UNA CASA PER TUTTI (?)/ Caro Beppe Grillo, ecco perché la tua ricetta è sbagliata

- Antonio Intiglietta

Per ANTONIO INTIGLIETTA, la questione delle politiche abitative va affrontata non solo (vedi Grillo) partendo dal dato relativo al milione di persone che faticano ad acquistare una casa

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Immagini di repertorio (Infophoto)

Nei giorni scorsi dal blog di Beppe Grillo è arrivata la notizia in merito alla presentazione di una proposta di legge per il rilancio delle politiche abitative in Italia. Si tratta indubbiamente di una delle problematiche sociali più gravi che pesa sul Paese. A mio avviso, però, la questione va affrontata non solo partendo dal dato relativo al milione di persone che faticano ad acquistare una casa.

Il fenomeno, infatti, è ben più ampio e riguarda la cosiddetta “fascia grigia” della popolazione italiana, quella “troppo ricca” per avere diritto ad un alloggio popolare e “troppo povera” per accedere anche alla tradizionale offerta di edilizia convenzionata. Davanti ad una tale emergenza aumenta esponenzialmente la domanda di case in affitto sostenibile o comunque di nuove soluzioni a medio-lungo termine che possano rappresentare risposte concrete a questo crescente bisogno. Come fare per affrontare il problema? Prima di tutto, occorre tenere ben presente la riduzione della spesa delle pubbliche amministrazioni, a livello statale e locale. La “spending review”, termine divenuto ormai una sorta di “mostro sacro” che riguarda tanto il pubblico quanto le imprese, si riproporrà ancora a lungo.

Una stretta del genere rende inimmaginabile che lo Stato o gli enti locali possano mettere in campo risorse finanziarie “a pioggia” per tentare di risolvere questioni così complesse come l’emergenza casa. Il quadro economico è cambiato, falciando ogni logica assistenzialista, a meno che non si voglia introdurre una nuova tassazione sulla casa (un’altra?), ipotesi francamente irrealistica e insopportabile per il cittadino.

Per mettere in campo risposte efficaci ed efficienti è necessario allora progettare un meccanismo virtuoso, capace di creare un giusto mix tra la semplificazione a costo zero delle politiche pubbliche, la valorizzazione dell’esperienza cooperativa e solidaristica italiana (pochi in Europa possono vantare una tradizione del genere) e l’intervento di fondi immobiliari, Sgr e sistema bancario. In particolare, la pubblica amministrazione può rigenerare e destinare a politiche sociali della casa una parte consistente del proprio patrimonio immobiliare inutilizzato o in stato obsoleto. E così anche decine di realtà parastatali, fondazioni ed enti ecclesiastici. E’ auspicabile che aree a standard vengano destinate a nuovi progetti di Social Housing, dando così alla casa lo stesso “valore sociale” riconosciuto a strutture ricreative, centri sportivi, presidi medici.

A questo si aggiunga l’introduzione di un regime Iva al 4% per chi sviluppa politiche abitative sociali, in linea con l’aliquota oggi riconosciuta per prime case e box. Senza dimenticare la cancellazione di ogni forma di tassazione in stile Imu su questo tipo di interventi. 

Per altro, vi è anche un’opportunità derivante dai cosiddetti “cantieri in sofferenza”, potenzialmente riconvertibili, di cui dibatteremo alla prossima edizione di EIRE Expo Italia Real Estate (4-6 giugno, Fieramilanocity). Dal canto suo il movimento cooperativo, che ha rappresentato e rappresenta uno dei partner più affidabili nello sviluppo di iniziative di Abitare Sociale, può essere coinvolto nella modulazione di nuove formule: dall’affitto sociale alle “case a riscatto”, una tradizione italiana degli Anni Sessanta e Settanta, che garantisce il vantaggio di trasformare il canone di locazione da puro costo a investimento. In Italia è già in atto il recupero di questa formula che può essere maggiormente incoraggiata e sostenuta. Un ulteriore impulso, inoltre, può arrivare dall’abbattimento dei tassi d’interesse sui mutui e dalla valorizzazione del ruolo delle Sgr per dare vita a fondi destinati alla realizzazione di politiche sociali per la casa.

Esiste, infine, il problema della popolazione povera che non può permettersi nemmeno il pagamento di un affitto sociale. In questo senso va evitata la tentazione del ritorno ad una politica puramente statalistica. Al contrario, è possibile pensare ad un “Buono Casa” da destinare ai veri poveri, introducendo una rigida e coordinata verifica su chi per tanti anni è stato premiato senza averne diritto. Anche la realizzazione di questi voucher dovrà vedere il coinvolgimento degli enti no-profit quali interpreti di un modello di Abitare Sociale non finalizzato a “dare un posto letto”, ma a introdurre principi educativi quali la condivisione di spazi comune, l’accoglienza del diverso, la cultura dell’ospitalità: valori essenziali per costruire vere “dimore dell’Io”.

La provocazione lanciata nei giorni scorsi dal Presidente della Regione Lombardia, Roberto Maroni, che ha proposto di offrire gratuitamente le case a chi è veramente povero, può trovare una sua prima applicazione in questa modalità. Ancora una volta la Lombardia potrebbe così diventare un laboratorio di sperimentazione e virtuosità da assumere quale esempio a livello nazionale. E la sensibilità sulle problematiche sociali del neo-ministro delle Infrastrutture, Maurizio Lupi, rappresenta una ulteriore formidabile opportunità per un nuovo patto di socialità della casa.

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