ALITALIA/ Arrigo: solo Air France può evitare il fallimento (e una figuraccia)

- int. Ugo Arrigo

Air France, questa volta, potrebbe essere realmente in procinto di acquistare la maggioranza di Alitalia. UGO ARRIGO ci spiega perché l’operazione sarebbe conveniente per tutti

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E’ la volta buona? Secondo la versione online del quotidiano francese La Tribune, Air France-Klm sarebbe in procinto di salire al 50% di Alitalia. Sembra che i vertici della compagnia diranno una parola definitiva lunedì. Stabilendo, contestualmente, le condizioni d’acquisto e se ricapitalizzare o meno. Ugo Arrigo, professore di Finanza Pubblica alla Bicocca di Milano ed esperti di trasporti, ci spiega se i rumors siano verosimili.

Anzitutto, quanto serve, ad Alitalia, per non soccombere?

I sei mesi più freddi dell’anno sono tipicamente quelli in cui le perdite delle compagnie aeree superano i guadagni. Si dà il caso che il capitale di Alitalia sia già stato quasi azzerato, per rilanciarla. Per coprire questo disavanzo e superare l’inverno serve, almeno, un centinaio di milioni di euro.

E giunta la primavera?

I difetti strutturali di Alitalia non passeranno con l’inverno. In primavera, quindi, difficilmente sarà in grado di tornare in attivo.

Quali problemi strutturali?

Più o meno gli stessi di quando venne salvata la prima volta, a spese dei contribuenti: in particolare, è rimasta orientata sul breve-medio raggio, restando debole sul lungo, l’unico settore in cui le grandi compagnie realmente guadagnano. Per far fronte a questa carenza, ha tentato di rimonopolizzare le tratte locali, ma non ci è riuscita. E’ stata, infatti, sbaragliata dalla concorrenza delle compagnie low cost e da quella del treno ad alta velocità.

Perché Air France dovrebbe salire al 50% di Alitalia?

Anzitutto, va detto che è un’operazione altamente auspicabile: Air France è un grande vettore intercontinentale all’interno del quale Alitalia si collocherebbe perfettamente. Alcuni passeggeri continuerebbero a essere trasportati da Roma o da Milano verso quelle destinazioni intercontinentali che garantirebbero un’utenza significativa. Per tutte le altre, partirebbero da Parigi. Ora, posto che il volo Roma-Parigi o Milano-Parigi sia in disavanzo, a causa della concorrenza del low costì, resta il fatto che la compagnia guadagnerebbe trasportando tutti i clienti di Alitalia in giro per il mondo. Detto questo, restano in ballo due fattori di incertezza.

Quali?

Air France, anzitutto, negli ultimi anni non se l’è passata benissimo. Inoltre, sa bene che, acquisendo la maggioranza dell’Alitalia sarebbe costretta a operare in un Paese che, di suo, è particolarmente problematico.

 

Posto che decida di salire al 50% di Alitalia, crede che sarà anche disposta a metterci i soldi per ricapitalizzare?

Non c’è dubbio. Ad Air France conviene mettere sul piatto quel contante fresco che gli altri azionisti non sono disposti a mettere. Peraltro, dato che tutte le nuove azioni sarebbero sottoscritte dalla compagnia franco-olandese, questo consentirebbe di diluire il peso del restante azionariato, diminuendone così il potere. Quel che è certo, inoltre, è che ad Air France non conviene dare soldi agli azionisti italiani, comprando le loro azioni.

 

L’ipotesi di acquisto da parte di El Etihad è ancora in piedi?

Le leggi comunitarie impongono che l’azionista di controllo debba essere europeo. Di conseguenza, gli Emirati non avrebbero nessun interesse a entrare come socio di minoranza.

 

Tempo fa si era parlato della possibilità che i soldi ce li mettesse la Cassa depositi e prestiti o, in alternativa, che si fondesse con le Ferrovie dello Stato.

Si tratterebbe di due opzioni sciagurate. La prima rappresenterebbe l’ennesima nazionalizzazione. Si tratterebbe di un secondo salvataggio con i soldi dei contribuenti. La seconda sarebbe ancora peggiore: oltre che una nazionalizzazione mascherata, escluderebbe la concorrenza modale tra treni e aerei. Faremmo, oltretutto, una figura talmente meschina che il nostro spread riprenderebbe il decollo. Fortunatamente, non è un’operazione presentabile all’opinione pubblica europea nel momento in cui siamo sotto mira per eccesso di deficit e per lo stato della nostra finanza pubblica.

 

(Paolo Nessi)

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