GEO-FINANZA/ Così l’Italia può “scappare” dall’Ue tedesca

- Paolo Raffone

Per PAOLO RAFFONE, all’Ue è stato affiancato un altro progetto istituzionale che in base a Trattati inter-governativi omologa 18 dei 28 Stati membri con legami contrattuali con la Germania

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Obama e Merkel (Infophoto)

Il progetto europeo, nella sua versione comunitaria, ha rafforzato lo sviluppo e la stabilità economica e sociale delle classi medie europee. Con ciò ha garantito l’espansione di un vasto campo sociale e politico moderato europeista che ha allontanato gli ardori del nazionalismo e ha facilitato la coesione pacifica del continente. Questa condizione, piuttosto omogenea tra i paesi membri, ha progressivamente cessato di esistere dopo il “colpo di stato” del 1997. La grande illusione europeista prometteva la realizzazione di un’Unione politica, economica e monetaria. Si è realizzata solo quella monetaria, in modo imperfetto, senza dibattito, e con metodi approssimativi e discutibili, i cui effetti positivi in breve tempo sono svaniti, portando il continente a una crisi senza precedenti.

Dal 2008 l’Europa è in una crisi finanziaria e bancaria che è stata mascherata come se fosse una crisi del debito pubblico, causato dall’eccesso di spesa sociale. Con le misure di autoritarismo emergenziale intervenute tra il 2010 e il 2013 per rispondere alla crisi finanziaria, all’originale Unione europea è stato rapidamente affiancato un altro progetto istituzionale che, come una fabbrica dell’egemonia, in base a Trattati inter-governativi omologa e consolida 18 dei 28 Stati membri con “liberi” legami contrattuali alla Germania. La sovrapposizione dei due modelli di Unione europea ha infranto il sogno trasformandolo in un incubo!

Oltre al perpetuarsi della crisi economica e sociale, che a dispetto delle dichiarazioni ufficiali si aggrava aggredendo sempre di più la classe media, con ciò aumentando le disparità che derivano dal rapido trasferimento dell’accumulazione di capitale dal basso verso l’alto, le narrative populiste riescono ad avere una forte presa sull’elettorato. Il sentimento popolare, che è legittimo e reale, si sta incanalando in una ribellione neo-restauratrice del mantra “nazionale” contro i governi “europeisti”. Questo sta avvenendo sia nei paesi egemonici (Germania, Finlandia, Olanda), sia in tutti gli altri paesi europei.

L’antidoto sarebbe un ben strutturato populismo progressista, che proponga delle “buone politiche”, per mobilitare l’opinione pubblica a favore di un’Europa più forte, coesa ed efficiente. Ciò stenta a emergere sia per la falsità ideologica delle classi dirigenti, sia per la loro evidente inadeguatezza e inconsistenza. Un libro dei sogni infranto!

Intanto, la Commissione europea ha appena pubblicato le previsioni economiche per l’eurozona che per il prossimo decennio indicano una violenta regressione della qualità della vita europea rispetto agli Usa: “Senza riforme strutturali, nel 2023 la qualità della vita degli europei sarà al 60% di quella degli americani. Peggio di com’era nel 1960”. Una tragica ammissione di fallimento del progetto di Unione monetaria, dopo 12 anni dall’introduzione della moneta unica! Ma la dirigenza europea si assolve facilmente addossando la responsabilità solo ai governi nazionali, colpevoli di non aver attuato le riforme proposte nella “strategia di Lisbona”, che prevedeva per il 2010 la realizzazione della “più competitiva e dinamica economia della conoscenza”. Poveri dirigenti dirigisti, sono stati delusi!

Mentre si affilano le armi, per ora elettorali, tra europeisti e nazionalisti, lealisti e arrabbiati, opportunisti e disillusi, nuovi poveri (circa il 12% della popolazione europea sotto la soglia di povertà) e benestanti (circa lo 0,6% della popolazione europea che detiene il 39% della ricchezza), in alcuni paesi la disoccupazione è sotto il 6% e in altri supera il 22%, con punte di disoccupazione giovanile oltre il 45%. Nonostante questa situazione, i governi europei, riuniti in comitati autoreferenziali di esecuzione regolamentare, impongono misure che aumentano la “pressione” europeista perché si compiano d’autorità le riforme strutturali.

Grazie a queste auguste idee, in Italia il gettito fiscale dell’ultimo trimestre è stato molto inferiore alle necessità portando il servizio sul debito pubblico a ben 54 miliardi di euro. Come farà l’Italia dal 2015 a ridurre il debito pubblico di circa 50-60 miliardi di euro all’anno mantenendo anche il pareggio di bilancio sotto il 3% del deficit sul Pil? Sono misure draconiane che ricordano gli eccessi della conferenza di Versailles e, questa volta a parti invertite, rischiano di riproporre reazioni nazionalistiche. Ma l’illusione è quello che conta, non la storia! “L’apparato europeista” ha ottenuto il bel risultato di trasformare la recessione in stagnazione non solo in Italia e Francia, ma i primi segni si vedono anche in Germania, dove la crescita del Pil è scesa al +0,4% nel 2013 (+0,7% nel 2012; +3,3% nel 2011). L’illusione si è trasformata in un incubo! Questi leader europeisti, insistiamo, farebbero meglio a ripassare le pagine della storia che potrebbe insegnar loro le conseguenze politiche, e non solo, della stagnazione.

In questa drammatica situazione europea si sta anche consumando una frattura tra due tropismi geopolitici: l’uno atlantico, sostenuto dagli Usa, dal Regno Unito e necessariamente dall’Italia; l’altro del hertland, sostenuto dalla Germania, Finlandia, Olanda, Austria, e solo opportunisticamente dalla Francia e dalla stessa Italia. Questa frattura è appena malcelata dagli squilli di tromba per il raggiunto accordo sull’Unione bancaria (dicembre 2013). Un accordo programmatico e debole, i cui effetti, se ci saranno, si vedranno dopo il 2026. Invece, un principio politico è stato fissato: il costo dei salvataggi delle banche non è mutualizzato ma resta nazionale, a carico degli azionisti, obbligazionisti e correntisti. Addio alla coesione europea!

Che l’Europa non riesca a salvare se stessa ormai appare evidente ai grandi partner mondiali: Usa, Russia e Cina. Tutti si aspettano un’Europa funzionante, un attore internazionale di peso, per partecipare a costruire la nuova architettura dell’ordine mondiale post-bipolare. L’Amministrazione Obama è esplicita nel chiedere all’Europa coesione, riforme, crescita economica. D’altra parte, pur esistendo alternative globali e transpacifiche, l’America cerca ancora l’Europa come suo partner naturale.

È in questo quadro che la proposta americana di creare una zona di libero scambio transatlantica, un accordo transatlantico per il commercio e gli investimenti (TTIP), potrebbe risolvere la frattura geopolitica europea, stemperandola in un quadro di riferimento più ampio e vantaggioso per tutti i membri dell’Ue. Non è una riedizione del piano Marshall, ma è comunque un’offerta di traino fuori dalle secche della crisi. Vale per gli americani, ma soprattutto per gli europei.

L’obiettivo del TTIP è di costruire un unico mercato transatlantico – Ue-Usa, e quindi Ue-Nafta – che permetta di consolidare gli asset occidentali nei negoziati commerciali e valutari mondiali. Le grandi imprese europee hanno già colto l’opportunità offerta dagli Usa, ma resta il delicato nodo energetico che è incarnato nella relazione “speciale” tra la Germania e la Russia. Il fallimento dei negoziati e dell’attuazione regolamentare del TTIP spingerebbe le forze nazionaliste americane a rilassare l’impegno verso l’Europa, spostando definitivamente l’asse strategico verso il Pacifico.

Sembra davvero l’ultima chiamata per uscire dall’incubo della grande illusione europeista. Uscire dall’incubo è il cuore dell’iniziativa italiana che si espliciterà durante il semestre di presidenza di turno dell’Ue (giugno-dicembre 2014). Sui temi più delicati, l’approccio italiano, tradizionalmente ispirato al compromesso, potrebbe dare risultati insperati. Primo fra tutti sarà quello di ricomporre la frattura geopolitica europea nel quadro di una nuova cornice transatlantica che, possibilmente, non irriti la Russia ma ne valorizzi il pivot eurasiatico. 

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