FINANZA/ Ecco i numeri che “sgonfiano” la ripresa del governo Letta

- Mauro Bottarelli

Molti numeri, se guardati con poca attenzione, starebbero lì a dimostrare la ripresa nei maggiori paesi del continente. Italia compresa. Peccato che non sia così. MAURO BOTTARELLI

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Borse col turbo ieri in Europa ed euro che si rafforzava sul dollaro dopo che l’indagine sui direttori acquisto della manifattura della zona euro ha mostrato ad agosto una lettura finale di 51,4, un decimo oltre la stima flash e oltre un punto rispetto al livello di luglio, il miglior risultato da giugno 2011. Tra le singole componenti dell’indice hanno segnato il massimo da maggio 2011 sia la voce produzione sia quella relativa ai nuovi ordini: ancora una volta a fare da traino è stato il settore manifatturiero tedesco che ad agosto è cresciuto al ritmo più veloce degli ultimi due anni, salendo a 51,8 ad agosto dalla lettura di 50,7 di luglio. La lettura è superiore a 50, che separa la crescita dalla contrazione per il secondo mese consecutivo ma è al di sotto della lettura preliminare di 52. 

È invece ancora sotto quota 50 l’attività manifatturiera francese: il mese scorso l’indice dei direttori degli acquisti è infatti rimasto invariato rispetto alla lettura preliminare a 49,7, mentre a luglio l’indice si era attestato a 49,7. E se in Spagna l’indice Pmi manifatturiero ad agosto si è portato sopra 50 a 51,1 per la prima volta da aprile 2011, l’Italia ha mantenuto per il secondo mese di fila la posizione al di sopra di 50, grazie all’aumento dei nuovi ordini e della produzione: l’indice sui direttori acquisto è infatti salito a 51,3 in agosto dal 50,4 di luglio, leggermente migliore delle stime degli economisti di 51, il livello più alto dal maggio 2011. 

Il settore manifatturiero rappresenta, secondo l’Istat, circa il 19% dell’attività produttiva italiana e questi dati confermerebbero, quindi, che il nostro Paese potrebbe iniziare a emergere dalla recessione nell’ultimo trimestre di quest’anno. Fin qui l’ufficialità, quella che avrete sentito nei telegiornali ieri sera e letto sui quotidiani di oggi. Il problema è che quei mezzi d’informazione, probabilmente, non sono andati a vedere il dettaglio Paese per Paese come ha fatto Markit nella sua press release. Quindi, prima di gridare alla ripresa trainata dai Paesi periferici, ad esempio la Grecia che sta talmente bene che subito dopo il voto tedesco dovrà chiedere il terzo salvataggio, guardate bene e scoprirete che i dati macro europei che vengono diffusi somigliano sempre di più a quelli cinesi, taroccati per stessa ammissione delle autorità di Pechino. 

Partiamo dalla Spagna, dove il settore manifatturiero ha segnato un nuovo miglioramento in agosto, conoscendo la prima crescita dell’output da 28 mesi a questa parte. Ma cos’ha permesso questo risultato? Le esportazioni, settore che però sconta il pessimismo degli stessi operatori iberici quando li si interroga sulla sostenibilità di questa crescita, visto che gran parte dei nuovi ordini sono stati evasi con merce già esistente. Ovvero, si svuota il magazzino ma non si produce, lo conferma l’andamento degli inventories post-produzione, che da marzo hanno conosciuto il livello di decrescita maggiore. 

Il settore, poi, nello stesso miracoloso mese di agosto, ha conosciuto il calo del tasso di occupati più marcato da quattro mesi a questa parte: quindi, si licenzia, magari per tagliare i costi e puntare sull’efficienza. Non esattamente un toccasana, visto il tasso di non occupati spagnoli. 

Veniamo poi a casa nostra, all’Italia. Anche in questo caso, nonostante la crescita dell’output negli ultimi tre mesi, non si assume, tanto che il numero di licenziamenti nel settore ad agosto è aumentato rispetto a luglio. Insomma, si ottiene il risultato di crescita senza aumentare il numero di dipendenti, visto che agosto ha segnato il 35mo mese di fila di decremento del numero di occupati. Evito il dato greco per carità di patria e vado all’eurozona nel suo insieme. Stando ai dati contenuti nella relazione, “l’occupazione rimane il punto debole del settore manifatturiero in agosto, con perdite di posti di lavoro che hanno toccato il diciannovesimo mese di fila. L’intensità del calo è stata un po’ maggiore che in luglio, soprattutto per un aumento del numero in Germania, Italia e Spagna ma meno grave di quella media degli ultimi trimestri. Solo l’Irlanda ha registrato un aumento degli occupati”. Peccato che, lo ha confermato l’altro giorno il Financial Times, ogni sei minuti un irlandese lasci il suo Paese per cercare lavoro e fortuna all’estero. E ancora: “… il fatto che le aziende continuino ad essere riluttanti ad assumere (sia per tagliare i costi in chiave di compettività, sia per contrastare l’aumento dei prezzi dei carburanti) suggerisce che c’è ancora una lunga strada da compiere prima che la ripresa si tramuti in un significativo miglioramento del mercato del lavoro”. 

Quindi, riassumendo: il grosso dei nuovi ordinativi, oltre ad essere stati evasi con beni già prodotti, è garantito dall’export, peccato che quasi tutti i Paesi presi in esame lo scorso mese mostrino un dato commerciale netto in surplus. Quindi, in un mondo virtuale di commercio a somma zero, chi importa quei beni? Mistero. E ancora, l’occupazione reale − la vera dinamo per l’economia europea − continua a peggiorare, visto che sta accelerando il ritmo di decrescita dopo 19 mesi di contrazione continui. 

E resta poi il dato più preoccupante, riguardo il quale però non sentirete parlare. La massa monetaria M3 nell’eurozona la scorsa settimana ha toccato il picco e ora è in roll-over, peccato che il credito al settore privato abbia nello stesso periodo registrato il peggior calo anno su anno. I prestiti ad aziende non finanziarie, su base stagionale, sono scesi di 19,4 miliardi di euro a luglio, dopo un calo di 12,5 miliardi di giugno. Un dato peggiore rispetto al secondo trimestre di quest’anno, quindi sorge spontanea una domanda: se non possono godere di finanziamenti, come agganciano la ripresa le aziende? Licenziando e utilizzando beni già prodotti per i nuovi ordinativi, una logica che non può durare in eterno perché a furia di tagliare posti l’azienda chiude e anche i beni in magazzino prima o poi finiscono e senza finanziamenti non si può produrne di nuovi. O, almeno, non al ritmo necessario per garantire una ripresa solida e sostenibile. 

I prestiti ai privati, poi, a luglio sono scesi di 4,8 miliardi di euro, un trend praticamente uguale a quello di maggio e i flussi di credito sono rimasti da almeno un anno sotto la loro media di lungo termine di 15 miliardi di euro al mese. Non so voi, ma se questa realtà è quella che ha messo il turbo alle Borse ieri, con New York chiusa per il Labor Day, ci troviamo davvero di fronte a un mercato che ha fatto dell’irrazionalità totale il suo principale driver: tra venti giorni, quando la Germania avrà votato, temo che si tornerà alla realtà. E allora questi dati verranno presi per quello che sono: carta straccia. 

Anche perché tra poco arriveranno al pettine tre nodi fondamentali per l’economia del nostro Paese e le sue speranze di ripresa: Imu, Iva e Cig. “Entro il prossimo mese − e comunque entro la legge di stabilità − il governo deve infatti trovare 2 miliardi per la seconda rata dell’Imu, 1 miliardo per l’Iva e un altro miliardo circa per la Cig e per il rifinanziamento delle missioni all’estero, sperando che non si aggiungano altre emergenze”, ha sentenziato ieri il sottosegretario all’Economia, Pier Paolo Baretta, su Radio 24. A detta di Baretta, poi, per trovare le risorse bisogna da un lato “superare un pezzo di corporativismi che tutti abbiamo, dall’altro andare avanti con i tagli e la riorganizzazione complessiva della spesa. Ad esempio, la questione delle deduzioni e detrazioni, nel complesso 250 miliardi di euro per oltre 700 voci, è arrivata al capolinea ed è arrivato il momento di metterci mano. I tagli dell’altro giorno sono semilineari nel senso che non sono a pioggia su tutti ma su alcuni ministeri, non la scuola, esclusa da qualsiasi taglio. Per andare avanti però ci vuole una sensibilità collettiva e un salto di qualità, difficile in una condizione di instabilità politica costante”. 

Attenti, quindi, ai facili ottimismi spacciati come metadone dalle autorità europee e da analisti non proprio disinteressati.

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