SPY FINANZA/ I “messaggi in codice” degli speculatori

- Mauro Bottarelli

Negli ultimi giorni si stanno registrando parecchie turbolenze sui mercati. Per MAURO BOTTARELLI sono il segnale che qualcuno ha voluto mandare a governi e banche centrali

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«Quanto più oscura è l’ora, più vicino è il soccorso», scriveva Bertolt Brecht nell’atto III, scena 3 de “L’opera da tre soldi” e ci aveva visto giusto. Le turbolenze che i mercati hanno conosciuto giovedì e ieri sono il segnale che qualcuno ha voluto mandare ai cosiddetti regolatori, governi e banche centrali: noi sappiamo che la crisi non è affatto passata, che la ripresa non è in atto e che anzi molti paesi sono sull’orlo del baratro. Quindi, o voi fate in modo che la nostra giostra non si fermi oppure noi andiamo avanti. Fino ai default, se serve.

La speculazione internazionale si comporta così: le sempre più frequenti voci di un ulteriore abbassamento degli acquisti della Fed a 65 miliardi mensili da annunciarsi a fine mese non sono cosa che piace a chi ha fatto miliardi grazie al rally e ora ha bisogno di tempo per scaricare al parco buoi tutta la carta da parati di cui è strapieno. E lo manda a dire a modo suo. Dall’altro lato, poi, ci sono i ribassisti, ovvero gli hedge fund che durante il 2013 hanno dovuto abbassare le penne con le scommesse short grazie ai rialzi record delle Borse e che ora cominciano ad ammassare posizioni sul naked short, ovvero prendendo a prestiti titoli per pagarli poi a sconto se davvero il loro valore sarà sceso.

D’altronde, chi non lo farebbe visto che anche i bambini sanno che quei titoli sono sopravvalutati almeno del 30% grazie al denaro facile della Fed. Ma non solo. Il nostro spread, quello miracolosamente calato sotto quota 200 senza che ce ne fosse alcun motivo (a parte la Dea stabilità), in due giorni ha preso circa 30 punti base e ha toccato venerdì il massimo di 227 punti all’ora di pranzo. L’Italia ha reso noti dati particolarmente catastrofici? No, tutto esattamente drammatico come quando il differenziale andò sotto i 200. E tutto scollegato ormai, mettetevelo in testa. Certo, un bel driver per dare un colpetto speculativo anche all’obbligazionario sovrano l’ha fornito, involontariamente, Mario Draghi con l’intervista rilasciata al quotidiano svizzero “Neue Zuercher”.

Cosa ha detto il numero uno della Bce? «Nel caso dovesse emergere qualche debolezza, la metteremo in luce e prenderemo le appropriate contromisure». Ma non solo: «Le banche europee deboli dovrebbero uscire dal mercato e stiamo prendendo la cosa molto seriamente». Capito!? Le banche deboli, sottocapitalizzate, si chiudono, non si salvano. Il presidente della Bce ha poi sottolineato che «il denaro dei contribuenti sarà utilizzato solo come ultima risorsa» nel caso di fallimenti delle banche e aggiunge che «non si tratta di ottimismo: le nuove regole, che non esistevano quando la crisi è scoppiata, prevedono adesso questo tipo di meccanismo. C’è poi un impegno a livello di ministri delle Finanze e di capi di Stato che prevede il coinvolgimento dei creditori delle banche», diceva ancora Draghi nell’intervista, ribadendo la necessità di agire più che mai sul meccanismo europeo di risoluzione e sul fondo unico, il MEF, che entrerà a regime però solo tra 10 anni…

Insomma, banche che chiudono e correntisti e obbligazionisti tosati stile Cipro: ora ve lo ha confermato Mario Draghi in persona, spero che questo vi basti per non stare troppo tranquilli. Ma dove la speculazione si è davvero divertita è coi i paesi emergenti, Argentina e Turchia in testa, manipolandone le valute. Giovedì il peso argentino ha registrato un ribasso dell’11%, il maggiore calo giornaliero dalla crisi del 2002 e ieri – con un provvedimento che entrerà in vigore lunedì – il governo argentino ha deciso che alleggerirà l’imposta sul valore aggiunto applicata agli acquisti in dollari e autorizzerà l’acquisto di valuta Usa per i conti correnti di risparmio. Ma come si spiega un calo simile? Semplice, la Banca centrale argentina ha smesso di iniettare liquidità per cercare di sostenere la sua moneta, la lascia fluttuare completamente convertibile sui mercati. Il perché è chiaro, tutelare le riserve valutarie del Paese, scese dai 52 miliardi di dollari del 2009 ai 29 di giovedì scorso, con 120 milioni di dollari spesi soltanto martedì della scorsa settimana per cercare di frenare il calo e altri 80 mercoledì. E con un inflazione che alla fine dell’anno scorso ha toccato il 28,4%, c’è poco da stare allegri.

«Stiamo per vedere un cambio di strategia che punta ad accelerare drammaticamente la svalutazione, più una terapia shock che graduale», ha dichiarato l’analista di Abeceb, Juan Pablo Rondero. E le turbolenze del peso in Argentina hanno immediatamente colpito le banche spagnole, con l’Ibex in rosso da cinque sedute e sotto quota 10.000 punti e i titoli delle aziende più esposte su quel Paese come Bbva (il gruppo bancario ha margini di profitto del 15% dal mercato argentino e ora sconta anche la crisi turca, visto che controlla il 25% di Garanti), Telefónica, Endesa, Gas Natural e Dia particolarmente sotto pressione. Inoltre, sempre giovedì scorso la lira turca è scesa a nuovi minimi nonostante gli interventi della Banca centrale: ha toccato un nuovo minimo storico nei confronti del dollaro a quota 2,33 e a 3,17 sull’euro.

La Banca centrale turca ha speso 2 miliardi di dollari a sostegno della lira turca che continua a risentire degli scandali politici che hanno terremotato il governo di Ankara, ma come dimostra questo grafico senza ottenere risultati: le frecce verdi tratteggiate nel grafico coincidono con gli interventi della Banca centrale turca per sostenere la valuta. Inutili. Ieri il vice-premier turco, Ali Babacan, ha cercato di gettare acqua sul fuoco, dichiarando che la volatilità sul mercato valutario è soltanto «temporanea», ma la Borsa di Istanbul ha perso il 5% in due giorni di contrattazioni e il rendimento del titolo di Stato a due anni è al 10,50%, al massimo da gennaio 2012.

 

«C’è timore per l’America Latina e per l’effetto contagio», ha commentato un trader, sottolineando però che una tale correzione è legata anche al minor ottimismo sulle prospettive di crescita dell’economia sulla scia degli ultimi dati macro incerti, in particolare i deludenti dati sul settore manifatturiero cinese. «E comunque il mercato aveva corso molto», si lascia sfuggire, quasi a conferma di quanto vi dico da mesi ormai. Avevo previsto turbolenze per febbraio-marzo se ricordate, le avvisaglie sono arrivate prima. E attenzione, perché questi sono shock speculativi ma le correzioni reali e gli attacchi veri potrebbero davvero arrivare in quel periodo, perché tre enormi decisioni dovranno essere per forza prese in quest’arco temporale.

Primo, la Bce dovrà decidere finalmente se dar vita a una nuova asta Ltro o se addirittura proseguire con acquisti non sterilizzati di bond, dando vita alla pantomima delle aste tanto per salvare la faccia. Secondo, la Fed dovrà decidere o almeno comunicare la decisione futura se scendere a quota 65 miliardi con i suoi acquisti obbligazionari mensili e questa decisione è addirittura vitale per i mercati emergenti. Terzo, il Giappone dal 1° aprile intende portare dal 5% all’8% l’Iva, una decisione che potrebbe annullare i già pochi effetti positivi del bazooka di stimolo della Bank of Japan, acquisti per 75 miliardi di dollari al mese, lo stesso livello iniziale della Fed ma in un’economia due volte e mezza più piccola di quella Usa.

Una mossa che potrebbe rivelarsi un errore madornale, esattamente come nel 1997 quando accadde la stessa cosa: l’inflazione core giapponese a novembre si è mossa ed è salita allo 0,8%, ma soprattutto per l’aumento dei prezzi dei beni importati, stante la svalutazione del 25% dello yen. Quel denaro non ha aumentato i salari e quindi non ha aumentato la massa monetaria che va a incidere positivamente su consumi e domanda interna: alzare l’Iva, in un momento simile, potrebbe essere catastrofico e mandare un nuovo shock, soprattutto sull’enorme mercato obbligazionario giapponese. A quel punto sarà rotazione ma con le Borse che calano, le azioni che prezzano correzioni al ribasso, dove andranno i capitali in eccesso in piena sell-off? Esatto, nei beni rifugio: Treasuries, Bund, oro. E per la piccola Europa periferica e i mercati emergenti sarà di nuovo crisi. Nera.

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