SPY FINANZA/ Italia sotto attacco: lo “dice” la Grecia…

- Mauro Bottarelli

La Grecia, purtroppo, è tutt’altro che salva nonostante i fondi stanziati e quanto sta avvenendo intorno ad Atene, spiega MAURO BOTTARELLI, deve preoccupare non poco anche l’Italia

Trading_Cerchio_MonitorR439
Infophoto

Ora vi racconto una storia, a mio modo di vedere davvero interessante, quindi mettetevi comodi. Per l’ennesima volta la Grecia ha strappato sul filo di lana la disponibilità degli organismi internazionali a sborsare la nuova tranche di aiuti e per l’ennesima volta i mezzi di comunicazione e le autorità europee vi hanno preso sonoramente per il naso, raccontandovi solo la parte presentabile della vicenda. Questa volta, però, il sospetto che si tratti di un bluff a uso e consumo della scadenza elettorale tedesca di fine settembre è davvero forte e penso che i mercati non ci metteranno molto a rispondere di conseguenza. È la matematica a provarlo, così come è la logica a dirci che quello greco appare un bailout ciclico del quale non si vede la fine.

Partiamo dai numeri. Atene riceverà 6,8 miliardi di euro, a fronte di ulteriori tagli nel settore pubblico e riforme, ma i termini dell’accordo appaiono lacunosi. A luglio, infatti, saranno i paesi dell’eurozona a sborsare 2,5 miliardi di euro, con ulteriori 500 milioni attesi per ottobre. Le banche centrali dell’eurosistema, invece, verseranno 1,5 miliardi a luglio e 500 milioni a ottobre, mentre il Fmi dovrebbe fornire 1,8 miliardi in agosto. In quest’ultimo caso, infatti, il condizionale appare d’obbligo, visto che non sarebbe la prima volta che l’istituto con sede a Washington decide di congelare o rimandare la sua quota, poiché il Paese in questione non ha dimostrato reale adesione agli impegni contratti. Quindi, al netto delle quote ipotetiche, la Grecia potrà far affidamento per i prossimi tre mesi su 4 miliardi di euro, 2,5 dall’Eurogruppo e 1,5 dalla Bce. Una cifra che appare sufficiente a mantenere in vita il sistema Paese e anche quello bancario, ma che si scontra con due scadenze che ridimensionano e non di poco la cifra.

Primo, in agosto Atene deve far fronte a maturities sui propri bond per 2,2 miliardi di euro. Secondo, resta insoluto il giallo del “buco” da 1,2 miliardi nel sistema sanitario nazionale, ragione che ha portato il Fmi a posticipare il proprio versamento, visto che l’istituto guidato da Christine Lagarde, nel porre il suo ultimatum alla Grecia in seno alla troika, aveva detto chiaro e tondo che se Atene non aveva i soldi per sanarlo avrebbe dovuto farlo l’Ue. Quindi, al netto del “buco”, ai 4 miliardi stanziati vanno tolti 2,2 miliardi di cedole, lasciando il Paese con 1,8 miliardi per tirare avanti fino a ottobre, ovvero 600 milioni di euro al mese. Se invece toccherà tamponare da subito anche la shortfall nel sistema sanitario, al miliardo e 800 milioni rimanenti bisognerà togliere 1,2 miliardi. Quindi, in cassa resteranno 600 milioni, 200 milioni al mese di aiuti dopo settimane di discussioni. Solo a quel punto, il Fmi potrebbe decidere di sborsare la sua parte, portando il totale a 2,4 miliardi di euro (1,8 miliardi più i 600 milioni rimasti in cassa). Ma il Fmi pagherà?

Anche se lo facesse, una cosa è chiara: la Grecia resterà sotto il ricatto dei rubinetti chiusi fino a ottobre, esattamente l’orizzonte temporale necessario per far passare le elezioni tedesche del 22 settembre prossimo. Poi, il bailout infinito potrà andare avanti, tranche dopo tranche. D’altronde, da quando nel 2010 è esplosa la crisi greca, sono stati versati circa 200 miliardi di aiuti, ma la situazione del Paese appare sempre peggiore. E il perché è presto detto. Il 77% di quegli “aiuti” alla Grecia sono finiti a banche e detentori di titoli di Stato, spesso hedge fund saliti in giostra all’ultimo acquistando debito denominato sotto legge britannica, ovvero con clausola pari passu.

Nel dettaglio, ecco la ripartizione. 58,2 miliardi (28,13%) sono stati utilizzati per ricapitalizzare le banche greche; 101,3 miliardi (49%) sono andati ai creditori dello Stato greco (principalmente Germania, Francia e Regno Unito) in queste forme: 55,4 miliardi sono stati utilizzati per ripagare le obbligazioni governative in scadenza, 34,6 miliardi per “incentivare” gli investitori ad accordarsi sul taglio del debito e 11,3 miliardi sono stati utilizzati per il riacquisto del debito; 43,7 miliardi (22,5%) sono finiti nel bilancio del governo greco; 0,9 miliardi (0,4%) per il contributo della Grecia all’Esm.

Ora, al netto che a uno Stato conciato in quella maniera si può magari evitare di chiedere subito il contributo obbligatorio al Fondo di salvataggio, visto che è lo stesso organismo che lo sta finanziando, ancora più interessante è scoprire a cosa sono serviti i soldi finiti nel bilancio statale. Di quei 43,7 miliardi di euro, infatti, 34,6 sono andati al servizio del debito, ovvero a pagare gli interessi di chi deteneva obbligazioni elleniche emesse tra il secondo trimestre 2012 e il quarto del 2012. E ancora, tra il 2010 e il 2011 lo Stato greco ha stanziato 10,2 miliardi per spese militari: e sapete chi erano i venditori di navi e altri mezzi bellici? La Germania e la Francia. E chi ha sovrainteso, più o meno direttamente, alle azioni legate al salvataggio? Klaus Regling, managing director dei fondi Efsf ed Esm, il quale soffre di una forte forma di strabismo, visto che un giorno fa il politico e l’altro lavora per istituzioni finanziarie private, le stesse che hanno beneficiato del salvataggio greco vedendosi ripagate cedole e interessi. Prima di entrare all’Efsf, ha lavorato per il governo tedesco, il fondo speculativo Moore Capital Strategy Group, il direttorio per gli Affari economici e finanziari della Commissione europea e un altro fondo speculativo, il Winton Futures Fund. Qualche conflittino di interesse forse c’è, cosa dite?

Bene, al netto di tutti quei soldi come sta la Grecia? A pezzi e stando alle previsioni del think tank ellenico Iobe, quest’anno l’economia potrebbe contrarsi del 5%, segnando il sesto anno di fila di recessione. Anzi, depressione. Ue e Fmi, quei capoccioni, si aspettano un -4,2%, mentre la Bank of Greece un -4,6%, dopo il -6,4% dello scorso anno. Il tasso di disoccupazione salirà al 27,8%, contro le previsioni del 27,3%. Insomma, mica male per aver speso più di 200 miliardi di euro in meno di tre anni! Eppure, il 18 dicembre 2012 Standard&Poor’s ha deciso di migliorare il giudizio sul merito di credito di Atene, alzando il rating sovrano della Grecia a B- dalla precedente valutazione di SD, ovvero selected default.

Il perché? Il piano di buy back del debito, ovvero i soldi europei buttati per ricomprarsi la sua carta da parati sovrana da banche e fondi. E pensate che solo l’8 agosto sempre dello scorso anno, proprio la stessa Standard & Poor’s rivide l’outlook sul debito greco da “stabile” a “negativo” su un rating CCC, poiché le obbligazioni greche risultavano altamente correlate all’evoluzione macro-economica e finanziaria della zona euro. Questa è la gente che l’altro giorno ha abbassato il nostro rating da BBB+ a BBB: capite perché il mercato li ha ignorati? L’asta di Bot è andata esaurita, lo spread è salito di pochi punti base e la Borsa era in negativo sì ma per l’attesa delle minute della Fed e per la contrazione dell’export cinese, non per il downgrade a orologeria di un’azienda privata che ha nel consiglio di amministrazione i dirigenti delle principali multinazionali Usa.

Detto questo, i problemi dell’Italia ci sono e non vanno nascosti dietro falsi patriottismi. Come ha sottolineato il presidente dell’Abi, Antonio Patuelli, nella relazione d’apertura dell’assemblea dell’Associazione bancaria ieri mattina, «le banche italiane hanno ridotto all’osso i propri margini. La forbice fra raccolta di risparmio e impieghi medi, ha affermato Patuelli, è passata dai 300 punti base di prima della crisi ai circa 170 attuali. Si tratta del margine più basso di tutta l’operatività commerciale di ogni genere in Italia. Le banche meritano più rispetto, senza preconcetti e senza venire confuse con chi ha causato la crisi». Verrebbe da dire che lo meritano anche i correntisti e le imprese che falliscono ogni giorno, ma non sono tempi per speculazioni o facili polemiche. E vi spiego perché.

Cosa sia l’Europa mi sembra che ve lo abbia spiegato bene il caso greco, quindi dobbiamo sapere di non poterci fare troppo affidamento. Anzi, tocca dormire con un occhio sempre aperto. E nonostante martedì l’euro sia crollato a 1,28 sul dollaro, quando il buon Asmussen, membro del board Bce, non ha escluso il ricorso a nuove aste Ltro per finanziare gli istituti europei, il rischio per le nostre banche sta nelle pieghe delle nuove regolamentazioni, sia quelle legate all’attività dell’Eba, sia quelle di emanazione propriamente politica, come le nuove norme in caso di fallimento o necessità di ricapitalizzazione. Sta infatti passando la linea Weidmann, il potente capo di Bundesbank, il quale non solo ha detto chiaramente che occorre rendere possibili default sovrani senza che questi comportino il crollo del sistema finanziario (di qui le regole in base alle quali a pagare per primi saranno correntisti non assicurati e detentori di bond), ma anche che per spezzare il perverso cordone ombelicale che unisce banche a Stati attraverso la detenzione di titoli di debito pubblico occorre eliminare il concetto di debito sovrano come investimento risk-free, obbligando gli istituti a ulteriori accantonamenti che servano a coprire i possibili rischi da esposizione ai titoli di Stato.

A livello generale posso essere d’accordo, a parte un paio di particolari: primo, a eliminare il concetto di debito sovrano risk-free ci ha pensato per prima proprio Angela Merkel nell’estate 2011 scoperchiando il vaso di Pandora, dopo che Deutsche Bank aveva scaricato 8 miliardi di debito italiano, coprendosi con credit default swaps. Secondo, se una nuova regolamentazione simile dovesse passare a forza in tempi brevi, senza gradualità, il nostro sistema bancario è fallito, distrutto, ridotto alla capitalizzazione di una torrefazione e pronto a essere scalato, visto che le detenzioni di debito italiano dei nostri istituti sono a quota 370 miliardi di euro. Questo è il rischio, questo rende gravi e sospetti i downgrade a orologeria, come gli scoop sui derivati degli anni Novanta. E noi con che armi e uomini affrontiamo una situazione simile? Con i Brunetta che chiedono di bloccare i lavori del Parlamento per tre giorni in segno di protesta contro la Cassazione (la quale ci ha messo del suo nel fornire un bell’alibi con la modalità Speedy Gonzalez che ha assunto)? Con le Santanché che vanno in piazza Farnese con la maglietta “Siamo tutti puttane”? Con i Gasparri che parlano per slogan? Con le Biancofiore e il sedicente “esercito di Silvio”? Facendo dell’Imu la linea del Piave, quando una tassa simile c’è in tutta Europa?

Per carità di patria, finisca l’era del Pdl così com’è e nasca una nuova forza liberale, popolare e conservatrice seria, fatta di uomini e donne preparate, in grado di affrontare la sfida della sopravvivenza del Paese. Se così sarà, vedrete che le voci dal sen fuggite all’interno del Pd o i movimenti populisti e ideologici tipo Sel o M5S spariranno da soli, come per magia, come neve al sole. E, forse, avremo un Paese quasi normale. O, almeno, resteremo vivi. Perché non so se l’avete capito, ma siamo sotto attacco. E agosto è alle porte.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori