FINANZA/ Pelanda: agli Usa “conviene” scatenare una nuova crisi

Per CARLO PELANDA, il Congresso può essere tentato di fare saltare l’accordo sul tetto del debito, anche per svalutare il dollaro favorendo le esportazioni dei prodotti americani

28.09.2013 - int. Carlo Pelanda
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Barack Obama e Jacob Lew (Infophoto)

«Un mancato accordo sul tetto del debito negli Stati Uniti provocherebbe una nuova crisi mondiale, ma comporterebbe effetti interni positivi. I Repubblicani potrebbero quindi essere tentati di mandare a monte il compromesso e fare crollare le Borse di tutto il Pianeta». Ad affermarlo è Carlo Pelanda, professore di Politica ed Economia internazionale nell’Università della Georgia. Jacob Lew, segretario Usa al Tesoro, ha scritto una lettera al presidente della Camera, John Boemer, nella quale afferma che se il Congresso non riuscirà a trovare la quadra sul tetto del debito entro il 17 ottobre, il governo federale non riuscirà più a pagare gli stipendi, le pensioni e l’assistenza medica.

Professor Pelanda, davvero il Congresso Usa potrebbe non trovare l’accordo e gli Stati Uniti andare in default?

Innanzitutto va fatta una precisazione. Ciò di cui stiamo parlando non è il rischio default, ma il fatto che l’amministrazione pubblica degli Stati Uniti potrebbe non riuscire più a pagare gli stipendi ai dipendenti pubblici per un mese o due. Sono due cose completamente diverse.

Ma si tratta di un rischio reale o soltanto di una provocazione del segretario Lew per invitare il Congresso a trovare una soluzione?

Il rischio è reale, perché nel sistema americano se l’amministrazione pubblica non ha i soldi e non può indebitarsi, smette di pagare gli stipendi anche se magari per un periodo di tempo limitato. La lettera del segretario Lew è un atto dovuto, in quanto avverte il Congresso sulla reale situazione e assegna un termine affinché la politica faccia il suo dovere.

Quale luce getta questa lettera sulla politica economica americana che è stata capace di portare la nazione fuori dalla recessione?

La cultura americana per quanto riguarda la politica economica e monetaria è più pragmatica di quella europea, in quanto comprende che di fronte a una crisi diventa necessario azionare la leva inflazionistica ed espansiva. Gli Stati Uniti sono quindi cresciuti e hanno portato il mondo intero fuori dalla crisi, mentre l’Eurozona ci è rimasta perché ha alzato le tasse e ha mantenuto la liquidità troppo ristretta. Obama avrebbe però potuto fare meglio, mentre invece ha ridotto il potenziale di crescita. Poteva essere un boom, ma la Casa Bianca ha lasciato una grande incertezza fiscale.

Torniamo al dibattito in seno al Congresso. Quali sarebbero le conseguenze di un mancato accordo?

Se davvero Repubblicani e Democratici non dovessero trovare un accordo, la situazione potrebbe essere risolta svalutando il dollaro e gli Stati Uniti riuscirebbero ad aumentare le loro esportazioni. Le Borse cadrebbero, ma una caduta a breve termine pari al 20% permetterebbe all’attuale “bolla” di continuare più a lungo per altri tre o quattro anni.

 

Quindi lei non esclude una crisi americana?

Non la escludo perché in una imprevedibile crisi americana potrebbero esserci degli elementi positivi. I Repubblicani innanzitutto se ne avvantaggerebbero dal punto di vista elettorale, rendendo manifesta a tutti l’incapacità politica di Obama. Un abbassamento del dollaro metterebbe tutto il mondo in difficoltà, facendo capire agli Stati del Pianeta che chi regge le sorti globali è ancora l’America. Il terzo effetto positivo sarebbe quello di tirare giù le Borse, perché in questo momento sono troppo alte. Per questo insieme di fattori ritengo che il cosiddetto shot-down non vada escluso anche se con ogni probabilità si tratterebbe di un fenomeno a breve termine. L’ipotesi più verosimile è però che alla fine prevalga il buonsenso attraverso un compromesso.

 

Che cosa accadrebbe sul piano sociale con milioni di dipendenti americani senza uno stipendio?

Gli Stati Uniti sono un Paese per caratteri forti, non come l’Europa, e i problemi si risolvono così. In secondo luogo, i cosiddetti “compromessi di bilancio” negli Stati Uniti sono la prova della capacità o meno di governare da parte del Presidente. È questo il motivo per cui i Repubblicani stanno dando del filo da torcere a Obama, proprio per fare vedere a chi lo ha votato le conseguenze cui potrebbe portare la loro scelta.

 

I Repubblicani si dimostreranno davvero così spregiudicati?

Almeno una parte dei Repubblicani è in grado di calcolare i rischi in modo corretto, rendendosi conto che una crisi di questo tipo potrebbe non essere facilmente controllabile. Il crollo delle Borse potrebbe infatti non essere momentaneo, ma produrre effetti incontrollabili. Esiste però un margine di probabilità del 10% che l’accordo salti, e fino all’ultimo il mondo resterà con il fiato sospeso.

 

(Pietro Vernizzi)

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