LIGRESTI, TRONCHETTI, ECC./ L’Italia senza capitali perde anche il capitalismo

- Ugo Bertone

UGO BERTONE prova a raccogliere le notizie in arrivo dal fronte del capitalismo di casa nostra in questo primo scorcio d’estate: non ne emerge un quadro confortante

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Proviamo a raccogliere le notizie in arrivo dal fronte del capitalismo di casa nostra in questo primo scorcio d’estate. Con un obiettivo ambizioso: capire se, dietro l’apparente grande fuga o le manovre difensive per salvare il salvabile, esiste una qualche capacità di reazione nel nostro sistema stressato dalla crisi. A prima vista le note sotto tutte negative: a) frana del gruppo Ligresti, fino a 18 mesi fa a pieno titolo una delle grandi famiglie del potere di casa nostra; b) svolta storica in Mps, la terza banca del Paese, con la cancellazione del tetto del 4% per i soci esterni alla Fondazione, cosa che segna la fine di una grande anomalia; c) la cessione dell’80% di Loro Piana al gruppo Lvmh. d) Intanto prosegue il lento declino di Telecom Italia: dopo il no dei soci alla fusione con H3G arriva il congelamento, più minacciato che reale, al processo di scorporo della Rete, mentre il taglio delle tariffe sull’unbundling spinge il titolo sui livelli del 1997. Allora, però, Telecom Italia era una società aggressiva e ricca, che aveva nei cassetti un dossier relativo a un’Opa su Vodafone che oggi, pur non brillando, ha un valore di Borsa sei volte superiore; e) merita attenzione la volontà di emanciparsi dalla logica di cassaforte di partecipazioni del salotto buono esposta da Mediobanca. Ancor più efficace la strategia di Mario Greco alle Generali che, senza proclami, si sta liberando dalle zavorre imposte dai soci (Mediobanca ma non solo) e, soprattutto, sta attraendo una squadra di cervelli di prim’ordine nello staff. Cosa che non è ancora riuscita, nonostante le promesse, a Banca Intesa nell’era Cucchiani. A dimostrazione che la banca di sistema, una volta che deve avventurarsi nel mare magno del mercato globale, fa fatica.

Un discorso a parte lo merita la Fiat. Da una parte c’è una giusta, seppur non indolore, necessità di competere a livello globale integrando l’Italia con le strutture di Chrysler, dall’altra si dichiara “strategica” la presenza in Rcs. Eppure Chrysler non possiede neanche un’azione della Detroit Free Press o tantomeno un titolo del New York Times. Perché Fiat dovrebbe comportarsi diversamente in Italia? Forse perché gli è stato chiesto da qualcuno (il Quirinale?), per evitare cambiamenti traumatici in una testata importante. Forse perché John Philip Elkann ritiene che sia il modo più efficace per marcare la presenza nella Penisola, anche dopo aver ridotto il peso industriale di Fiat. Comunque sia, è un buon esempio delle contraddizioni del caso Italia.

Anche chi predica la necessità di mettersi al passo delle best practice internazionali cede alla tentazione di pensare che l’Italia sia diversa, meriti una forma di tutela perché il mercato non è in grado di assicurare la stabilità e l’indipendenza della stampa, come capita nel resto dell’Occidente. Una scorciatoia che non porta nulla di buono.

Insomma, emerge un quadro in lenta evoluzione, distinto più da ombre che da luci. Il capitalismo italiano paga gli errori commessi nel momento cruciale dell’apertura delle frontiere comunitarie. Allora si sono realizzati consolidamenti importanti in sede comunitaria, che hanno visto tutte le grandi imprese e le grandi realtà finanziarie cercare nuovi posizionamenti sul mercato. Ci volevano capacità finanziarie, manageriali e tecnologiche che, ahimè, il capitalismo nostrano non ha avuto. In assenza di poli integratori, è venuto meno il player in grado di accogliere le imprese del fashion (vedi Loro Piana) alla ricerca di piattaforme finanziarie e di marketing in grado di sostenerle in una penetrazione mondiale.

Ha contribuito ad accrescere questo gap la resistenza del modello del capitalismo familiare e l’ostilità, interessata, ad applicare in casa propria modelli di governance e di vigilanza contro i conflitti di interesse che distinguono un capitalismo maturo da una logica faccendiera. È facile oggi mettere alla berlina il “modello Ligresti”. Ma l’uso disinvolto di società quotate a vantaggio dell’arricchimento familiare non è un’esclusiva dell’Ingegnere di Paternò. E non è certo piovuta dal cielo. Quanti professori della Bocconi hanno firmato senza alcun scrupolo disinvolte perizie per conto del gruppo Ligresti in questi anni? Il sistema non è stato in grado di sviluppare anticorpi sufficienti.

Al di là delle buone intenzioni, non si è certo esaurita la fase dei patti di sindacato, delle catene lunghe di comando e di tutto quanto serve a garantire la mutua assistenza piuttosto che il confronto sul mercato. È questa la trama che accomuna vicende annose come quella di Rcs o i machiavellismi che hanno segnato la soluzione del contenzioso Malacalza-Tronchetti Provera. Per non parlare degli equilibri tesi alla conservazione nel mondo bancario, oggi finalmente scossi dalla caduta del muro del 4% per i soci di Mps esclusa la Fondazione.

La sensazione è che si continui a spendere un patrimonio di energie e di mezzi finanziari per la conservazione di un potere che va evaporando con grande velocità senza dare il dovuto spazio alla discontinuità negli assetti e nelle scelte.

L’unica speranza di ripresa passa dalla liberazione di animal spirits schumpeteriani, capaci di imporre innovazioni ed economia della conoscenza, materie che non trovano eco in un dibattito politico (ma anche imprenditoriale) in cui si pensa ai contratti liberi da regole per l’Expo, ma non a investimenti nella formazione che rendano possibile una traiettoria alta nell’economia della conoscenza. Così l’Italia si impoverisce. E chi può, le reti le va a cercare altrove.

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