FINANZA/ Quei 400 miliardi “impossibili” da incassare per l’Italia

- Giuseppe Pennisi

Ultimamente è tornata alla ribalta l’idea di aggredire il debito pubblico italiano attraverso vendite di immobili dello Stato e privatizzazioni. Il commento di GIUSEPPE PENNISI

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Il ministro Saccomanni (InfoPhoto)

Il Pdl ha presentato un programma per ridurre, principalmente tramite vendite di immobili pubblici e privatizzazioni, di 400 miliardi di euro lo stock del debito pubblico nell’arco dei prossimi cinque anni. Il programma non sembra avere ricevuto grandi consensi dal Governo (dato che non ci sono state reazioni ufficiali). Non è stato però neanche accolto con segni di rigetto. Dato che, in questi giorni, sono all’estero e non conosco i dettagli del programma non credo sia appropriato che esprima commenti di merito. Tuttavia, la proposizione stessa del programma solleva un interrogativo: è o non è il momento di pensare a misure straordinarie di riduzioni dello stock di debito pubblico di cui tener conto nel prossimo Programma nazionale di riforme e nella prossima Legge di stabilità? La riclassificazione al ribasso della qualità dei nostri titoli di Stato da parte di una delle maggiori agenzie di rating è un segnale che si farebbe bene a pensare a misure di questo genere?

Poco più di un anno fa, una dozzina di proposte presentate da vari economisti sono state passate in rassegna in un seminario del Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro (Cnel). Il dibattito là innescato si è smorzato nell’arco di pochi mesi a ragione, in gran misura, dell’avvicinarsi delle elezioni, ma anche delle polemiche econometriche sul modello di Reinhart e Rogoff sugli effetti negativi del debito pubblico sulla crescita. Occorre riconoscere che alcune settimane prima della proposta del Pdl, l’economista Paolo Savona ha rilanciato con forza il problema in articoli e interviste.

A mio parere, anche se sarebbe errato prendere alla lettera le stime di Reinhart e Rogoff (in base alle quali il debito pubblico rallenta di un punto percentuale la crescita se supera il 90% del Pil), il fardello del debito è, senza dubbio, un freno allo sviluppo, specialmente in un Paese a forte invecchiamento demografico e la cui struttura produttiva è in gran misura matura. Sempre a mio avviso, è stato temerario l’impegno, assunto nel Fiscal Compact, di ridurre il debito pubblico di tre punti percentuali l’anno per i prossimi vent’anni.

Queste considerazioni inducono ovviamente a suggerire che, prima o poi (anzi meglio prima che poi), un’operazione straordinaria di consolidamento dovrà venir fatta. Quindi , il problema è come e quando farla. Oggi, a valori immobiliari calanti e con la Borsa in fibrillazione – e mentre aziende italiane di prestigio passano di mano a conglomerati stranieri – può non essere il momento migliore. Tuttavia, le aspettative di tassi d’interesse in aumento, inducono a pensare che in futuro il peso del debito pubblico potrebbe essere ancora maggiore.

Una risposta secca, dunque, non è facile. Occorre aprire un dibattito. Questa può essere la sede appropriata per un confronto. Pensando sempre, però, che senza una politica di crescita (che può voler dire allentare per qualche anno i vincoli di bilancio), qualsiasi manovra straordinaria sul debito avrebbe effetto caduchi.

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