IMU E IVA/ Arrigo: ecco come evitare la “stangata” d’ottobre

- int. Ugo Arrigo

Per UGO ARRIGO l’idea del governo di avvalersi dell’Isee per stabilire chi debba pagare l’Imu acuirebbe le diseguaglianze tra famiglie di lavoratori dipendenti e autonomi

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Fabrizio Saccomanni (Infophoto)

Il Pdl vuole la cancellazione dell’Imu punto e basta. Il Pd vorrebbe preservare quella sulla case di lusso, sui ricchi. Si dà il caso, tuttavia, che in Italia, tenere conto esclusivamente dei redditi avvantaggerebbe gli evasori, mentre le rendite catastali, non essendo state aggiornate, non sono adeguate a stabilire il reale valore della casa. Forse, è stato trovato un compromesso. L’imposta sull’abitazione sarà pagato in base all’Isee, che tiene conto della situazione patrimoniale complessiva. Resta il fatto che per le casse dello Stato si tratterà di un mancato introito, considerando che il governo sta mettendo in cantiere anche la cancellazione dell’aumento dell’Iva. Nei giorni scorsi si è parlato di una possibile manovra a ottobre per 11 miliardi. Non è che, come si teme, le tasse saranno abbassate attraverso l’introduzione di nuove tasse? Lo abbiamo chiesto ad Ugo Arrigo, professore di Finanza pubblica presso la Bicocca di Milano.

Cosa ne pensa dell’ipotesi di avvalersi dell’Isee (detto anche “riccometro”) per il pagamento dellImu?

Creerebbe delle iniquità. Per i lavoratori dipendenti il redito imponibile è al lordo dei costi. I lavoratori autonomi, invece, hanno i costi detraibili. Significa che il loro imponibile è al netto delle spese. Si acuirebbe, quindi, quella diseguaglianza già attualmente esistente. Utilizzare l’Isee per imporre l’Imu sarebbe ingiusto e oneroso verso i lavoratori dipendenti.

Lei cosa suggerisce?

Affermo da tanti anni che ciascun cittadino italiano dovrebbe essere portatore di un’esenzione personale e basata sui componenti della propria famiglia. Per intenderci: se poniamo che per ciascun componente l’esenzione si estenda a due vani, una famiglia di 4 persone che abita in una casa con trenta stanze non dovrebbe pagare l’Imu solo su 8, mentre in tutte le altre sì.

Considerando il contestuale rinvio dell’aumento dell’Iva, non c’è il rischio che a ottobre ci ritroviamo con una nuova stangata?

Tenderei a escluderlo. I soldi, se si vogliono trovare, si trovano. La spesa pubblica non è incomprimibile. Ordine si può fare, eccome, mentre molte spese sono tagliabili, altre, quantomeno rinviabili.

Quali, per esempio?

Lo Stato deve iniziare a tagliare i trasferimenti alle imprese di cui è proprietario. Nel ’94, quando ero consulente di Palazzo Chigi, fui promotore di un taglio dei trasferimenti alle Ferrovie di circa 3mila miliardi di lire. Oltre alle Ferrovie, ai quali lo Stato ha dato, negli ultimi 15 anni, circa 8 miliardi di euro all’anno, è possibile tagliare in molte altre aree, come le Poste, il trasporto pubblico locale e tutte le aziende sovvenzionate dallo Stato. Contemporaneamente ai tagli, sarà necessario fare in modo che queste imprese funzionino meglio. E che possano stare in maniera più efficiente sul mercato. In quest’ottica non si devono escludere, ma sono anzi auspicabili, le privatizzazioni.

 

I tagli non rischiano di mettere le aziende in ginocchio?

No, perché tutti gli altri paesi europei riescono a gestire le proprie imprese con costi incommensurabilmente inferiori ai nostri, ma con risultati ineguagliabili. Un chilometro di un autobus pubblico, in Italia, costa più del doppio che in Gran Bretagna. E ha meno passeggeri a bordo.

 

Crede che il governo sia abbastanza autorevole per effettuare operazioni del genere?

Guardi, francamente lo spirito riformista, in questo governo, scarseggia, così come in quelli che si sono succeduti negli ultimo 10 anni. Resta il fatto che, per lo Stato, è molto più semplice (e legittimo) agire nei confronti di se stesso che verso l’esterno. Tagliarsi le spese è più semplice che tagliare le pensioni. Certo, è pur vero che già nel ’96 proposi una riforma thatcheriana ammorbidita delle ferrovie, volta a effettuare uno “spezzatino”: si sarebbe dovuto dividere l’azienda in quattro parti. Una per il trasporto locale, una per le tratte a lunga distanza, una per il trasporto merci e una per  la rete. Ciascuna parte, con il tempo, sarebbe dovuta essere privatizzata. Un provvedimento del genere avrebbe permesso di risparmiare miliardi di euro e di rendere il servizio più efficiente. Non se ne fece nulla. In compenso, pochi mesi dopo, una riforma pressoché identica fu adottata dalla Svezia.  

 

(Paolo Nessi)

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