FINANZA/ Perché non “vendiamo” l’Italia al resto del mondo?

- Mauro Artibani

Quale mercato è mai questo che svaluta valore e brucia ricchezza usando nel peggiore dei modi un patrimonio culturale senza eguali? MAURO ARTIBANI

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Nell’universo del mercato non si va tanto per il sottile: un’ottima palestra per le ambizioni dirigenti dei professional consumer.

Un bene costituisce valore, un bene scarso ancor più valore; fa prezzo, si impacchetta, si vende. L’aria è inquinata, l’ossigeno un bene!

In un mondo sempre più complesso, talvolta oscuro, la cultura rischiara ogni direzione: un bene!

Ossigeno e cultura: business.

Per tutta risposta, le riserve di ossigeno per aria nuova e i giacimenti culturali, per non far giacere la conoscenza, stanno lì: offesi, sviliti, svalutati, deturpati.

La foresta amazzonica, depredata da allevatori, agricoltori, da quelli del legname; l’Italia dall’incuria e dall’affanno.

Il Belpaese abbrutito misconosce i suoi tesori; prima primo ora sesto tra i luoghi appetiti dai più.

Non è un bel vedere!

Quella foresta e l’incanto italico, non fanno prezzo.

Qual mercato è mai questo che svaluta valore, sottraendo ossigeno al mondo, per un tozzo di pane?

Qual mercato è mai questo che brucia ricchezza mal usando un patrimonio culturale senza eguali?

Beni, ma non troppo, per chi li possiede; per chi li anela scarsi, scarsissimi.

Brasiliani e italiani sottostimano quei beni: di là si svende la foresta al prezzo di terreno agricolo poco fertile; di qua il costo della gestione di paesaggio, storia, arte, cultura, risulta superiore ai guadagni.

Si assottiglia la foresta, deperisce quella cultura; quei beni scarseggiano, aumenta il loro valore: eppur si nicchia!

I politici che del mercato fanno gran vanto, silenti!

Apologeti del profitto, redistributori di ricchezza, sveglia, tocca a voi.

Con un cent in più della resa agricola di quella foresta il mercato fa il prezzo. Al mercato si può acquistare, prima magari il diritto di prelazione, poi a pezzi la concessione.

Si acquista per non disboscare, si garantiscono le risorse rinnovabili; quell’ossigeno mette in garanzia l’atmosfera del pianeta. Agli indigeni tocca la salvaguardia: fatti agenti, salvaguardati anch’essi, affrancati dall’estinzione.

Per la cultura pressappoco lo stesso giochino.

La ricchezza, estratta da quel bendidio, solo il 2,5 per cento del Pil.

Bastano a occhio e croce 45 miliardi di euro l’anno, il 3 per cento del Pil.

3,4 euro per ogni cittadino del mondo; lo 0,004 per cento di 10 mila miliardi, il costo stimato della crisi economica, per avere in concessione quel bendidio.

Seppur non sia tutt’oro quel che luccica, questi beni, non replicabili, si possono acquisire: un tesoro inestimabile che i cittadini del mondo possono avere a disposizione; un ricostituente per la mente.

Aumenta il capitale umano degli umani, migliora la qualità delle loro azioni.

Ai nativi resta l’incombenza della salvaguardia, la manutenzione, la valorizzazione: oplà lavoro.

Dovranno dare pure supporto organizzativo, logistico, gestionale a vacanze da favola e a “fermenti di acculturazione” per il resto del mondo: ancora lavoro, vieppiù ricchezza.

Avranno cash per rattoppare i buchi di bilancio.

Chi vende tali risorse?

I governatori della politica carioca e quelli dello stivale.

Chi le acquista?

La proprietà pubblica: quelli della politica del resto del mondo.

Chi organizza, gestisce, paga l’affare?

Be’, può l’Onu, il Wto, l’Fmi persino la Bri, fate voi!

Si acquista per il mondo, si restituisce ai cittadini del mondo un diritto, l’uso gratuito; un investimento per il domani. Sotto sotto un nuovo credito alla politica.

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