FINANZA/ 2. La “trappola” spagnola ci metterà nei guai

- Mauro Bottarelli

La Spagna, ci spiega MAURO BOTTARELLI, sta continuando a tenere segreti i veri numeri della sua crisi bancaria, di fatto proiettando un’immagine di sé che non è affatto quella reale

spagna_bandiera
Bandiera spagnola, immagine d'archivio

«Al vertice europeo di giugno proporremo che il tema della disoccupazione giovanile diventi la questione centrale. Non è possibile che i leader politici dell’Unione arrivino a considerare un fatto normale che un giovane su tre, o peggio ancora un giovane su due, sia senza lavoro. E per non farlo diventare un fatto normale, c’è bisogno che la lotta alla disoccupazione diventi l’ossessione principale dell’Europa». Così parlò Enrico Letta in visita a Madrid da Mariano Rajoy, secondo alleato dopo Francois Hollande nella missione allenta-austerity che il governo italiano vorrebbe portare a termine. «La Germania può capire e capirà che lo sforzo per favorire crescita e occupazione non è a beneficio di qualche singolo Stato ma di tutta l’Europa, e quindi anche di Berlino. Non dobbiamo immaginare il vertice come un match contro la Germania, ma come un confronto per crescere insieme». E ancora: «Bisogna accelerare il processo verso l’unione bancaria, le banche devono prestare denaro per favorire la ripresa. Siamo in un mercato comune, se la domanda non cresce ovunque, nessuno è in grado di salvarsi da solo».

E qui rischia di cascare l’asino delle belle intenzioni di Enrico Letta. La Spagna, infatti, sta continuando a tenere segreti i veri numeri della sua crisi bancaria, di fatto proiettando un’immagine di sé che non è affatto quella reale. Il nodo della questione risponde al nome di Sareb, ovvero la bad bank creata per assorbire gli assets tossici degli istituti e permettere la loro ricapitalizzazione. Bene, quel fondo a oggi è strapieno di quegli assets, molti dei quali sono prestiti legati al mercato immobiliare che non generano più alcun cash flow e che sono sempre più capitalizzati attraverso il denaro dei contribuenti. Non parliamo esattamente di noccioline, perché l’ultima revisione parla di un totale in carico a Sareb di 50,7 miliardi di euro di assets, i quali si sono tramutati in altrettanti miliardi di liabilities a fronte di un cuscinetto di capitale del fondo di 4,8 miliardi di euro. E siccome su quelle liabilities si pagano gli interessi e tenderanno a crescere ancora di numero, con sempre più prestiti che faranno default e si tramuteranno in non-pay, cosa ci farà Madrid con soli 4,8 miliardi di euro?

Nonostante il governo e la Banca centrale abbiano sposato la linea del silenzio e della vaghezza, i numeri del Sareb stanno venendo a galla, in particolare quello delle sofferenze su prestiti, i cosiddetti non-performing loans di cui abbiamo parlato tanto negli ultimi tempi. Di tutti i prestiti in capo al fondo, solo il 22% è classificato come “normale”, il 34% ha rating “substandard” e il 45% “dubbioso”. Bene, se la Bce generasse un allentamento quantitativo in stile Fed, quel 22% di “normali” sarebbe il più facile da monetizzare, ma non essendo così e quindi non vedendo il potenziale investitore nessuna possibilità di ritorno cash-on-cash, resteranno parcheggiati lì. Degli altri, meglio non parlare del tutto.

Inoltre, molti di quei prestiti sono legati a proprietà immobiliari finite, quindi potenzialmente interessanti per il mercato, ma c’è un 4,3% legato a immobili ancora in costruzione (spesso a metà e senza alcuna intenzione di terminare i lavori) e quasi un 10% di lotti spogli, nudo terreno, per il quale non c’è alcuna domanda o comunque pochissima. Inoltre, quasi tutte le proprietà pignorate finite nel portafoglio del Sareb sono vuote, inclusi condomini enormi fuori dai grandi centri urbani. Soltanto 6mila su 83mila unità abitative hanno un proprietario o un inquilino. E in Spagna, a differenza di un altro mercato che ha pagato la bolla immobiliare come quello statunitense, i mutui portano direttamente alle vie legali, ovvero la banca può perseguire il mutuatario fino che non viene ripagata in toto, nei fatti innescando un default su qualsiasi altro debito che penda sul cliente.

Una trappola da cui non si esce se non dicendo la verità, un qualcosa che però porterebbe scompiglio perché la Germania pre-elettorale dovrebbe dire “no” a nuovi fondi per le banche spagnole e, anche se si dovesse arrivare a un compromesso, la Spagna affiderebbe un secondo dopo le chiavi di casa alla troika. I numeri però parlano chiaro e sempre più analisti pensano che il conto per il salvataggio delle banche iberiche potrebbe salire ancora, visto che il peggioramento della crisi sta bloccando i piani del governo di svendere gli istituti nazionalizzati e i conti del Sareb diventano sempre più insostenibili.

Il cuscinetto di garanzia dell’8% degli istituti iberici potrebbe non bastare a pareggiare le perdite, occorrerebbe un aumento, ma questo non potrà certamente venire dal settore privato. Dovrà farlo lo Stato, ma con quali soldi? Magari con un bail-in in stile cipriota, ovvero allargando la platea dei depositari costretti a prelievi forzosi per salvare le banche in crisi, ipotesi di cui stanno parlando apertamente sia la presidenza irlandese di turno dell’Ue che il capo dell’Ecofin, quel Dijseelbloem che per primo parlo di “modello Cipro” (e attenti, a giugno ci sono gli stress tests della Bce)? Anche perché se le liabilities del Sareb dovessero andare in capo al bilancio statale, parleremmo di qualcosa come il 5% di aumento della ratio debito/Pil, arrivando a quota 100%: stranamente, quando la Reuters ha posto questa domanda al ministro dell’Economia spagnolo, quest’ultimo ha declinato di commentare.

Nei fatti, il Sareb ha un piano di emergenza per racimolare capitali, attraverso la restrizione dei pagamenti dei dividendi agli azionisti oppure tramite iniezioni di capitale fresco da investitori come lo Stato o le banche in crisi stesse, le quali – ironia della sorte – da qualche mese sono infatti sotto pressione da parte dell’esecutivo affinché investano nel fondo. Ovvero, le banche pressoché fallite che hanno scaricato al Sareb la loro immondizia ora dovrebbero investire nel Sareb affinché questo non faccia default proprio su quell’immonidizia: troppa sangria da quelle parti, calcolando che oggi come oggi le banche spagnole i soldi li spendono solo per comprare debito sovrano, come imposto dallo stesso governo.

Nel piano del Sareb c’è l’intenzione di vendere almeno metà degli assets entro i prossimi cinque anni, per dimezzare il debito: ma chi se le compra quella sofferenze? Dubito che i giapponesi, per quanto strapieni di liquidità, siano così stupidi. Chi, quindi? Le banche spagnole, forse, nel perverso disegno del governo, le quali però vendono al mercato la favola di aver innalzato le ratio di capitale d’emergenza per fronteggiare perdite in aumento, ma alla prova dei fatti, potrebbero crollare come castelli di sabbia?

Persino la Banca di Spagna si è accorta che si sta esagerando con la contabilità creativa e giovedì scorso ha irrigidito le regole per la classificazione del debito cattivo in caso di rifinanziamento, una mossa chiaramente intesa a costringere le banche a dire la verità sui conti. Moody’s, inoltre, ritiene fin da ottobre scorso che le banche spagnole abbiano un gap di capitale di 100 miliardi di euro, qualcosina in più della previsione da 54 miliardi uscita dagli stress test farsa condotti da Oliver Wyman. E forse anche quei 100 miliardi potrebbero rivelarsi una proiezione ottimistica, per la stessa ragione che vale a Cipro, in Slovenia e in tutti gli Stati sotto austerity: con la crisi che spinge sempre più cittadini verso l’economia sommersa, anche a causa dell’aumento delle imposte, le sofferenze bancarie sono destinate a salire.

E non solo in Spagna, come ci dimostra questa tabella preparata dagli analisti di Bank of America-Merrill Lynch.

 

europa

 

E se pensate che la questione dell’economia sommersa – con le sue implicazioni sulla base imponibile degli Stati, quindi sulla loro programmazione di cassa attraverso le imposte – non sarà l’argomento principe del prossimo futuro, leggete questi dati, guardate questo grafico e ricredetevi.

 

shadow

 

Le economie sommerse pesano infatti per il 22,1% dell’attività economica totale dell’Ue, qualcosa come 3,55 triliardi, il corrispettivo dell’economia tedesca. Stando a dati raccolti e analizzati da Tax Research, i paesi dove il sommerso incide di meno sono Austria e Lussemburgo con il 9,7% del Pil, mentre in cima alla lista svettano Bulgaria e Romania, rispettivamente con il 35,3% e il 32,6%. Tra le economie maggiori del continente, la Germania sconta un’economia ombra pari al 16% del Pil, la Francia al 15%, l’Italia al 27% e la Spagna al 22,5%. Ora guardate quest’altro grafico:

 

shadow2

 

Parlando in termini di mancato introito fiscale, l’economia sommersa pesa in Europa per qualcosa come 864 miliardi di euro l’anno, poco più del 7% del Pil dell’area euro e il 105,8% di quanto l’Europa spende per i servizi sanitari. Come vedete, il triste primato tocca all’Italia, seguita da Francia e Germania: la Spagna sembra messa meglio, ma più l’austerity morde e l’aumento delle imposte si fa insostenibile a fronte di disoccupazione sempre crescente, più la velocità con cui quel dato è destinato a salire si farà supersonica. Nell’Europa a 16, la perdita a livello di imposte dovuta all’economia sommersa come proporzione del deficit annuale supera il 100%, avanti con l’austerity e sarà sempre peggio.

Non di tasse e austerità ha bisogno l’Europa per uscire dalla crisi, il disastro in cui ci troviamo dopo quasi tre anni di ricetta Merkel dovrebbe farlo capire davvero a tutti. Attenti alla Spagna, se l’Ue salta o meno lo decide il destino di Madrid.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori