BORSA & SPREAD/ Monti e Letta, due falsi “miracoli” sulle spalle di Draghi

- Giuseppe Meritempo

GIUSEPPE MERITEMPO ricorda come anche ai tempi della nascita del governo Monti i mercati azionari avevano brindato all’imminente uscita dalla crisi finanziaria e dallo stallo politico

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Enrico Letta e Mario Monti (Infophoto)

In risposta alla situazione di incertezza politica, in un contesto economico drammatico, dopo un violento attacco ai nostri titoli di Stato, il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha atteso al giuramento del nuovo Presidente del Consiglio dei Ministri che guiderà una squadra di personalità professionalmente eccellenti, al fine di dare stabilità, riforme e solidità al Paese e uscire da questa situazione di stallo. I mercati azionari, dopo una prima incertezza, festeggiano e recuperano dai pericolosi minimi a cui erano arrivati. Il Btp, svenduto, vola sino ad abbattere sensibilmente il rendimento e a far stringere lo spread con il Bund tedesco. Finalmente i mercati finanziari credono nell’Italia e nel nuovo governo che ci porterà alla soluzione del problema economico.

Possiamo scegliere noi a quando far risalire queste parole. Sembrano adatte a novembre 2011 o ad aprile 2013, e possiamo scegliere anche il nome del Presidente del Consiglio, Monti o Letta: son entrambi di cinque lettere, ci stanno tutti e due. Anche i mercati, in prima battuta, si muovono più o meno allo stesso modo. A fine novembre 2011, lo spread sul Bund valeva oltre 500 punti base e il Ftse Mib scambiava attorno a 13600 e la tensione era alta in un contesto molto preoccupante. Dall’arrivo di Monti i mercati azionari festeggiarono con un rialzo del 25% e lo spread tornò sotto ai 300 punti base, mostrando una fiducia incondizionata verso chi avrebbe salvato il Paese.

A guardare come saliva la nostra borsa si capiva che erano in tanti a crederci. C’era anche chi credeva che la risalita del Btp fosse dovuta alle capacità sovrannaturali di Monti (in un contesto economico e con i conti del Paese che non erano cambiati in pochi giorni), trascurando in modo ingrato gli sforzi disumani di Mario Draghi, che in quei giorni impartiva generosi ordini di acquisto di titoli di Stato italiani e prometteva di continuare con ancora più forza.

A luglio 2012 la Grecia visse un picco della propria crisi. O meglio, i mercati percepirono improvvisamente la situazione greca come più grave, innescando un crollo dei listini e dei titoli di Stato, soprattutto europei, specie degli stati logisticamente periferici. Il Ftse Mib arrivò a livelli più bassi di quelli pre-Monti, lo spread si allargò per arrivare sopra 500 punti base, dove era con Berlusconi al Governo. L’effetto Monti era improvvisamente svanito, l’entusiasmo sfiduciato. Ci sarà stato chi, incredulo, sarà andato a vedere cos’era cambiato nei conti dello Stato, delle imprese, per giustificare quel movimento. Non notando grandi differenze avrà esclamato: “Il mercato scende per la Grecia”.

La situazione quindi, distrazioni elleniche a parte, era pari a quella lasciata da Berlusconi e i carpiati del mercato fondati solo sull’irrazionalità. Per la precisione qualche differenza negativa c’era, soprattutto in termini di tagli alle stime sulla crescita del Pil. Monti aveva infatti aumentato le tasse andando a cercare una riduzione della base imponibile e finendo con l’incassare di meno. Monti aveva programmato i bilanci dei periodi a venire sulla base di attese ben precise sull’andamento dell’economia italiana, quelle stime furono tagliate più volte e quindi risultò ridotto anche il gettito atteso. Monti non aveva cambiato nulla nella struttura dei conti del Paese e tantomeno nelle prospettive per il futuro. Si pensava fosse arrivato un messia, ma ci siamo resi conto che invece aspettavamo ancora Godot.

I mercati finanziari sembrano strutturalmente segnati da amplificazioni emotive tra momenti di euforia e di disperazione con contestuale distaccamento dalla realtà delle basi. O forse la patologia è di chi vuole dare a tutti costi una spiegazione a quelle che sono le normali oscillazioni dei grafici, più o meno ampie secondo i momenti di maggiore o minore nervosismo. Ieri mattina si facevano notare, per numero e magnitudo, coloro che compravano azionario e coloro che giuravano di aver visto Enrico Letta camminare sull’acqua. Voglio sperare che titolisti e partecipanti ai forum di finanza non ci credano veramente. Non posso credere che si rifaccia lo stesso errore in cui caddero con Monti.

Le borse sono in una fase di salita che usa come propellente la liquidità delle banche centrali. La borsa italiana ha guadagnato più punti delle altre perché alcuni razionalmente hanno comprato l’idea che con un governo si esca dallo stallo e si possa cercare di limitare i danni, mentre altri, euforicamente, giurano che ora ci incamminiamo verso la soluzione al seguito di Letta. Altri ancora, increduli, saranno saltati sul carro e avranno comprato indistintamente azioni e obbligazioni ricordando che “trend is your friend”. Gli ultimi invece son quelli che non credono che questa salita abbia un fondamento e che sono rimasti con liquidità. Sinora hanno perso, perché il mercato ha sempre ragione e chi ha comprato sinora ha guadagnato. Hanno perso però senza rimpianti: mettere capitali su una scia, senza basi, porta prima o poi ad affondare.

Per mantenere questa corsa così ampia e travolgente, i mercati in generale avranno bisogno di soddisfare la dipendenza da liquidità di cui soffrono. Vedremo giovedì se la Bce continuerà ad alimentarla o se opterà per un modesto taglio dello 0,25% al metadone. Per mantenere questa sovraperformance rispetto agli altri mercati, l’Italia dovrà portare sul piatto risultati fatti di migliori previsioni per il Pil e per l’occupazione. Se i risultati mancheranno, questa salita non potrà continuare ingiustificatamente e, finito l’entusiasmo, i prezzi dovranno riallinearsi ai dati macroeconomici e alle loro stime.

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