IL CASO/ Il “sorpasso” dei precari? Cari giovani, alla crisi non piacciono i fighetti

- Raffaele Iannuzzi

Gli ultimi dati Istat dicono che i precari, comprendendo anche cassintegrati e disoccupati, hanno per la prima volta superato quelli che hanno il posto fisso. RAFFAELE IANNUZZI

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Il grande Benjamin Disraeli diceva che esistono tre tipi di bugie: a) le bugie; b) le dannate bugie; c) le statistiche.

Leggiamo statistiche e dati dalla mattina alla sera e tutti i cervelloni di questo Paese si scervellano a copiare e ricopiare quanto gli uomini che usano la ragione in maniera corretta – rettamente, secondo la vecchia scuola dell’Aquinate – sanno a menadito: il sistema-Italia è saltato.

La disoccupazione, sì, va bene, lo sappiamo. Capirai che notizia: tra i 35 e i 49 anni è un casino trovare lavoro, siamo fuori dal mercato. Io ne ho 47 e non viaggio in Porsche, mentre ho visto viaggiare in Porsche un bel po’ dei 19mila bancari che oggi saltano e di cui già sapevo, semplicemente perché le banche non fanno più le banche, l’economia non tira più e per far girare qualche mutuo e arraffare qualche soldo che manca all’appello facendo girare un po’ di grasso verso le finanziarie o società di recupero credito non ci vogliono tutti i colletti bianchi delle vecchie corazzate Potiomkin di un tempo. E allora?

Il punto è un altro. Quando la smetteremo di fare i bigotti ipocriti e scemi per non andare in guerra e guarderemo in faccia la realtà?

Ci ritroviamo uno Stato tanto pezzente quanto indecoroso, che non paga i debiti, perché i 10 miliardini che forse – dico forse – riconsegnerà nelle mani dei suoi creditori, le imprese, che vorrei sottolineare: sono quelli che producono in Italia, il resto sono servizi e parassitismo di Stato, sono briciole e date in così grave ritardo che valgono la metà, sì e no.

Abbiamo una classe dirigente che fa ridere e che oggi spera nell’azzoppamento finale di Berlusconi, almeno quella parte moralista e parassitaria, cioè che non ha mai lavorato un giorno in vita sua ed ha sempre beccato soldi dalla politica, cioè dalle nostre tasse.

Abbiamo le corporazioni più blindate del mondo e se ne inventano sempre di nuove, tra le ultime gli amministratori di condominio (mia madre, in un condominio di media grandezza a Grosseto paga più di 110 euro e io, guardando le carte, non sono neanche riuscito a capire perché, ma tant’è…lo stato apre, copre e mai scopre…): ma che vogliamo, signori?

I giovani e la disoccupazione. Sono iscritto a un sito americano di ricerca del lavoro. Questo sito ha un bel brand: “Every job is temporary”. Ogni lavoro è temporaneo. Cioè, tradotto nell’idioma italiota: nessun contratto a tempo indeterminato. Come a dire: chi vuole il lavoro, deve cambiare marcia. 

Lo richiamano anche negli States, dove hanno il capitalismo e la cultura definita “rough”, rozza, dai signorotti delle corporazioni confindustriali, che hanno la suite pagata dal babbo quando vanno ai convegni sulla meritocrazia, ma questa cultura tosta crea uomini e maschi che combattono, vivono e lavorano, facendo quello che devono fare, senza piagnucolare; la nostra, sbrecciata, ideologizzata e svirilizzata, ammazza individui che potrebbero invece dare tanto proprio sotto stress, e induce tutti, a cominciare dai colpevolissimi genitori (a proposito: che fine hanno fatto i padri?), a frignare in comitiva e a fare da spalla ai figlioli, ormai zombies che chiedono, vogliono diritti, facendo leva sull’errore capitale della nostra Costituzione, cioè: “L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro”. Scusate: e che vuol dire?

Si può fondare una comunità su qualcosa di astratto e insieme grande solo se sviluppato dal genio individuale, dunque del tutto impalpabile, come il lavoro? Pazzesco. Tutte idiozie ideologiche novecentesche sbandierate come grandi compromessi che hanno permesso ai sindacati di fare pappa e ciccia con la Fiat per la pace sociale e hanno costretto noi a pagare la cassa integrazione ad operai che alla fine facevano il secondo lavoro e coprivano le magagne del sistema, Fiat inclusa, quella vecchia, non quella nuova di Marchionne, intendo.

Questa è l’Italia. Signori, l’avete vista? Vi è piaciuta? Bene, non c’è più. Palla lunga e pedalare.

I “ggiovani”, alla romana, non esistono, sono un’invenzione sociologica. Io vedo ventenni vecchi e sfigati per volontà propria; insistono a cercare lavori raffinati “adeguati” a che? A quelle lauree che niente hanno a che vedere con quella tosta presa da me e dai miei coetanei, alla fine degli anni 80? Ma scherziamo? Non spiaccicano una parola di inglese, non sanno come scrivere una lettera di presentazione in quella lingua o in un’altra decente, non sanno parlare, manco conoscono spesso l’italiano (ricordate il famoso concorso per l’ingresso in magistratura? E cosa vorrebbero? Il mercato che sta lì pronto ad aspettarli?).

La verità è che non esiste e non è mai esistito il pasto gratis; ma, mentre negli anni 80 del secolo scorso, con le tavole imbandite e qualche commensale benevolo, qualche piatto di minestra si poteva anche mangiare, oggi che di tavole imbandite non ce ne sono, devono venir fuori testa e attributi e si comincia a giocare la partita vera.

Io ho cominciato a lavorare tardi, per una serie di ragioni, a 36 anni. Ero considerato out, fuori mercato. Ho cominciato vendendo libri per due grandi case editrici, a Grosseto, non a Milano, con quel mercato. Vendendo, sono riuscito a campare e, nel frattempo, scrivevo. Nel 2005, due anni dopo l’ingresso nel mercato del lavoro, sono diventato giornalista iscritto all’albo dei pubblicisti. Nel 2003 avevo già pubblicato il primo libro e, nel frattempo, studiavo giorno e notte il marketing, la crescita personale e le lingue.

Da quel momento in poi, sono andato a lavorare a Roma, per 8 anni, mi hanno cacciato dal lavoro ai Beni culturali, non so ancora perché, salvo che erano arrivati i salvatori della Patria, i “tecnici”, e volevano fuori dalle balle i “politici”, e, nel 2011, a 45 anni (!), ho ricominciato – ho dovuto ricominciare, perché la realtà è così. Ti provoca nella carne e ti fa scattare la molla, con un bel po’ di debiti e altre grane personali. Non è vanagloria sbandierata, sono fatti che un uomo di provincia come me, senza santi in paradiso e glorie familiari alle spalle, ha da offrire alla riflessione di chi voglia, per un momento, essere sobrio e dignitoso davanti alla realtà, senza piagnistei e cultura del piagnisteo.

La realtà è dura e Qualcuno ha parlato della “porta stretta”, con molte ragioni e molto amore. Amare significa anche dire la verità: ce la faremo soltanto ad occhi aperti, con ruvida consapevolezza, tutti insieme, senza l’offuscamento dello sguardo per il troppo versar lacrime. Chi è più grande aiuti i più piccoli e che questi ultimi ascoltino i più grandi. 

La vita è bella e grande solo se abbiamo quella grandezza di cuore che attraversa il deserto con il fiore del destino in mano.

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