SPY FINANZA/ I guai delle banche che la Germania vuol nascondere

- int. Sergio Bianchi

SERGIO BIANCHI svela perché, nonostante il sistema bancario tedesco sia il peggiore d’Europa, le valutazioni dell’Eba siano sempre state piuttosto generose con la Germania.

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Angela Merkel (Infophoto)

Il sistema bancario tedesco è il peggiore d’Europa. Lo si legge in un articolo pubblicato sul New York Times qualche giorno fa. Per un esperto come Sergio Bianchi, professore di Metodi Matematici dell’Economia presso l’Università degli Studi di Cassino, non si tratta tuttavia di una grossa novità. Già nel 2011, quando ci fu il salvataggio delle banche europee, su 11 interventi 7 riguardarono proprio le maggiori banche tedesche. «Finalmente se ne sono accorti anche loro, verrebbe da dire, visto che non è una grossa novità. Che in questo momento il sistema bancario tedesco, più che quello di altri stati, abbia qualche problema è un fatto abbastanza acclarato. La Germania stessa sta correndo ai ripari con la riforma che entrerà in vigore all’inizio del 2014».

Qual è il problema?

Sostanzialmente consiste in questo. Sembra che le valutazioni fatte dall’Eba, l’Authority bancaria europea, siano state abbastanza generose soprattutto con la Germania.

Cosa intende dire?

Quando si valuta la capienza del patrimonio bancario per far fronte alle esigenze che gli istituti hanno, la si sconta con i rischi della parte attiva. L’Eba dice che devi avere un capitale pari almeno al 9% degli asset ponderati per il rischio. Quindi fa una valutazione dei rischi connessi agli asset che le banche hanno in portafoglio. Se uno fa una valutazione sulla base dei criteri stabiliti dall’Eba le banche tedesche sembrano reggere e ottengono una valutazione positiva. Ma c’è anche un altro modo per fare questa valutazione.

Quale?

La metodologia Ocse, usata negli Stati Uniti, che stabilisce che devi avere un capitale pari almeno al 5% di tutte le attività. Se si fa questo tipo di valutazione sul sistema bancario tedesco emergono dei problemi. Molte delle attività delle banche tedesche, in realtà, nascondono dei rischi occultati nelle pieghe del bilancio, collegati per esempio a titoli che hanno in portafoglio. Il cui rischio viene sottostimato dalla metodologia Eba. Questo è particolarmente evidente in alcune banche tedesche.

Può fare degli esempi?

La Deutsche Bank, ad esempio, fino all’anno scorso aveva qualcosa come il 49% di quegli attivi classificato come “Altri attivi”. Questa voce significa titoli, significa anche derivati, una montagna di attività che non si sa bene come valutare in termini di rischio. Vengono comunque valutati in termini di rischio, ma con ipotesi tutte da verificare alla prova dei mercati. Tanto è vero che la stessa Deutsche Bank ha intrapreso azioni per ridurre questa esposizione e contenere queste fonti di rischio. La cosa è abbastanza nota negli ambienti finanziari. Chiaramente stiamo parlande della Germania e non sarà certo l’Italia a scagliare la prima pietra. Ci sono delle remore a scagliarsi contro, visto il potere politico dei tedeschi. È una questione politica. Dal punto di vista tecnico, le cose sono abbastanza chiare. C’è da dire anche un’altra cosa.

Prego.

Nel 2011, se ricordo bene, quando ci fu il salvataggio delle banche europee, su 11 interventi 7 riguardarono i maggiori operatori bancari tedeschi. Significa che quel sistema qualche problema ce l’ha. Non così evidente come quelli del sud Europa, perché più recondito, ma ce l’ha.

 

È per questo che la Germania si oppone all’unione bancaria?

È una lettura ragionevole. Secondo me, però, l’opposizione della Germania passa per una richiesta di maggior rigidità nei controlli ben sapendo che ci sono paesi come la Francia e l’Inghilterra che non la vogliono. In realtà, questa posizione nasconde la preoccupazione per il fatto che un controllo così marcato da parte della Bce farebbe venire a galla alcuni problemi. Mi sembra più che altro un gioco al rialzo proprio per impedire che si giunga a un controllo comune più serrato. Anche l’accordo che è stato trovato in caso di fallimento, che prevede che inizino a pagare prima gli azionisti, poi gli obbligazionisti, poi i risparmiatori oltre i 100mila euro, mi sembra che cerchi di contenere l’impatto che un controllo centrale a livello europeo potrebbe avere.

 

E il nostro sistema bancario sta meglio? Proprio l’altro giorno Bankitalia ha evidenziato alcune sue difficoltà…

C’è una differenza di fondo con il sistema bancario tedesco. I nostri problemi sono legati a un’economia che non va, che è in paralisi e non se ne vede l’uscita. Nel caso della Germania il problema invece è negli investimenti che sono stati fatti, nei titoli che sono stati acquistati. E da un certo punto di vista quei problemi sono più gravi dei nostri.

Perché?

Che la nostra economia non funzioni è un fatto conclamato, ed è sotto la luce del sole. Dobbiamo preoccuparci piuttosto di quello che c’è sotto il tappeto, che è invisibile e fa più paura perché è anche più difficile da valutare e il suo impatto è più difficilmente stimabile. Come nel caso della Germania. E ci sarebbe anche un altro aspetto da considerare.

 

Di cosa si tratta?

Riguarda il meccanismo di stabilità europeo (Esm), il Fondo salva-Stati. L’Italia vi concorre per il 17,9% e nei prossimi anni dovrà versare 125 miliardi di euro. Ora, dove andranno a finire quei soldi? Non certo a paesi con problemi di rating, andranno a quelli con tripla A, come la Germania. Assistiamo così a un fenomeno curioso, per cui si drenano risorse a paesi in difficoltà per darle a chi invece sta bene.

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