ALITALIA/ Dragoni: per salvarla ci sono due “alternative” ad Air France

- int. Gianni Dragoni

Per GIANNI DRAGONI, la nuova Alitalia non ha saputo offrire servizi appetibili, ha tagliato i collegamenti con l’Europa, un mercato molto redditizio, e non ha sviluppato voli a lungo raggio

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Immagine d'archivio

Doppio appuntamento per decidere il destino di Alitalia. Ieri si è tenuto il Consiglio d’amministrazione di Air France, per discutere un eventuale aumento della sua quota all’interno della compagnia italiana, al momento pari al 25%. Giovedì sarà invece la volta del Cda di Alitalia, in occasione del quale sarà probabilmente resa nota la decisione dei francesi su cui per ora non è ancora trapelato nulla. A conferma dell’importanza di questi due appuntamenti, il ministro dei Trasporti, Maurizio Lupi, ha aperto una strada diplomatica annunciando che giovedì si incontrerà con il collega francese, Thierry Mariani. Per Gianni Dragoni, inviato de Il Sole 24 Ore, «la vera questione non è che cosa farà Air France, ma il fatto che ci troviamo di fronte al fallimento dell’operazione Cai, e il vero motivo è che non c’è stato il coraggio di investire sui voli internazionali a lungo raggio».

Dragoni, come vede la situazione di Alitalia?

Il problema principale è che siamo di fronte al fallimento dell’operazione Cai. E’ questo il dato di fatto più importante, anche se tende a passare in secondo piano rispetto alla discussione se AirFrance aumenterà la sua quota o se a entrare sarà una nuova compagnia. Giunti al quinto anno di attività il capitale di Alitalia è interamente perduto, inclusi i 95 milioni del prestito obbligazionario di febbraio/marzo scorso. La compagnia ha bisogno di un aumento di capitale urgente in quanto ha difficoltà di cassa.

Che cosa si aspetta che accada nel prossimo futuro?

Gli attuali soci, i cosiddetti “patrioti”, sono riluttanti a investire e a mettere altro capitale. Avrebbero voluto guadagnare vendendo ad AirFrance, ma ciò non è stato possibile date anche le cattive condizioni economico-finanziarie di Cai. L’attuale Alitalia potrebbe essere anche trasformata in una nuova bad company. Forse ciò non succederà, ed è possibile che sia salvata grazie alla sottoscrizione della sua quota di aumento di capitale da parte di AirFrance. E’ possibile inoltre un intervento di salvataggio da parte delle banche.

In che senso Alitalia potrebbe essere trasformata in una nuova bad company?

Date le condizioni economico-finanziarie, Cai era partita prendendo solo la parte buona di Alitalia e lasciando i debiti ai piccoli azionisti e allo Stato. L’operazione è costata 3 miliardi di euro, inclusi la cassa integrazione per i dipendenti messi in mobilità e soprattutto l’ammontare del debito lasciato alla collettività.

Con quali risultati?

In quasi cinque anni Cai ha ricreato delle condizioni per cui il capitale iniziale è stato azzerato e c’è un indebitamento molto elevato, pari a oltre un miliardo di euro. E’ quindi una situazione poco appetibile per un investitore, tanto è vero che nel gennaio scorso AirFrance non ha voluto accettare la proposta dei soci italiani acquistando le loro azioni. La compagnia francese si è detta disposta a fare un aumento di capitale, ma non a pagare delle azioni che ormai non hanno valore.

 

Il mercato del trasporto aereo in Italia è incapace di produrre guadagni?

Gli spazi per guadagnare ci sono, perché il mercato dal 2009 in poi, cioè da quando è nata Cai, ha continuato a crescere. C’è stato un rallentamento negli ultimi due anni con l’acuirsi della crisi e il rallentamento del traffico. Lunedì Iata ha diffuso però dei dati sulle previsioni dei conti delle compagnie aeree mondiali, da cui risulta che nel 2013 in Europa tutte le compagnie escluse le low cost registreranno un utile complessivo pari a 1,6 miliardi di dollari. Le attese per l’anno prossimo sono che possano superare i 3 miliardi di dollari. Anche in Europa quindi il mercato del trasporto aereo offre dei margini di guadagno.

 

Ritiene che il problema di Cai siano stati gli intrecci tra aziende italiane e politica?

No, nella gestione Cai non ci sono state commistioni di economia e politica. La cordata di imprenditori ha potuto fare ciò che riteneva più opportuno, puntando a cercare di contrastare la concorrenza dell’alta velocità.

 

Allora per quali motivi l’operazione Cai non ha funzionato?

Il Piano Fenice, curato da Intesa Sanpaolo, si basava sul fatto di ricreare un monopolio attraverso la fusione di Alitalia con l’unico concorrente importante sul mercato interno, cioè AirOne. Il numero complessivo degli aerei delle due compagnie è stato ridotto di cento unità, per aumentare il tasso di utilizzo della flotta e sperare di aumentare il coefficiente di occupazione da parte dei passeggeri.

 

Qual è stato il problema di questa politica attuata dalla nuova Alitalia?

Non ha funzionato perché altre compagnie sono state in grado di effettuare quei voli che Cai non operava più. La nuova Alitalia non ha saputo offrire servizi appetibili, ha tagliato i collegamenti tra l’Italia e l’Europa, che è un mercato piuttosto redditizio, e non ha sviluppato voli a lungo raggio, che è il settore più profittevole in quanto c’è meno concorrenza e non ci sono le low cost.

 

(Pietro Vernizzi)

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