FINANZA/ 1. Così l’Italia può cambiare l’euro (e guadagnarci)

L’Italia può restare nell’euro, purché esso diventi più flessibile. La terza parte dell’intervista a GIUSEPPE DI TARANTO riguardo i problemi della moneta unica

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Si conclude con questa puntata il nostro viaggio nell’euro in compagnia di Giuseppe di Di Taranto, ordinario di Storia dell’Economia e dell’Impresa alla Luiss-Guido Carli. Nella prima parte abbiamo ripercorso le tappe principali che hanno portato all’introduzione della moneta unica e le difficoltà che vennero a galla già agli inizi. Nella seconda parte Di Taranto, che fu tra quelli che denunciarono da subito alcune “anomalie”, come la posizione dominante della Germania, ha toccato temi di grande attualità, come lo spread, i titoli tossici, la situazione della Grecia, ecc. E a chi invoca un referendum per abrogare l’euro risponde così: “Restiamo nell’euro, cambiando però le regole. Paradossalmente, può essere questa la nostra forza. Se usciamo ci indeboliremo”. In conclusione ci propone la sua ricetta: “Come prima cosa dobbiamo rendere più flessibile l’euro. Perdiamo in competitività perché la moneta unica non ci permette una certa flessibilità nel cambio”.

In Italia il debito pubblico continua a crescere. Non è un problema che si può sottovalutare.

È vero che abbiamo un debito pubblico molto elevato. Ma è anche vero che siamo in una situazione diversa da quella di altri paesi deboli: abbiamo un patrimonio pubblico che vale circa 1800 miliardi e una ricchezza delle famiglie che è più del doppio del nostro debito pubblico. Sarebbe troppo comodo per Bruxelles se noi chiedessimo di uscire dall’euro. La nostra forza deve essere un’altra.

Quale?

Lo ripeto: restiamo nell’euro, cambiando però le regole che hanno portato lo sfascio in cui ci troviamo. Quando si dice che l’Irlanda e la Grecia stanno migliorando le loro condizioni si intende che migliorano rispetto ai parametri fissati da Maastricht. Ma non si pensa alle conseguenze sociali che quei miglioramenti stanno provocando! Non dimentichiamo che in Grecia le università non hanno aperto l’anno accademico per mancanza di fondi; che sono stati licenziati oltre 15mila dipendenti pubblici e in futuro ne verranno licenziati ancora di più; che negli ospedali non sta arrivando il latte artificiale per le mamme che non possono allattare naturalmente i loro figli, e così via. Mi chiedo: ma quei parametri valgono davvero così tanto? Fossero almeno corretti.

Cosa intende professore?

Domandiamoci: quei due parametri – il 3% nel rapporto deficit/Pil e il 60% in quello debito/Pil – sono esatti? Sono stati studiati bene?

Cosa risponde?

Prendiamo il primo. Il 3% nacque ai tempi di Mitterand che chiese al suo capo gabinetto, Guy Abeille, di inventare qualcosa perché tutti i ministri del suo governo, come capita normalmente in tutti i paesi, chiedevano denaro. Dopo qualche giorno la risposta fu di mettere un limite del 3%. Perché proprio del 3%? A questa domanda quel signore rispose che era un numero facile da ricordare e che ricordava la trinità. Poi i burocrati portarono quella regola a Bruxelles.

Ci sono storie curiose anche sull’altro parametro, quello del 60%?

Proprio così. Meno di anno fa si è scoperto che i due sostenitori di quel rapporto, gli economisti Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff, avevano addirittura sbagliato i calcoli nel foglio excel. La cosa fu scoperta da alcuni studenti di Harvard che hanno sconfessato quel rapporto dimostrando che non è assolutamente vero che esiste una correlazione inversa tra un dato livello di debito pubblico, che non si sa perché l’Europa ha fissato al 60%, e la crescita economica. Anzi, ci sono studiosi che sostengono che fra questi due elementi non esiste alcuna correlazione.

 

È compito della politica cambiare le regole di Bruxelles, no?

Da Prodi a Berlusconi, da Monti a Letta ad Alfano, sono tutti d’accordo nel sostenere che dal 3% del deficit bisogna escludere le spese di investimento: bene, andassero a Bruxelles dicendo che sono disposti a sforare il tetto del 3%, purché quello sforamento vada in investimenti produttivi. Perché l’occupazione non cresce con leggi e decreti ma tramite gli investimenti e l’aumento del reddito. Per questo dico che dobbiamo restare nell’euro, perché stranamente può diventare la nostra forza, per farci finalmente rispettare da Bruxelles. In questo momento se usciamo dall’euro ci indeboliamo. Inoltre, anche il rischio è molto alto.

 

Di che rischio parla?

I paesi dell’Unione monetaria non si sono ancora messi d’accordo su come aiutare un Paese che volesse uscire. Oggi su 500 milioni di cittadini europei ben 140 milioni sono a rischio povertà. Questo è un dato che dovrebbe far riflettere molto.

 

In che direzione bisogna cambiare quelle regole?

Mi lasci aggiungere una cosa.

 

Prego.

Se non sbaglio, nel mondo ci sono 198 paesi: come mai solo 17 hanno queste due regole? Evidentemente gli altri paesi non capiscono nulla di economia, non hanno dei tecnici… A parte gli scherzi, nel 1998, quando nacque la Bce, un gruppo di economisti famosi, compresi alcuni premi Nobel, firmarono un manifesto contro la disoccupazione in Europa. Costoro sostenevano che lo statuto della Bce era sbagliato perché, a differenza di quello della Fed, si occupava solo di lotta all’inflazione e non anche della crescita e dell’occupazione. Dopo tanti anni, il dibattito non è forse lo stesso? Che cioè la Bce non è prestatore di ultima istanza? Una spiegazione può forse essere questa.

 

Quale?

Che molti premi Nobel sono dei “raccomandati”; gli abbiamo dato il Nobel e poi abbiamo fatto esattamente l’opposto! Scherzi a parte, prendiamo l’esempio di Mundell.

 

Il premio Nobel?

Esattamente. Robert Mundell vinse il premio Nobel per l’economia nel 1999 scrivendo un articolo sulle aree monetarie ottimali. In quell’articolo, che fu pubblicato molto prima della creazione dell’euro, egli sosteneva che l’Europa non sarebbe mai stata un’area monetaria ottimale, che significa con una moneta unica, per la mancanza di mobilità dei fattori. E noi cosa abbiamo fatto? Gli abbiamo dato il Nobel e poi abbiamo agito al contrario.

 

Tolti quei due “cappi”, del 3% e del 60%, che ci stanno strangolando, cosa bisogna fare?

Come prima cosa dobbiamo rendere più flessibile l’euro. Una delle accuse che viene spesso mossa all’Italia è che, per colpa del disavanzo, sta perdendo competitività. Ma in un mercato con una moneta unica la competitività diventa un elemento fondamentale. Perdiamo in competitività perché la moneta unica non ci permette una certa flessibilità nel cambio. Di questi tempi non si dice forse che l’euro è troppo forte? La Germania invece ha una moneta più debole rispetto al marco. Se l’avesse ancora, gli altri paesi non sarebbero in difficoltà. Gli altri paesi, esclusi quelli dell’unione monetaria europea, ricorrono ancora a operazioni monetarie attraverso le singole banche centrali: noi non possiamo più farlo.

 

Come fare per rendere l’euro più flessibile?

Non tocca a me dirlo, lo devono dire i tecnici di Bruxelles. Sempre che lo vogliano mantenere, ovviamente. Spesso si da la colpa all’Italia dicendo che non fa le riforme. Però quando si parla di competitività non si dice che le regole europee hanno avvantaggiato alcuni paesi, come la Germania, e totalmente svantaggiato altri. È evidente che una nazione più esporta, più accumula risorse più ne ha da dedicare all’innovazione, alla formazione del capitale umano. Chiaramente diventa più competitiva della altre. Bisognerebbe domandarsi anche come si calcolano gli indici di competitività.

 

Perché dovremmo?

È recente la notizia che alcuni indici di compatibilità del 2010 non sono compatibili con quelli pubblicati quest’anno.

 

Perché?

Perché usano criteri diversi. Pensi che ce n’è uno che calcola addirittura il livello della sanità. Per essere comparabili, oltre a essere costruiti allo stesso modo, devono rispettare criteri oggettivi. Se io mi allontano da criteri prettamente economici è ovvio che faccio scivolare verso il basso alcuni paesi rispetto ad altri. E questo oggi ha delle conseguenze.

 

Quali conseguenze?

Arrivano le agenzie di rating che abbassano la valutazione di quel Paese. E questo può avere ripercussioni sullo spread e sulla solvibilità dei titoli di quel Paese. Un meccanismo, quindi, che non è “asettico” ma che danneggia i paesi.

 

(3- fine)

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