CALCIO E FINANZA/ Inter, i “misteri” della trattativa Moratti-Thohir

La trattativa tra Massimo Moratti ed Erick Thohir riguardo l’ingresso nell’Inter del magnate indonesiano presenta alcuni aspetti oscuri, dice MAURO BOTTARELLI

08.08.2013 - Mauro Bottarelli
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Massimo Moratti (Infophoto)

Un po’ di leggerezza oggi, dopo tante cose serie e tante preoccupazioni. È il tormentone dell’estate sportivo-finanziaria e sembra che ormai l’epilogo sia alle porte. Per il passaggio del 65% delle quote societarie dell’Inter a Erick Thohir bisognerà aspettare infatti solo dopo Ferragosto, un supplemento di attesa dovuto alla necessità di limare e scambiarsi nuovamente la bozza del contratto prima di giungere alle fatidiche firme. I dettagli ancora da definire riguarderebbero i debiti da abbattere, che ammontano in tutto intorno ai 210 milioni, tra banche e fornitori. Nessun problema, comunque, almeno stando agli addetti ai lavori, che attendono per il mese di settembre la chiusura dell’accordo, ovvero il cosiddetto “closing” che da più parti sentiamo risuonare in questi giorni.

Le parti avrebbero infatti trovato da tempo l’intesa e ora si lavora solo ai dettagli con l’ingresso sulla scena dell’americano Thomas Shreve, l’uomo dei numeri del tycoon indonesiano. «Il gruppo indonesiano si sta rivelando attento e prudente – ha dichiarato pochi giorni fa il patron nerazzurro dagli Usa -. I tempi non possono essere però troppo lunghi». Insomma, Moratti pare che abbia fretta di chiudere, mentre Thohir sembrerebbe, ora, prendere tempo. Qualcuno azzarda la data del 19 agosto, il lunedì successivo alla settimana di Ferragosto che vedrà anche gli studi legali e quelli degli advisors finanziari chiusi. Ma siamo sicuri che una firma simile non si farà verosimilmente a Londra, dove Ferragosto è un giorno feriale come gli altri?

Proseguiamo. Stando ai bene informati, Thohir avrebbe già predisposto tutto, con deleghe e procure che non lo costringeranno a tornare in Italia per firmare il mega assegno da 300-350 milioni di euro e che lo vedranno festeggiare l’acquisizione comodamente seduto sul divano della sua casa di Giakarta insieme al fidato Roeslani, esperto di fusioni con cui ha creato la società veicolo per acquistare il club nerazzurro e che avrà il compito di ripianare i debiti del club. Come anticipato, poi, nell’affare Thohir ha coinvolto anche Thomas Shreve, l’uomo dei numeri, il cui ruolo nella vicenda è quello di supervisore economico, con particolare attenzione alla ristrutturazione della società per attirare l’ingresso futuro di nuovi soci.

Fin qui la vulgata ufficiale della vicenda. Ma restano alcuni punti in sospeso e alcuni oscuri. Primo, perché un uomo come Thohir, di fatto il “cavaliere bianco” dell’Inter, pochi giorni fa si è sentito in obbligo di fare 40 ore di volo in tre giorni per venire a Milano e incontrare brevemente Moratti a pranzo, salvo poi starsene chiuso ad aspettare il nulla di fatto nella suite di un elegante albergo milanese? Da che mondo è mondo, se un businessman di livello si scomoda di persona è perché questo è necessario, altrimenti ci pensano avvocati e manager, spesso via conference call da un capo all’altro del mondo. Tanto più che è l’Inter ad aver bisogno di lui e non il contrario, bilancio alla mano. Si dice che il viaggio, inoltre, abbia colto di sorpresa Moratti, il quale avrebbe reagito con stizza alla mancanza di forma e di garbo del futuro socio, arrivando addirittura a meditare di far saltare il tavolo. Quantomeno irrituale, a certi livelli.

Secondo, lo scorso fine settimana, nell’arco di 48 ore, due giornali del gruppo Rcs, La Gazzetta dello Sport prima e Il Corriere della Sera poi, hanno ospitato il Moratti-pensiero al riguardo. Sulla “rosea” il patron nerazzurro di fatto ufficializzava con un’intervista a cuore aperto la cessione della maggioranza all’indonesiano, dicendo chiaramente che era necessaria una svolta a livello societario per permettere all’Inter di competere in campo nazionale e internazionale con i grandi club. Il giorno dopo, invece, sul quotidiano di via Solferino appariva un articolo nel quale venivano ricostruiti tutti i dubbi e i dilemmi che ancora albergherebbero nella sua mente riguardo la cessione: l’amore per la squadra, il connubio Moratti-Inter ritrovato dopo gli anni del padre Angelo, la poca fiducia nel nuovo socio, di fatto un parvenu a certi livelli, e la tentazione di esplorare strade alternative, ovvero compratori cinesi o russi.

Ora, nessuno può essere così ingenuo da pensare che in casa Rcs su un caso di questo rilievo, i direttori di Gazzetta e Corriere, o quantomeno i capo-redattori, non si parlino, soprattutto quando si esce a distanza di un giorno l’uno dall’altro, in così palese contraddizione di contenuti su uno stesso argomento. Certo, quella di Moratti alla “rosea” era un’intervista, mentre il pezzo sulCorriere era un retroscena, ma nessuno all’Inter – Moratti in testa – ha sentito il bisogno di smentirne i contenuti o stigmatizzarne il tenore. Strano. Insomma, potrebbe essere che Moratti abbia voluto mandare due segnali distinti, attraverso due postini fratelli: largo a Thohir per non far innervosire ulteriormente l’indonesiano, ma se qualcun’altro si facesse avanti…

Terzo, ad agitare la galassia Moratti non c’è solo l’Inter. Anzi. Pochi giorni fa il consiglio di amministrazione della Angelo Moratti Sapa, l’accomandita che riunisce Gian Marco e Massimo e che controlla il 50,02% di Saras, ha approvato il progetto di scissione a favore di due società di nuova costituzione che saranno interamente possedute dai due fratelli. L’operazione avrà efficacia dal prossimo primo ottobre e non avrà nessuna conseguenza sul controllo di Saras: l’intero patrimonio della Angelo Moratti Sapa, inclusa la partecipazione in Saras, sarà diviso a metà e l’accomandita sarà sciolta e il diritto di voto sulla controllata sarà garantito da un patto parasociale. Ognuna delle due società, inoltre, non potrà trasferire, né totalmente né parzialmente, le azioni senza il consenso dell’altra. Insomma, a partire da ottobre il presidente Gian Marco Moratti e l’ad Massimo Moratti controlleranno direttamente il proprio 25,01%. Nessuna ripercussione sull’Inter, visto che non esistono garanzie sul debito della società (superiore ai 400 milioni) che coinvolgano – anche indirettamente – Saras e che la gestione della società è garantita dal patrimonio personale di Massimo.

C’è però un ma. Dopo l’Opa parziale, infatti, i russi di Rosneft non si accontenteranno di restare a lungo al 21% e quindi la famiglia Moratti con questa mossa potrebbe essersi in qualche modo preparata al futuro. Rosneft, gigante petrolifero russo con un giro di affari di 75,3 miliardi di euro e un utile netto di 8,4 miliardi, ha investito nella Saras 270 milioni (tra il 13,7% comprato dai Moratti e il 7,5% ritirato con l’Opa) e intende creare una joint venture che fornirà uno sbocco ai prodotti della raffineria di Sarroch. I numeri di Saras, invece, non sono da applausi: capitalizza 938 milioni di euro, ha chiuso il primo trimestre di quest’anno a 2,67 miliardi (-14%) e con un margine operativo lordo di 54,4 milioni, -51%. Con soci simili, l’opzione russa per l’Inter non sarebbe stata più solida? Tanto più che l’altro gigante energetico russo, Gazprom, ha già fiutato l’affare calcio, avendo sponsorizzato lo Schalke 04 e tappezzando di proprie pubblicità tutti gli stadi della Champions League. Possibile che a Moratti non sia venuto in mente di sfruttare la partnership anche per la società calcistica?

Quarto, il 2 luglio scorso il club nerazzurro ha ufficializzato l’accordo con Deutsche Bank, che diventerà top sponsor, anche se il main sponsor, quello che finisce sulle maglie, resterà Pirelli. «Un partner di sicura affidabilità, con cui possiamo condividere strategie rivolte ai nostri tifosi – ha dichiarato il direttore generale nerazzurro, Marco Fassone -. L’interesse nei confronti dell’Inter e della sua nuova politica commerciale e il conseguente arrivo di Deutsche Bank, è un attestato di stima di cui siamo grati ed orgogliosi. Siamo l’unico club del calcio italiano ad avere come Official Bank un partner molto conosciuto a livello internazionale ma anche estremamente attivo in Italia dal 1977». E Deutsche Bank conosce molto bene la già citata Rosneft, visto che guidò un pool di banche che consentirono al gigante russo di beneficiare di un prestito di 30 miliardi, grazie al quale lo scorso novembre lanciò l’assalto al consorzio petrolifero anglo-russo TNK-BNP, ne curò il collocamento alla Borsa di Londra e già nel febbraio 2008 utilizzò i suoi buoni uffici presso altri istituti di credito per garantire un prestito da 3 miliardi di dollari, destinato a tamponare i buchi venutisi a creare dopo l’acquisizione delle infrastrutture di Yukos. Possibile che Moratti non abbia voluto percorrere questa strada, scegliendo invece Thohir come unico interlocutore?

Quinto, Thohir intende rafforzare il brand Inter nel mondo, seguendo l’esempio delle compagini inglesi che fanno del merchandising e delle partnership tra brand un punto di forza commerciale. Partiamo da un presupposto generale. Il fatturato dei club italiani cresce solo grazie alle plusvalenze da cessioni, ovvero la vendita di giocatori ad alto prezzo, mentre le altre voci languono. E parecchio. I ricavi da ingressi allo stadio sono stati al 9% del totale nella stagione 2011-2012, quelli da sponsor e attività commerciali al 16%, quelli da plusvalenze al 20% e quelli da diritti televisivi e radio al 43%. Con una ratio costi-ricavi in miliardi di euro a 2,376/2,031 nella stagione 2011-2012, c’è poco da fare concorrenza ai grandi club stranieri, ma l’Inter paga anche uno scotto interno. Scorporando le varie voci di ricavo, il club nerazzurro vede il cosiddetto “matchday” (gli ingressi allo stadio) al 16% del totale (23,2 milioni di euro), meglio di Milan (15%) e Juventus (8%), ma paga lo scotto proprio alla voce “commercial” con un misero 26% (50,3 milioni di euro, in gran parte garantiti da Pirelli) contro il 39% del Milan e il 35% della Juventus. C’è poi la voce “broadcasting”, ovvero i diritti televisivi, che pesano per l’Inter al 58% del totale ricavi (112,4 milioni), contro il 46% del Milan e il 57% della Juventus.

Ora, per far lievitare la voce “commercial”, come pare essere nelle intenzioni di Thohir, creando un appeal davvero internazionale per la società, occorre tornare presto nel calcio che conta. Ovvero, non solo puntare allo scudetto in Italia, ma soprattutto alla Champions League (quantomeno parteciparvi), torneo che garantisce i ricchi diritti tv Uefa oltre ai premi per i passaggi del turno. Occorre quindi investire e tanto per puntare in alto, visto che quest’anno la voce “broadcasting” per l’Inter subirà un netto ridimensionamento, essendo fuori anche dall’Europa League. Quest’anno, inoltre, l’Inter è uscita per la prima volta dal 2001/2002 dalla top ten della Deloitte Money League Football, sorta di bibbia del calcio visto dal punto di vista commerciale, che vede il club nerazzurro al 12° posto su 20 con ricavi pari a 211,4 milioni di euro (per capirci, Real e Barcellona, prima e seconda della classe, vantano ricavi annui rispettivamente per 479,5 milioni e 450,7 milioni). Insomma, un cane che si morde la coda: se non spendi non entri nel calcio che conta, il quale ti garantisce soldi ma anche visibilità per rafforzare il brand e gli introiti commerciali. Quanto è intenzionato a spendere Thohir per rafforzare l’organico, dopo aver staccato l’assegno per la maggioranza della società ed essersi accollato anche una parte dei debiti pregressi? Non si sa e non si sa nemmeno quando lo farà: un piano biennale? Triennale? Quinquennale?

Sesto, l’Inter non è quotata in Borsa e questa potrebbe essere una delle ragioni che ha frenato l’interesse di altri soggetti all’acquisto della società nerazzurra. In Borsa, infatti, le aziende raccolgono nuovi capitali utili alla crescita e vendono le proprie azioni. E queste ultime, come sapete bene, sono dei veri e propri capitali di rischio, poiché la società quotata in Borsa, in caso di problemi finanziari (o crollo del titolo), non è obbligata a restituire i soldi a chi ha in precedenza acquistato azioni. Ed ecco il motivo per cui un club come la Roma, ad esempio, ha avuto più appeal verso investitori esteri dell’Inter, nonostante il fardello debitorio verso Unicredit: i debiti di un club quotato, di fatto, possono essere passati di mano a possibili nuovi azionisti, diluiti attraverso l’azionariato. Ecco il perché Thohir ha spinto, da subito, per la maggioranza: nessuno avrebbe accettato di entrare con una quota del 10-15% in un club in costante deficit, con Moratti di fatto unico plenipotenziario decisionale e non quotato in Borsa, ovvero incapace di collocare i suoi debiti sul mercato e racimolare capitali attraverso la quotazione.

Andare sul mercato, per una squadra di calcio, serve solo a questo. In compenso, a guadagnare sono le società. Come? Un piccolo esempio. Nonostante lo scudetto conquistato, la polemica sulle tre stelle e la presentazione in pompa magna dello stadio di proprietà, per capire che aria tirasse due anni fa in casa Juventus bastava leggere pagina 6 del comunicato con cui la società di Torino annunciava di aver chiuso il bilancio 2011 con un rosso record da 95,4 milioni di euro e di aver deciso di azzerare riserve e capitale sociale per ripianare le perdite e varare appunto un aumento di capitale da 120 milioni per dotare il club di nuovi fondi. Nel capitolo dedicato all’aumento di capitale, infatti, il comunicato precisava che «all’esito dell’operazione le azioni che oggi costituiscono il capitale sociale di Juventus saranno annullate» e che, di conseguenza, «solo i sottoscrittori delle nuove azioni risulteranno azionisti Juventus». Dunque per i circa 40mila piccoli azionisti del club torinese la scelta è stata dolorosa e ultimativa: mettere mano al portafoglio oppure rassegnarsi a veder azzerato il proprio investimento.

Nulla di anormale o illecito. Si tratta solo di una delle conseguenze di una chiusura di bilancio così negativo da consentire alla Juventus l’adesione a quanto previsto dall’articolo 2447 del Codice Civile. Per chi sottoscrisse la discesa in Borsa della Juventus nel 2001 pagando 3 euro e 70 centesimi ad azione si è trattato di un vero e proprio bagno di sangue, al netto del crollo di valore del titolo già avvenuto in questi dieci anni. Capito il giochino (legalissimo)? E Thohir ha detto chiaramente che nei suoi progetti c’è quello di quotare l’Inter in Borsa, una volta messo mano ai bilanci e all’assetto societario: troverà abbastanza tifosi-investitori per far pagare loro le future, faraoniche campagne acquisti destinate a proiettare il club nell’olimpo del calcio europeo? Oppure utilizzerà la Borsa, attraverso il flottante di titoli disponibili sul mercato, per far salire in giostra altri soci a suo piacimento, ma che magari non piaceranno affatto né ai Moratti, né ai tifosi? Una volta in Borsa, però, l’unico “ostacolo” è la Consob, il resto è nella mani del mercato. Piaccia o meno.

Molto probabilmente l’Inter finirà a Thohir, ma i continui ritardi, i tentennamenti, i contratti da scrivere e riscrivere, i blitz milanesi non annunciati non depongono a favore di un’operazione, per così dire, fluida. A oggi, però, non c’è nulla di firmato, a quanto pare: ci saranno magari clausole rescissorie o penali da pagare se si decide di far saltare il banco, ma nulla che possa spaventare un nuovo, potenziale investitore, se dovesse palesarsi. O lo stesso Thohir, se fiutasse che qualcosa non va nella direzione da lui desiderata e volesse scendere prima di scottarsi.

Sarà per questo che il Corriere ha scritto di un Moratti dilaniato dai dubbi e il diretto interessato non ha avuto nulla da ridire? O forse perché in cuor suo sa che si sta avvicinando il momento in cui dovrà svelare al mondo che l’Inter passa integralmente di mano a Thohir, da subito? Cifra offerta e i debiti da ripianare sembrano parlare il linguaggio di un take-over imposto sulla totalità, non di una partnership e di un ingresso troppo graduale. Mi auguro vivamente di sbagliarmi. 

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