SPY FINANZA/ I paesi “insospettabili” pronti a scatenare una crisi

- Mauro Bottarelli

Il Fondo monetario internazionale ha aggiunto altri quattro paesi alla lista di quelli con il potenziale di destabilizzare l’economia globale. MAURO BOTTARELLI ci spiega quali sono

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«La moneta unica europea sta aumentando la disuguaglianza e la perdita di sovranità insita nell’appartenenza all’eurozona ha portato a un incremento della disoccupazione e del disagio sociale in molte nazioni». Chi lo ha detto, anzi scritto? La Commissione europea. Non sto scherzando, nel report di 496 pagine dal titolo “Employment e social developments in Europe 2013” presentato martedì, la Commissione europea mette inoltre in guardia dal fatto che le sempre più profonde divisioni a livello economico tra Nord e Sud dell’Unione, tra nazioni ricche e povere, potrebbero minacciare di minare l’Ue stessa.

A sdoganare una volta per tutto ciò che è solo buonsenso, ma che nei salotti buoni vengono bollate come eresie populistiche, è stato il curatore dello studio, il commissario agli Affari sociali, Laszlo Andor, il quale ha detto chiaro e tondo che la perdita di sovranità legata all’abbandono delle valute nazionali ha portato a una grande perdita di flessibilità nell’affrontare le crisi economiche e l’ovvio incremento della competitività imposto per ottenere la cosiddetta “svalutazione interna” (contenimento di stipendi e prezzi) ha costretto i governi ad abbassare gli standard di vita a un livello che non si conosceva dagli anni Trenta, con gli stipendi greci – ad esempio – che hanno conosciuto un calo del 30%. «Una politica, questa, che ha i suoi limiti e i suoi lati negativi, non ultimi quelli in termini di aumento della disoccupazione e del disagio sociale», scrive Andor, il quale non risparmia una stoccata alla Bce quando sottolinea come «la compressione salariale ed economie indebolite stabilizzatesi in alcuni paesi membri siano tracimate in altri sottoforma di domanda interna indebolita, data l’interdipendenza tra gli Stati dell’eurozona».

E poi la disoccupazione, dove il report dice chiaramente che sta emergendo sempre di più il gap tra Nord e Sud dell’eurozona, con tassi di senza lavoro mediamente al 17% nei paesi “periferici” e del 7% in quelli cosiddetti “core”: «Occupazione e divergenze sociali sono il segno che l’Ue non sta centrando il suo obiettivo fondamentale di portare beneficio a tutti i paesi membri. Questi trend non stanno solo minando pesantemente l’occupazione, la coesione sociale e il capitale umano dei vari paesi membri, ma stanno anche colpendo la competitività e la crescita nell’eurozona nel suo insieme».

Insomma, la Commissione europea ci dice che Ue ed euro sono una iattura. A tutto pensavo di arrivare ma non a questo. Ma che le cose stiano rapidamente peggiorando ce lo confermano i dati resi noti dall’Abi, l’Associazione delle banche italiane. Nessuna schiarita, infatti, sul fronte del credito, i cui rubinetti restano sigillati. I prestiti bancari a famiglie ed imprese – secondo l’ultimo rapporto Abi – hanno segnato un nuovo pesante calo a dicembre, registrando una contrazione del 3,4% dopo il -4,5% registrato il mese precedente. L’andamento risente del persistere della fase negativa delle principali grandezze macroeconomiche (Pil e investimenti). I tassi di interesse si mantengono su livelli piuttosto bassi, con un tasso medio sui mutui che scende al 3,4%, attestandosi sul livello più basso da luglio 2011. Il prolungamento della crisi e le difficoltà di famiglie e imprese (confermate anche da un aumento delle procedute concorsuali) ha moltiplicato le sofferenze bancarie, che sono cresciute del 22,8% a 149,6 miliardi (le sofferenze nette sono salite di 13 miliardi a 75,6), più che raddoppiate dal 2008.

Ora, guardate il primo grafico: quanto può andare avanti questa pantomima, questa totale sconnessione tra economia reale e ripresa millantata? Non vi basta l’Italia, prendiamo un altro malato che sarebbe ormai guarito. Vi pare possibile la quasi convergenza tra rendimento irlandese e statunitense che si nota nel secondo grafico? Follia. Allo stato puro.

L’Europa è salva e in netta ripresa, vero? Falso. E a dirlo non sono io nemmeno questa volta, bensì il Fondo monetario internazionale nella settimana dedicata al World Economic Forum di Davos. Già, la scorsa settimana vi ho riportato le parole allarmate del numero uno dell’istituto di Washington, Christine Lagarde, la quale ha messo in guardia dai rischi di deflazione nell’eurozona, da un anticipo del ritiro delle misure di stimolo della Fed e dal fatto che l’Abenomics giapponese sta perdendo spinta. Ora, c’è qualcosa di più sul fronte europeo. Ovvero, il Fmi ha aggiunto altri quattro paesi alla lista di quelli con il potenziale di destabilizzare l’economia globale. Sapete quali? Tenetevi forte: Danimarca, Finlandia, Norvegia e Polonia.

E non pensiate che l’inserimento in quella lista, passata da 25 a 29 paesi, non abbia conseguenze. Primo, quei paesi saranno soggetti ad assestamenti obbligatori del settore finanziario e, secondo, questa decisione potrebbe minare lo status di bene rifugio per il debito delle nazioni nordiche, il cui crescente debito del settore privato viene ora inteso come un rischio finanziario. Il crescente debito privato e le misure di austerity imposte dai governi stanno operando da deterrente rispetto alle spese dei consumatori nella regione nordica.

Addirittura, il regolatore dei mercati finanziari danese sta pensando di limitare le politiche di prestito delle banche per affrontare il problema del carico di debito privato, salito al 321% del reddito disponibile. Mentre già nel 2011 il debito privato in Norvegia era al 200% del reddito disponibile. C’è poi la ratio debito/Pil. Quella della Finlandia è destinata quasi a raddoppiare, passando dal 33,9% del 2008 al 60,5% del 2015, stando a proiezioni del Fmi, il tutto al netto di una contrazione dell’economia finlandese che lo scorso anno è stata dello 0,65%. La ratio di debito polacca ha raggiunto il 57,6% del Pil lo scorso anno e una clausola contenuta nella Costituzione impone che superato il 55% scattano automatiche e obbligatorie misure di austerity.

C’è poi la perdita di competitività. La Danimarca è scesa al 15mo posto del report sulla competitività stilato proprio dal World Economic Forum, mentre nel 2008 era al terzo posto. Il costo del lavoro è salito del 9,1% tra il 2008 e il 2012, contro un aumento medio nell’Ue dell’8,6% nello stesso periodo. La Norvegia ha già oggi il costo del lavoro più alto d’Europa, avendo toccato i 48,3 euro all’ora nel 2012, contro i 30,4 euro della Germania: un qualcosa che potrebbe chiaramente andare a minare competitività e outlook di crescita economica. A determinare l’inclusione dei tre paesi nordici nell’assestamento obbligatorio è parte della nuova metodologia del Fmi che dà maggior rilevanza all’interconnessione finanziaria: il Paese con maggior collegamenti finanziari nel mondo è il Regno Unito, seguito dalla Germania e sette delle prime dieci nazioni in questa categoria sono nell’eurozona.

Pensate che comunque sia quei paesi siano troppo piccoli per mandare shock globali? Il Fmi non la pensa così e questa volta sembra davvero preoccupato. Anche Lehman Brothers avrebbe dovuto avere, con il suo fallimento, un impatto limitato. Così non è stato. E attenzione, un elefante silenzioso è entrato nella stanza. Guardate questo grafico: ci dimostra le esposizione bancarie estere alla Turchia, nazione che sta vivendo una periodo di enorme turbolenza politica e sociale, con il deficit all’8% del Pil e la valuta in caduta libera. Basterebbe poco, ma davvero poco, a tramutare quel grafico in una crisi in piena regola. Attenti ai profeti dell’ottimismo senza cifre, né grafici.

 



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