PRIVATIZZAZIONI?/ Debenedetti: ecco l’errore di fondo del governo

- int. Franco Debenedetti

Secondo FRANCO DEBENEDETTI le privatizzazioni dovrebbero avere lo scopo di rendere efficiente l’economia di un Paese e non di fare cassa per gestire le urgenze più imminenti

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Il ministro Saccomanni (InfoPhoto)

Non ci saranno privatizzazioni pari a un punto di pil, obiettivo fissato dal governo Monti, ma la metà. Ovvero, si passa da 15 miliardi di euro a 7,5. Questo è ciò che emerge dal Documento di Economia e Finanza (Def) emanato dal governo. Oggetto della vendita, restano le quote di partecipazione statale in aziende come Poste Italiane, Eni, Enel, Finmeccanica e Fincantieri. Franco Debenedetti, economista e presidente dell’Istituto Bruno Leoni, ci spiega cosa ne pensa delle manovre del governo.

Il governo è passato da un piano di privatizzazioni di 15 miliardi, a un piano da 7,5. Non le sembra un po’ poco?

Giudicare una privatizzazione in base all’entità della somma che si pensa di incassare è sbagliato. Lo so che è da sempre che si ragiona così; ed è per questo che poi si dice che le privatizzazioni non sono servite, o che sono state fatte male.

Qual è il ragionamento giusto?

Si privatizza per fare funzionare meglio l’economia, per favorire la crescita, per dare migliori servizi ai consumatori. Naturalmente questo punto di vista rende il privatizzare meno semplice. Perché non sempre le aziende da vendere possono essere messe sul mercato così come sono.

Cosa intende?

Ricorda quello che fecero negli Usa negli anni 80 i cosiddetti barbari alle porte? Smontarono i conglomerati. E si constatò che facendoli a pezzi ciascuno di questi rendeva di più e quindi valeva di più.

Veniamo all’Italia.

In Italia è ancora più complicato, perché noi invece dei conglomerati privati avevamo le aziende pubbliche detentrici di un monopolio o comunque di una situazione di favore politico. La ragione per cui le partecipazioni statali sono cresciute è politica: per avere più potere, per salvare un’azienda, per assumere persone. Stavano insieme per ragioni politiche, non di razionalità economica. Non possono essere messe sul mercato così come sono, e soprattutto non ci si può aspettare che messe su mercato e sottoposte alla concorrenza si comportino e abbiano gli stessi risultati che avevano quando erano sotto il cappello dello Stato.

Vanno quindi “smontati”.

Sì, lasciando che sia il mercato a riaggregarle. E tenendo presente che solo le aziende pubbliche possono non fallire mai: un’azienda privata in regime di concorrenza può andare bene ma anche male. Il mercato prevede che un’azienda possa anche fallire. Perché in un mercato libero, il fallimento di un’azienda è un’opportunità per il suo concorrente. Individuare le aziende o i rami d’azienda che possono avere successo concentrandosi solo sul proprio mestiere non è facile, è una scelta imprenditoriale non il lavoro di un burocrate.

 

Può farci un esempio?

Si dice che Finmeccanica è l’azienda in cui si concentra il know how tecnico italiano. Ma le tecnologie per costruire un satellite, o un treno, o una centrale nucleare sono diverse. Non è che mettendole in una stessa scatola societaria valgano di più. Ad esempio, oggi il governo si accorge che all’interno di Poste italiane c’è un ramo di polizze vita, che con le poste ha in comune solo gli sportelli dove vengono vendute. Le lascio immaginare con quale specializzazione assicurativa. 

 

Il governo sembra agire in tutt’altra direzione.

Privatizzare non è operazione da contabili. Può servire per evitare di superare il tetto del 3% al rapporto deficit/Pil. Per carità, è importante non superarlo ed evitare di essere dei sorvegliati speciali. Ma per il Paese, ai fini della crescita del Paese, dell’efficienza del funzionamento non cambia nulla. L’obbiettivo non dovrebbe essere far fronte a quello 0,1% ma la crescita: e quindi avere attività industriali che operino sul mercato e in concorrenza.

 

Non crede che alcune aziende strategiche per il Paese non dovrebbero essere privatizzate?

Vecchia storia: e nessuno che vada a vedere dentro quello “strategico” che cosa ci sia. Prendiamo, per esempio, l’energia elettrica: è un mercato con una pluralità di concorrenti, il prezzo lo stabilisce la Borsa elettrica, c’è un’autorità di regolazione. Che cosa c’è di strategico nella presenza dello Stato? Tanto più che si è visto che lo Stato non è neppure capace di prevedere: basta guardare i costi che dobbiamo sopportare in bolletta per una politica delle rinnovabili senza senso. E poi…

 

E poi?

Non solo in Italia, ma in tutto il mondo, le aziende strategiche ricorrono a volte a “strategie” di vendita (o di acquisto) che eufemisticamente vogliamo chiamare “singolari”. Non si deve fare, ma così va il mondo. Ma è diverso se lo fa uno Stato o se lo fa un privato. Perché se lo fa uno Stato può darsi che le vicende di due poveri soldati che facevano il loro dovere si mescolino con le peculiari richieste di un cliente di elicotteri. 

 

(Paolo Nessi)

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