SPY FINANZA/ La “scommessa” sospetta sull’Italia dietro il rialzo della Borsa

- Mauro Bottarelli

Per MAURO BOTTARELLI è abbastanza strano che sia arrivato un accordo su Basilea 3 di domenica, come pure anomali sono gli upgrades per alcune società italiane

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Una grande banca europea stava forse andando sott’acqua nel weekend? Oppure il fatto che sul mercato stia per abbattersi un’altra tempesta non è convinzione solo del sottoscritto ma anche dei cosiddetti “regolatori”? Difficile trovare altra spiegazione a quanto accaduto domenica, quando con una mossa a sorpresa il Comitato di Basilea è venuto incontro alle forti pressioni delle grandi banche, rendendo meno pesanti le nuove regole sul leverage, gli indicatori per il calcolo della leva dell’indebitamento. Il gruppo di supervisione del Comitato di Basilea (Ghos) ha infatti raggiunto un accordo sulla definizione comune dell’indice di leva finanziaria che dovrebbe essere introdotto come strumento di vigilanza a partire dal 2018.

Di cosa si tratta? Attualmente è previsto che, nell’ambito degli accordi di Basilea3, la ratio venga monitorata ma senza rappresentare uno strumento di vigilanza, con un limite minimo al 3% (leva 33,3 volte). Le novità principali riguardano la possibilità di compensazione fra le posizioni in derivati lunghe/corte sulla stessa valuta e la deduzione dei margini versati, il cosiddetto netting. Si tratta di modifiche che dovrebbero migliorare la leverage ratio, rendendone l’impatto più soft, soprattutto per le banche particolarmente esposte all’attività di investment banking in Europa. Insomma, una misura ad hoc per i grandi gruppi, francesi e tedeschi in testa.

Le banche italiane hanno infatti una leva molto bassa, visto che si stima una leverage ratio 2014 Basilia3 cosiddetta “fully phased” del 4,6%, circa 60-80 punti base sopra la media europea, quindi l’impatto positivo delle modifiche è marginale: la banca che dovrebbe comunque maggiormente beneficiare di queste novità è Unicredit e in misura minore Intesa Sanpaolo. I grandi gruppi, appunto. Un quarto dei quali, stando a dati pubblicato proprio dal Comitato di Basilea lo scorso settembre, il prossimo giugno avrebbe fallito lo stress test sul limite di leverage entrato in vigore alla fine del 2012. Quindi, si cambiano le regole in corsa per evitare guai. E la Borsa si impenna, come diceva un vecchio motto satirico di una trasmissione tv.

Non è andata proprio così, invece. Al netto di una notizia che dovrebbe mettere il turbo ai listini, visto il peso che il comparto bancario ha nei principali indici, le Borse del Vecchio Continente ieri erano positive ma tutte sotto il mezzo punto percentuale di rialzo a metà giornata di contrattazioni. Strano, molto strano. Perché verrebbe da pensare che la decisione, certamente gradita alle banche che da mesi fanno lobbying per ottenerla, sia stata presa in fretta e furia domenica perché c’erano sui mercati i timori per un “black Monday”, un lunedì nero che portasse a un crollo dei listini. Perché? Ricordate tutti gli articoli che ho dedicato al margin debt? Bene, c’è timore che stia arrivando la resa dei conti per quelli che un amico chiama “i furbetti del carry trade”: ovvero, le margin calls.

Tornando a Basilea, la regola generale dell’accordo, inoltre, stabilisce che le banche facciano fronte agli shock da sole, mentre la banca centrale avrà il ruolo di garante di ultima istanza, intervenendo con un rafforzamento della liquidità nel caso in cui queste vadano sotto stress. Quindi, contraddicendo quanto deciso dai ministri delle Finanze europei sul finire del 2013, quando si ritrovarono proprio per legiferare riguardo i salvataggi bancari. Oppure no, oppure non c’è affatto contraddizione: quel “le banche facciano fronte agli shock da sole” è solo una formula per evitare di utilizzare il termine bail-in, ovvero quanto accaduto a Cipro, la tosatura di correntisti e obbligazionisti. Tanto è vero che le norme uscite dall’ultima riunione dell’Ecofin parlano della necessità di compiere bail-in su almeno il 7% delle liabilities totali prima di giungere a una nazionalizzazione e che questa non possa essere automatica ma discrezionale caso per caso, su decisione europea.

Non so voi, ma a me questi interventi continui sul sistema bancario, sempre e comunque a favore dei grandi gruppi e di chi punta molto sull’investment banking e non sull’erogazione di credito e gestione del risparmio, non piace. Soprattutto se penso al pressing che Bankitalia continua a fare sulle popolari per ottenere cambiamenti nella loro governance, ovvero snaturarle e tramutarle in banche commerciali, cosa che non mi pare la Bundesbank stia facendo con le Landesbank, oltretutto già salvate una volta con soldi pubblici. Inoltre, quanto deciso è pericoloso nel medio periodo, perché intervenire così sulla levarage ratio significa unicamente tutelare quelle banche che non operano come tali ma di fatto come hedge funds, con requisiti di capitale ben al di sotto delle equities e degli assets su cui si opera: a casa mia si chiama “azzardo morale,” ma forse anche questo concetto tanto vituperato va bene quando c’è da mettere in sicurezza l’esposizione del portafoglio derivati di Deutsche Bank, uno dei casi di netting più clamoroso al mondo, visto che senza questa pratica contabile degna della Parmalat di Fausto Tonna il gigante del credito tedesco ha una capital ratio reale sotto al 2% e una leverage implicita di 60 a 1! Cifre che parlano da sole e che portarono già nel 2012 a esprimersi in questi termini l’ex presidente della Fed di Kansas City, Tom Hoening: «È una situazione orribile, intendo dire che è orrendamente sottocapitalizzata. A Deutsche Bank non hanno margini di errore, visto che hanno una leverage ratio di 1,63%».

D’altronde, nulla che debba stupire, visto che nel gennaio 2012, lo stesso giorno in cui Deutsche Bank presentò grosse perdite trimestrali, il suo titolo guadagnò perché la banca aveva migliorato le ratio di capitale tagliando asset bilanciati sul rischio. Insomma, nello stesso giorno perdi miliardi di dollari ma innalzi la ratio di capitale: abbastanza ridicolo, ma con i magheggi e il netting Gegia diventa Monica Bellucci. E sapete a cosa sarebbe andata incontro Deutsche Bank il prossimo mese di giugno, nello stress test sulla leverage ratio, stando al bilancio del gigante tedesco depurato dal netting? Al fatto che la sua leva off-the-charts consisteva in esposizione ai derivati pari a 72,8 triliardi di dollari, 21 volte circa il Pil tedesco. Ah questi tedeschi, sempre pronti a bacchettare gli altri sul rispetto delle regole e poi così bravi a farsele cambiare in corsa a proprio favore…

In compenso, alle 16 di ieri, il Ftse Mib rompeva i massimi di giornata, nonostante l’apertura negativa di Wall Street e continuava la sua cavalcata garantita dalla pletora di investitori che si sono posti long sull’Italia, sul suo indice principale e sui titoli azionari, che ieri hanno conosciuto una quantità di upgrades manco fossimo il Paese più sano del mondo, Enel addirittura due nella stessa giornata. Non sarà, allora mi chiedo, che la finanza che conta sia stata politicamente rassicurata sul futuro del nostro Paese e giochi in modalità rialzista senza guardare minimamente ai nostri dati macro ma unicamente alla Borsa e al capitale?

Chi ha promesso cosa? Quale agenda entusiasma tanto chi opera sui mercati e fa scoppiare scandali a orologeria che potrebbero accorciare la vita al governo Letta e spalancare le porte al voto anticipato in maggio? L’Italia ha stipulato, senza saperlo, un’assicurazione sulla vita. Volete conoscere le clausole? Eh no, così chiedete troppo. Godetevi la Borsa che vola verso quota 20mila punti, il resto arriverà a suo tempo. Come in Grecia, in Portogallo, a Cipro..

 

P.S.: Resta fredda l’inflazione in Grecia. A dicembre, l’indice dei prezzi al consumo è sceso dello 0,9% rispetto a novembre e dell’1,7% su anno. Lo comunica Elstat, l’istituto di statistica greco, sottolineando che prosegue la tendenza deflattiva comparsa in marzo. A dicembre, le variazioni negative dei prezzi più accentuate sono state registrate dai settori beni e servizi (-4,6%), educazione (-4%), hotel e ristorazione, abbigliamento, cultura e intrattenimento (-3%). In aumento del 3% su anno i prezzi di bevande alcoliche e tabacchi e quelli della salute, cresciuti dello 0,8%. Deflazione da marzo 2012 e non molla, con la ratio debito/Pil verso il 170%. Sì sì, la Grecia si è proprio lasciata la crisi alle spalle…

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