IL CASO/ Pil, occhio al “trucco” degli Usa

Ieri gli Stati Uniti hanno diffuso i dati relativi al Pil del secondo trimestre, ma dall’anno prossimo cambieranno metodo di misurazione dell’indice. Il commento di STEFANO BRUNI

01.08.2013 - Stefano Bruni
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“Per il Pil Obama perse la cappa”. Mutuata dai motti popolari, questa è la miglior sintesi dell’operazione contabile e statistica che consente agli Stati Uniti di “assegnarsi”, si stima, dal 2014, un generoso + 3% sul Pil (in inglese Gross domestic product o Gdp). Il Department of Commerce americano ha diffuso i dati del secondo trimestre 2013 (+ 1,7%), oltre a una nuova serie del Pil, rivista dal 1929 in poi, che entrerà a pieno regime a partire dal 2014. In effetti, la ripresa americana c’è, certificata da un balzo imprevisto nell’ultimo trimestre del Pil (+1,7%, appunto), con la produzione industriale che cresce oltre le aspettative degli analisti (a Wall Street si stimava un +1,1%), stimolata dalla politica espansiva della Fed.

Ma il Presidente del “Yes We Can” non pare soddisfatto e così ai risultati, comunque positivi, del “vecchio Pil”, si aggiungerà la revisione contabile avviata dall’Amministrazione statunitense per “ricalcolare” il Pil includendo anche il potenziale economico di opere di ingegno come film, serie tv e altre forme di arte. L’obiettivo, spiegano dal Bureau of Economic Analysis (l’Istat americano), è “misurare i possibili incassi” derivanti dal contributo della “creatività”. Si è valutato che questa operazione possa generare 400 miliardi di dollari di Pil in più. E così, alla fine, l’indicatore Pil darà segnali un po’ più positivi di prima, ma non (o non solo) perché è ripartito il motore dello sviluppo, ma perché si è deciso di misurare ciò che prima esisteva e non veniva calcolato.

Insomma, anche oltre Oceano cedono alla “dittatura del Pil” e tentano di mantenere i conti in ordine con un abile esercizio statistico che, seppur discusso e condiviso nel System of National Accounts (sistema di contabilità nazionale delle organizzazioni economiche internazionali come Onu, Fmi, Ocse, Birs), consentirà agli americani di trovarsi, dall’anno prossimo, un Prodotto interno lordo più alto del 3% grazie all’inclusione nella formula di calcolo di alcuni “fattori immateriali”.

Di fatto, l’aggiornamento proposto dell’indicatore economico più famoso al mondo rileva una certa sensibilità per i cambiamenti che negli anni sono stati registrati a livello globale: una prima risposta dell’esistenza della “società della conoscenza”. Certamente non è questa la strada che consentirà di avere maggiore sviluppo reale e nuovi posti di lavoro, e non potrà essere questa la soluzione ai problemi europei legati ai parametri di Maastricht. Non è dunque una rivoluzione economica, ma un cambiamento culturale, un nuovo approccio che considera i beni immateriali centrali per la crescita delle economie più avanzate.

Da questo punto di vista, l’iniziativa americana merita di essere monitorata e approfondita con cura. Ma attenzione a non farsi trarre in inganno: nulla, o quasi, ha a che vedere questa iniziativa con il più ampio dibattito sulle cosiddette misure integrative del Pil: quelle cioè indirizzate a determinare “nuovi” indicatori di progresso della società. Insomma, non confondiamo l’economia reale con quella “culturale”.

Bisogna infatti chiarire che le esperienze in materia, ormai diffuse in tutto il mondo, dal Canada all’Australia passando per il Buthan, non intervengono direttamente sull’indicatore Pil modificandolo, ma lo integrano, lo affiancano. Ci si trova cioè in un altro contesto culturale e scientifico. I “nuovi indicatori”, come quelli individuati dal Cnel e dall’Istat nel Rapporto sul Benessere equo e sostenibile, non sono sottoindicatori del Pil, sono “altri” indicatori integrativi di tipo qualitativo, utili per una analisi a 360 gradi della società e delle sue potenzialità di progresso.

Se non si chiarisce questa differenza fondamentale si rischia di cadere in quell’equivoco che Darrel Huff aveva evidenziato nel suo libro “How to lie with statistics” (per chi non mastica la lingua di Shakespeare, significa “mentire con le statistiche”), quando diceva che ampie e migliori conoscenze dei fenomeni quantitativi e qualitativi che caratterizzano la società sono un grande vantaggio, in termini di efficacia, ma generano, al medesimo tempo, il rischio che si possano diffondere falsità per confondere gli avversari.

Forse alla Casa Bianca hanno considerato che con questo “nuovo” Pil si potrà gestire in modo non del tutto recessivo il Fiscal cliff, e forse anche in Europa si potrà pensare, come si diceva, che basta un artificio del genere per arginare il problema dei vincoli di Maastricht. Per dirla con De Gasperi: “l’obiettivo vero cui ogni buon politico dovrebbe cercare di puntare è realizzare”, e negli stessi anni Einaudi ammoniva: “Conoscere per amministrare”.

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