DATAGATE/ Pelanda: è una guerra interna agli Usa per “far fuori” Obama

Secondo CARLO PELANDA il caso Datagate non mette a rischio gli accordi per la creazione di un’area di libero scambio tra Europa e Usa. Semplicemente perché l’Europa non può dire di no

03.07.2013 - int. Carlo Pelanda
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Angela Merkel e Barack Obama (Infophoto)

Il Datagate, secondo le dichiarazioni dei politici europei, metterebbe a rischio gli accordi per la creazione di un’area di libero scambio tra Europa e Usa. Per Carlo Pelanda tuttavia non ci saranno stop. I negoziati proseguiranno visto che «è l’America che sta forzando e l’Europa non può dire di no, perché senza l’aggancio americano l’eurozona non riesce a risollevarsi». Per il professore di Politica ed Economia internazionale all’Università statunitense della Georgia, «sul piano economico la favorita da questi accordi è l’Italia». E dietro al Datagate ci sarebbe un conflitto tutto interno agli Usa.

Il Datagate rischia di avere ricadute negative sui negoziati in corso tra Europa e Usa per la creazione di un’area di libero scambio. Cosa succederà adesso: le trattative si bloccheranno?

È incomprensibile che le due cose vengano messe in relazione.

Incomprensibile?

Che esista una relazione tra il negoziato per l’area di libero scambio e il Datagate è davvero incomprensibile. Un’idea del genere può venire solo da esponenti di estrema sinistra o da stramboidi che hanno detto: l’America è cattiva, non facciamo un accordo con loro. Poi la stampa l’ha ripresa e ha creato un caso.

Una montatura dei giornali?

Il caso non esiste. Come non esiste la più remota possibilità che i governi interrompano l’agenda dei negoziati per l’area di libero scambio. È solo un fatto giornalistico.

Ci sono nemici dell’accordo? Chi sono?

Certo che ci sono. Non solo negli Stati Uniti, dove ci sono movimenti politici contrari. Ce ne sono anche in Europa. La Francia, ad esempio, non lo accetta volentieri.

Perché?

Per questioni di concorrenza. Se si tolgono le barriere doganali e si lascia libera concorrenza, la Francia, che è quasi moribonda sul piano economico, non ce la fa a essere competitiva.

L’accordo favorisce qualcuno?

Sul piano economico la favorita è l’Italia. La Germania, invece, accetta più per motivi politici, come male minore, ma non è soddisfatta. È l’America che sta forzando e l’Europa non può dire di no, perché senza l’aggancio americano l’eurozona non riesce a risollevarsi.

I negoziati proseguiranno quindi senza intoppi?

Queste cose non vengono interrotte da stupidaggini come il Datagate. La cosa fondamentale è che in Europa ci sono tre poteri che vogliono questo accordo: Germania, Italia e Regno Unito. La Francia si mette di traverso, ma non riesce a bloccarlo.

 

La posizione dell’America è cambiata rispetto al passato?

In America gli operatori economico-finanziari sono favorevoli all’accordo. C’è solo una parte dei Repubblicani che è ostile, ma non più di tanto. Questa volta l’America c’è. Non come nel gennaio 2007, quando la Merkel propose più o meno le stesse cose, ma l’America, con l’Amministrazione Bush non c’era.

 

Ci saranno ritardi?

Visto che questa storia degli americani che spiano rimarrà sui giornali qualche settimana, se erano previsti incontri a fine luglio potrebbero essere rinviati a settembre, quando ricominciano le cose serie.             

 

Il ministro Mauro ha addirittura accusato gli Usa di comportarsi come l’Unione Sovietica. Senza reciproca fiducia come può reggere un accordo come quello del libero scambio?

Le proteste del ministro della Difesa, che è responsabile sul piano della sicurezza, sono scontate. E siccome è un politico abile, mi sembra, userà questo elemento a proprio vantaggio. Ma lo ripeto: che gli americani spiano è una cosa nota da sempre e si sa benissimo che lo fanno tutti; non si capisce dove sia la novità.     

 

L’ex ministro Terzi ha fatto notare una strana coincidenza: le rivelazioni di Snowden sono iniziate quando Obama ha rimproverato il presidente cinese Xi Jinping per i cyber attack.

È ovvio che non sono stati i cinesi. Le potenze, tra di loro, non si fanno questi scherzi, non rischiano perché poi la situazione è pesantissima. Il Datagate nasce da un conflitto interno che dura da mesi tra le agenzie di sicurezza americane.

 

Ci spieghi meglio.

È una mia posizione personale, ma vedo che periodicamente ci sono scontri in America all’interno del sistema della sicurezza, che è fatto da una marea di agenzie – ce ne sono in tutto 16 – con un coordinamento poco strutturato.                

 

Che spiegazioni daranno secondo lei gli Usa ai loro alleati?

Diranno che hanno fatto tutto secondo le leggi e secondo i trattati, il che è vero. Poi magari manderanno il vicepresidente a chiedere scusa a qualcuno di importante, per esempio in Germania. E tratteranno sottobanco gli accordi di libero scambio, offrendo un vantaggio agli europei.

 

Finirà davvero così?

Bisognerà vedere come il caso andrà avanti in America. Il Datagate è una cosa molto americana che serve ad anticipare l’uscita di Obama dalla scena politica. Bisogna vedere se coinciderà con le elezioni di medio termine, se è una risposta ai repubblicani in campagna elettorale o se è solo una questione interna di assestamento dei vari poteri.

 

È davvero così normale spiarsi tra alleati?

Anche noi italiani spiamo i nostri alleati e i nostri alleati ci spiano. Sappiamo esattamente chi ci spia e anche loro sanno di noi. Sappiamo, ad esempio, della rete francese di spionaggio economico, però non andiamo a lamentarci. Lo facciamo solo quando esagerano. Bisogna fare anche un’altra distinzione.

 

Quale?

Se si tratta di metadati non c’è stata alcuna violazione. Infatti, la loro raccolta è regolata dal codice di sicurezza approvato nel 2002. Tutte le nazioni collaborano a raccogliere questi dati che aiutano parecchio le indagini e sono un elemento essenziale per l’antiterrorismo. Tutte le nazioni che hanno sottoscritto i trattati se li scambiano allegramente. Oppure…

 

Oppure?

Se c’è stata un’attività di spionaggio di tipo economico-industriale e c’è di mezzo il servizio di intelligence americano, allora la cosa si fa pesante. Ma se è successo qualcosa del genere i giornali non lo sapranno.

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