FINANZA/ Fortis: l’Ue ci ha “punito” ingiustamente, ecco le prove

- int. Marco Fortis

Per MARCO FORTIS, Letta dovrebbe andare dal Commissario Ue, Olli Rehn, e spiegargli che i dati su cui si basano gli euro-burocrati non tengono conto della reale situazione dell’Italia

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“Ho l’impressione che l’Ue non possa andare avanti come ha fatto fino a oggi con timidezze e assenze di decisioni. O imprime un’accelerazione o così come è implode”. Lo ha sottolineato ieri il presidente del Consiglio, Enrico Letta, intervenendo al Senato, dove ha aggiunto che “le domande italiane hanno risposta europea a condizione che l’Europa non si traduca in una gabbia di vincoli, regole e procedure”. Nello stesso tempo però “in tutti gli incontri avuti dal governo con le cancellerie europee abbiamo illustrato la nostra natura europea ed europeista e il nostro fermissimo impegno di rispettare la disciplina della finanza pubblica. Questa è la premessa irrinunciabile: ricercare nel quadro della finanza pubblica europea, non fuori e mai contro, spazi per la crescita e la creazione di posti di lavoro”. Un riferimento al rientro dalla procedura di infrazione Ue che, per il professor Marco Fortis, potrebbe valere 40 miliardi di euro, la stessa somma del primo lotto dei debiti della Pubblica amministrazione.

Se le regole europee sono “una gabbia”, per quale motivo Letta ha sottolineato che si rispettano comunque?

La rigidità delle regole europee sta distruggendo la capacità produttiva comunitaria, attraverso la distruzione preliminare della domanda interna e del mercato domestico di tutti i paesi membri. Gli scambi intracomunitari crollano, e in queste condizioni cresce la disoccupazione soprattutto giovanile. E’ a ciò che si riferisce Letta quando afferma che le regole Ue sono una gabbia troppo rigida. D’altra parte nelle parole del presidente del Consiglio c’è anche un attestato di realismo, in quanto riconosce che quello italiano è percepito come il secondo debito pubblico più alto d’Europa.

In che senso dice che “è percepito” come il secondo debito pubblico più alto?

I numeri vanno analizzati in modo attento o rischiamo di fare confusione. L’Italia è il Paese il cui debito pubblico dal 2008 al 2011, in percentuale e in termini assoluti, è cresciuto di meno nell’eurozona, con una performance migliore rispetto alla stessa Germania. Non c’era quindi nessun motivo per cui l’Italia dovesse adottare le stesse ricette che erano ordinate alla Grecia, la quale al contrario presentava delle difficoltà oggettive.

Quali?

Il problema di Atene non è tanto il debito pubblico al 150/160% del Pil, ma soprattutto il fatto che questo “buco” è pari al 350% della ricchezza finanziaria privata delle famiglie greche. Da questo punto di vista ci sono differenze enormi non solo tra Italia e Grecia, ma anche tra Italia e Spagna.

Per i tedeschi, la vera pecca dell’Italia è la mancanza di competitività…

L’industria italiana è tutt’oggi la quinta al mondo e la seconda d’Europa, e questo la dice lunga sulla competitività del nostro Paese. Eppure siamo stati costretti ad adottare una ricetta greca per un problema che non era greco. In questo modo l’Italia si è impegnata a rimanere sotto al 3% del rapporto deficit/Pil, mentre la Spagna ha chiuso il 2012 con un rapporto del 10,8%. Se lo spread rispecchiasse questa differenza, tra Italia e Spagna dovrebbero esserci 300 punti anziché soltanto 30.

 

Non le sembra di esagerare?

A differenza della Spagna, l’Italia non ha avuto una bolla immobiliare, né un terzo delle banche in crisi per avere erogato prestiti sbagliati alle imprese costruttrici. Ma non è solo il confronto con la Spagna a essere rivelatore. Se dovessimo giudicare i paesi del mondo con i criteri di Maastricht, rimarrebbero in procedura d’infrazione non solo la Francia, la Spagna e i Paesi Bassi (dove il rapporto deficit/Pil è superiore al 4%), ma anche per assurdo il Regno Unito, gli Stati Uniti e il Giappone, che pure non fanno parte dell’Eurozona.

 

Insomma, vuole dire che l’economia italiana è molto più forte di quanto non sembri?

Sì, basti pensare che nel 2012 gli italiani hanno pagato 28 miliardi di Imu in silenzio, senza scendere in piazza, perché il nostro Paese ha ancora quel margine di manovra di ricchezza finanziaria delle famiglie. E’ quest’ultima che ci ha aiutato ad affrontare la nuova marea di tasse che ci è stata richiesta l’anno scorso.

 

Quali sono state le conseguenze di questo innalzamento delle tasse?

Prima dell’inizio della crisi il tasso di disoccupazione giovanile nel Nord Italia era uguale a quello della Germania, quello del Centro Italia era inferiore rispetto alla Francia e quello del Sud era inferiore alla Spagna. Oggi nel Sud Italia si è impennato al 50%, mentre nel Nord il tasso di disoccupazione giovanile è più che raddoppiato rispetto a prima della crisi.

 

E intanto il debito pubblico dell’Italia ha raggiunto il 127% del Pil…

Eppure nel 2012 è stato pari al 72-73% della ricchezza finanziaria delle famiglie italiane. Anche se il debito pubblico italiano superasse il 150% del Pil non diventerebbe comunque superiore all’80-85% della ricchezza finanziaria netta. In Spagna già oggi il debito pubblico è al 120% della ricchezza finanziaria netta delle famiglie, anche se in proporzione al Pil sembra solo leggermente più alto rispetto alla Germania.

 

Secondo lei, i burocrati europei conoscono questi numeri?

Non ne sarei così sicuro. Il presidente Letta dovrebbe spiegare al commissario europeo Olli Rehn che non è vero che, come affermano Reinhart e Rogoff, i paesi a rischio sarebbero quelli che stanno sopra al 90% nel rapporto debito/Pil. La vera linea rossa è rappresentata dal rapporto del 90% tra debito pubblico e ricchezza finanziaria privata, e l’Italia come dicevo è al 72%.

 

Quanto vale il rientro dell’Italia dalla procedura d’infrazione Ue?

Se l’Italia rientra dalla procedura d’infrazione, in primo luogo dà un segnale molto forte ai mercati. Potrebbe inoltre ritornare a godere di alcuni margini di flessibilità che prima erano stati preclusi per quanto riguarda le risorse europee e i fondi di finanziamento di iniziative con scopi di sostegno ai territori. Si parla di 12 miliardi di euro.

 

Per Moavero, il rientro dalla procedura permetterebbe anche di alzare il rapporto deficit Pil dal 2,4% al 2,9% sia nel 2013 sia nel 2014. Quanto varrebbe questo 0,5% in più?

Se è vero che il rapporto deficit/Pil del 2,9% potrà essere mantenuto non solo nel 2013 ma anche nel 2014, ciò significherà che si libereranno risorse della stessa entità della somma necessaria al pagamento del primo lotto dei debiti della Pubblica amministrazione.

 

Cioè?

In questo modo libereremmo lo 0,5% di Pil sia nel 2013 sia nel 2014. Il nostro impegno per il 2014 era in realtà il pareggio di bilancio, e quindi se anche l’anno prossimo ci sarà concesso di rimanere al 2,9% guadagneremmo un ulteriore spazio di manovra che sarà probabilmente pari a quasi 1 punto di Pil. Se il Pil è pari a 1.500 miliardi, l’1% del Pil equivale a 15 miliardi. Grossomodo i margini di manovra netti che si potrebbero conseguire nell’ipotesi che l’Italia possa rimanere al 2,9% del rapporto deficit/Pil per due anni, tenendo conto anche degli effetti moltiplicatori, sarà quindi pari a 40 miliardi di euro.

 

Letta ha annunciato che taglierà Imu, Tares, cuneo fiscale e destinerà nuovi fondi per il bonus ristrutturazioni, gli esodati e i pensionati. A quale di queste voci va data priorità?

La priorità va data innanzitutto alla riduzione del costo del lavoro, e inoltre al fatto di ridare respiro ai consumatori e alle famiglie meno abbienti che sono in condizioni critiche. La riduzione dell’Imu ha senso quindi solo per le persone più indigenti, mentre non si capisce per quale motivo chi ha capacità economica non debba pagare anche sulla prima casa.

 

E per le imprese?

Altrettanta importanza va data agli sgravi fiscali legati industria manifatturiera. Non possiamo infatti andare avanti per altri due anni con una serie di aziende che chiudono ogni giorno perché non hanno davanti a sé un orizzonte di manovra. Non tutti possono esportare in Cina, in Russia o nei Paesi arabi, numerose aziende lavorano per il mercato interno e l’austerity ha provocato una recessione artificiale per farle chiudere.

 

(Pietro Vernizzi)

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