POSTE ITALIANE/ Debenedetti: i due errori della privatizzazione

- int. Franco Debenedetti

Per FRANCO DEBENEDETTI, la vendita di Poste nasce con due vizi di fondo: lo Stato mantiene una partecipazione importante e non si separa l’attività bancaria da quella postale

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Massimo Sarmi, ad di Poste Italiane (Infophoto)

«La privatizzazione di Poste Italiane nasce con due errori di fondo. Il primo è il fatto che non è una privatizzazione, dato che lo Stato mantiene una partecipazione di assoluto controllo. Il secondo è che, vendendole insieme, mantiene unite due attività, quella di una banca e quelle di una società di spedizioni, invece di cogliere l’occasione per separarle». Questa è la presa di posizione di Franco Debenedetti, presidente della Fondazione Bruno Leoni. Il consiglio dei ministri di oggi approverà il pacchetto relativo alle cessioni di quote pubbliche di Poste Italiane ed Enav. A Palazzo Chigi sarà discussa in particolare l’Ipo (offerta pubblica iniziale) di Poste, con l’obiettivo di cedere il 40% della società quotandola in Borsa dopo l’estate.

Perché la scelta di mantenere unita la società non la convince?

Garantire il mercato e la concorrenza è compito dello Stato, che ha un’apposita Autorità in merito. Tenendo insieme banca e spedizioni si nuoce alla trasparente concorrenza di due mercati, quello delle banche e quello delle spedizioni.

Perché questo sarebbe un problema?

Con la scusa di dover assicurare i servizi postali, Poste-banca mantiene un numero suoi sportelli superiori, se ben ricordo del doppio, di quelli che ha Banca Intesa, che anzi ha dovuto ridurne il numero. Questo è uno degli esempi dei sussidi incrociati tra attività postale e a quella bancaria e assicurativa. Vendendo tutto insieme lo Stato perpetua il centauro, pianta elementi anti-concorrenziali nel mezzo del sistema.

Separare i due rami di Poste Italiane non rischia di rafforzare l’uno e rendere invendibile l’altro?

E perché mai? Perfino banche che hanno avuto gravi problemi pensano di trovare capitali su mercato, per una bella banca come il Banco Poste farebbero la coda. Non parliamo poi della società di spedizioni: in Inghilterra l’hanno venduta a un prezzo più alto di quello che speravano e il titolo è andato a ruba. E poi la domanda va rovesciata: è dovere del Governo garantire mercato e concorrenza. Anche la convenzione con la Cassa Depositi e Prestiti per la vendita delle cartelle postali andrebbe rivista in questa luce.

Che cosa ne pensa del fatto che lo Stato mantenga comunque il controllo di Poste Italiane?

Anche in assenza di espliciti aiuti di stato, un’azienda pubblica distorce il mercato con la sua sola presenza: perché lo stato è più ricco e più potente, se occorre è anche regolatore, e questo concorrenti lo sanno: e quindi la sua sola presenza ha un effetto deterrente rispetto ai potenziali competitori. Quelli onesti, perché invece può essere una tentazione per chi onesto non lo è. E dato che la cosiddetta privatizzazione sarà accompagnata dalla quotazione in Borsa, l’effetto si farà sentire non solo nel mercato dei servizi prestati da Poste, ma anche nel mercato finanziario.

 

La cifra di cui si sta parlando per la privatizzazione di Poste è adeguata?

Il mercato serve per scoprire i prezzi, anche quello di Poste. Sulla base di tutte le informazioni disponibili. Compresa quella di rendite monopolistiche, di sussidi incrociate e così via.

 

Nel momento in cui anche altri Stati stanno privatizzando, la scelta dei tempi del governo italiano non rischia di essere sbagliata?

Al contrario, semmai è un traino. Tutti i momenti sono buoni per privatizzare: ogni operazione va valutata a confronto delle alternative possibili in quel momento.

 

Che cosa ne pensa invece della vendita di Ansaldo Sts e AnsaldoBreda da parte di Finmeccanica?

In generale il discorso è sempre lo stesso: vendere davvero e non far finta. Nello specifico di Ansaldo Sts e AnsaldoBreda mi pare che si tratti di business ben distinti e separati dai settori core su cui Finmeccanica ha deciso di concentrarsi.

 

(Pietro Vernizzi)







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