se ci muoviamo per tempo potremo impedire che diventi violenza. Buona Pasqua a tutti.

 

P.S.: Per aiutare la diffusione di queste conoscenze ho radunato ordinatamente gli argomenti e questi sono diventati un libro, scritto a quattro mani con l’amico economista Nino Galloni. Stamperemo tra breve.



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