LETTERA BCE/ Giannino: in Italia più tasse che riforme, colpa di tecnici e burocrati

Secondo OSCAR GIANNINO, siamo penalizzati da numerose anomalie, a partire da una classe politica selezionata non tanto in base alla preparazione, quanto alla fedeltà ai capi partito

28.07.2013 - int. Oscar Giannino
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Ferruccio De Bortoli, nel suo editoriale del 24 luglio, spiegava perché a questo governo e alla stabilità non c’è alternativa, ricordando cosa accadde il del 5 agosto del 2011 «quando il governo Berlusconi ricevette la contestata lettera della Banca centrale europea». «Il Cavaliere – scrive De Bortoli – considera quella missiva, che conteneva una serie di impegni immediati, alla stregua di un golpe europeo. In realtà il governo, dopo il vertice di Cannes, nel quale si prese l’impegno del pareggio di bilancio, non stava più in piedi. La lettera della Bce rappresentò un ultimo atto di fiducia, preceduto da acquisti di titoli italiani per 160 miliardi». Il 27 luglio, Lorenzo Bini Smaghi, ha scritto al Corriere per precisare ulteriormente i termini della questione. Facendo presente che quella lettera invitava a fare delle importanti riforme quando, invece, si è provveduto unicamente ad aumentare la tassazione. Abbiamo parlato di tutto ciò con Oscar Giannino.

Si trattò di un semplice invito a fare delle riforme?

Nel 2011, quando gli strumenti straordinari della politica monetaria della Bce (Omt e Ltro) non erano ancora stati predisposti, all’interno del circuito istituzionale europeo esistevano delle vere e proprie falle ordinamentali. La lettera della Bce, in un tale contesto, non si poteva considerare un semplice invito. Fu, piuttosto, un’indicazione analitica prescrittiva, ricevuta la quale vi fu la certezza che, in assenza della realizzazione dei punti prescritti, avremmo avuto grandi problemi a piazzare i nostri titoli. Quindi, la tesi di chi difende le prerogativa della sovranità nazionale in ordine alle politiche di bilancio, sia pur nell’ambito dell’ordinario controllo da parte delle autorità europee, e afferma che si trattò di un episodio non codificato, ha dei fondamenti. Va anche detto che Ferruccio De Bortoli ci ha rivelato che all’epoca era stato messo a punto un decreto di chiusura dei mercati finanziari, rimasto nel cassetto, e di cui Tremonti, allora ministro, giura di non saperne niente. Mi pare un argomento sul quale, presto o tardi, il capo dello Stato dovrà dirci come le cose sono andate. Ciascuno, altrimenti, potrà continuare ad affermare che l’avvicendamento al governo fu una forzatura del tutto illegittima.

Nel merito, Bini Smaghi afferma che invece che varare delle riforme si è preferito aumentare le tasse.

Dal 2000 alla fine del 2012, abbiamo avuto un aumento di 228 miliardi di entrate e di 274 miliardi di spesa pubblica. Negli 8 anni in cui il centrodestra ha governato, le entrate sono aumentate di 156 miliardi; nei due anni e mezzo di governo di centrosinistra, di 58. Restano una ventina di miliardi attribuibili ad un anno di governo Monti. Il ritmo annuale di aumento delle entrate, quindi, è pressappoco analogo. Certo, Monti ha aggravato il fardello impositivo in un momento in cui avevano già raggiunto l’apice di intollerabilità. Tuttavia, Bini Smaghi non fa altro che descrivere un trend che ha riguardato tutti gli schieramenti.

 

Perché in Italia si preferisce tassare che riformare?

L’Italia è penalizzata da numerose anomalie. Siamo l’unico grande Paese europeo in cui non ci sono soggetti che si richiamano alle grandi famiglie europee del popolarismo (non dimentichiamo che il Ppe quasi ripudiò Berlusconi) e della socialdemocrazia. La circostanza si è esasperata con la tripartizione del Parlamento prodotta dalle ultime elezioni. Il tutto, dipende da una seconda anomalia: il nostro sistema istituzionale è caratterizzato da numerose falle. La forma di governo è debolissima mentre le forze parlamentari esprimono il proprio potere più con i veti che con la collaborazione alla realizzazione dei programmi. Il timone della politica della finanza pubblica, infine, è stato assunto dai tecnici della Ragioneria generale dello Stato e dai vertici della pubblica amministrazione.

 

Cosa intende?

Una minoranza composta da non più di 200 persone (capi di gabinetto, direttori generali, magistrati amministrativi e contabili) scrive e interpreta le norme. Un fenomeno che non ha eguali in Europa. Che deriva da un vuoto originato dall’assenza di partiti in grado di selezionare accuratamente la propria classe dirigente. Abbiamo, d’altra parte, una legge elettorale che manda in Parlamento i prescelti dai capi-partiti, nominati non in base alla preparazione, ma alla fedeltà.

 

Tornando alla lettera: la priorità sono le liberalizzazioni delle professioni, dei servizi pubblici locali  e della pubblica amministrazione come dice Bini Smaghi?

Anzitutto, chiunque concorda nell’affermare che si tratta di riforme utili. Il cui effetto, tuttavia, si rivela nel medio-lungo termine. Quindi, dobbiamo comprendere se l’Italia sia in condizione di considerare quelle riforme la priorità, oppure come riforme indubbiamente necessarie, ma da assumere in subordine a misure tempestive che diano segnali ai nostri partner. Detto questo, credo che il nostro problema di produttività generale vada affrontata liberalizzando nell’ambito dei servizi pubblici e privati (idrici, energetici, creditizi ecc..) non esposti alla concorrenza nel mercato domestico. Va da sé che non è sufficiente liberalizzare, dando sfrenata libertà a chi ha più soldi e ipotizzando che il mercato, in seguito, si autoregolamenti. E’ necessario farlo, invece, assumendo un diverso approccio regolatorio. Il soggetto pubblico, per esempio, deve garantire che il privato investa nel servizio concesso. E’ ancora più fondamentale, in ogni caso, un profondo cambio di marcia rispetto alle politiche di finanza pubblica, rispetto sulla spesa e sulle dismissioni, che sin qui è mancato.

 

Ci spieghi.

Monti ha accentuato il tasso di diminuzione della propensione della spesa pubblica a crescere. Ma non ha proposto, lui come nessun altro, di cambiare i criteri di contabilità pubblica italiana, in base ai quali si fanno le leggi di stabilità. Essi sono fondati sugli andamenti tendenziali di competenza, mentre sarebbe necessario prendere lo storico della spesa di un anno, e rispetto ai termini reali di quella spesa – non ai tendenziali  inerziali – produrrete dei tagli veri.

 

Crede che ci siano le condizioni per fare questi interventi?

Sono scettico. Il governo è troppo condizionato dagli impegni assunti dai contrapposti partiti della maggioranza.  

 

(Paolo Nessi)

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