PRIVATIZZAZIONI/ Poste Italiane, due ritocchi per evitare il “flop”

- Giuseppe Pennisi

Il Governo è pronto a mettere sul mercato il 40% di Poste Italiane. GIUSEPPE PENNISI ci spiega come evitare che questa privatizzazione si riveli priva di risultati positivi

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Settimana scorsa, su queste pagine, abbiamo illustrato come, a livello mondiale, sia in corso una “terza ondata” di privatizzazioni e sostenuto che l’Italia rischia di arrivare tardi quanto il flusso di equity (capitale di rischio) alla ricerca di investimenti si sarà essiccato. Dovremmo, quindi, rallegrarci perché il Consiglio dei ministri ha deciso – dopo due anni di letargo in materia di denazionalizzazioni – di dare l’avvio a una fase di privatizzazioni, iniziando da Poste Italiane ed Enav e facendo comprendere che tra breve verranno cedute nuove quote dell’Eni.

Invece, prendendo a prestito il titolo di un libro di René Dumont degli anni Sessanta, occorre dire che ancora una volta L’Italie est mal partie per le ragioni spiegate benissimo, su IlSussidiario.net, da Franco Debenedetti e Giulio Sapelli. In breve, le due privatizzazioni non contribuiscono che in misura insignificante alla riduzione dello stock di debito pubblico, mantengono saldamente in mano pubblica (di boiardi di Stato che negli ultimi vent’anni hanno vestito giacchette di tutti i colori politici) la gestione dei due enti (non dando, quindi, neanche l’illusione di un possibile miglioramento dell’efficienza), viene ignorato l’unbundling, la necessità, cioè, per Poste Italiane di una netta separazione tra la linea d’affari tradizionale (recapitare lettere e colli) e le attività bancarie-finanziarie, nonché quelle commerciali. Il nodo di fondo è che si ripetono tutti gli errori compiuti nelle denazionalizzazioni dei paesi in via di sviluppo nella “prima ondata” di privatizzazioni e documentate nel volume del 2002 della Banca Mondiale Bureaucrats in Business: the Economics and Politics of Government Ownership, disponibile gratis in pdf e la cui lettura si raccomanda al Presidente del consiglio Enrico Letta e al ministro dell’Economia e delle Finanze Fabrizio Saccomanni.

Con l’aggravante che la privatizzazione di Poste Italiane, così come prospettata, ha tutto il sapore di un’operazione da furbetti del quartierino finalizzata a prendere per il naso le autorità europee in tema di aiuti di Stato a un’Alitalia, che a detta di dirigenti (che vogliono restare anonimi) ha in cassa liquidità per arrivare solo al 28 febbraio. Quindi, per alimentare altri bureaucrats in business, che hanno indossato la casacca di patrioti nella speranza che qualche Emiro li tragga d’impaccio.

Non propongo la lettura dello studio della Banca Mondiale per celia o per stuzzicare un gruppo di malcapitati che il Segretario del partito di maggioranza relativa minaccia ogni di due giorni di sfrattare dai loro uffici. Leggendo il volume di dodici anni fa, si possono individuare i correttivi per far sì che operazioni, pur nate con il piede sbagliato, vengano messe su un percorso positivo.

In primo luogo, occorre pensionare il gruppo dirigente di due enti, particolarmente di Poste Italiane, bureacrats troppo a lungo in business. Se non hanno maturato i requisiti, può venire in aiuto il “prestito previdenziale Giovannini”. In Lesotho, hanno messo un annuncio perché sono alla ricerca di dirigenti delle loro poste a tutti i livelli; quindi, le opportunità non mancano.

In secondo luogo, l’unbundling è essenziale. È chiarissimo su come farlo l’Istituto Bruno Leoni, secondo cui “la privatizzazione di Poste Italiane è certamente possibile e auspicabile, ma di non semplice realizzabilità, perché la sua natura conglomerale costituisce un ostacolo alla vendita immediata e integrale, che richiederebbe uno ‘spezzatino’”. Lo si può fare tramite “una trasparente societarizzazione delle diverse attività – attualmente Bancoposta è separato dai servizi postali solo dal punto di vista contabile – con un chiaro ruolo attribuito alla rete degli uffici postali, vero asset strategico del gruppo attraverso cui vengono commercializzati prodotti e servizi”.

Altri paesi che hanno proceduto alla privatizzazione dell’operatore postale pubblico, che presentavano però un business postale in forte attivo, hanno creato un sistema di governance con una rete di uffici postali separata dalle società di business che commercializza, non necessariamente in esclusiva, i prodotti e i servizi di tali società. Tale soluzione non implicherebbe la trasformazione di Bancoposta in una banca tout court, evitando così “il passaggio assai oneroso dei dipendenti degli uffici postali al settore bancario, e lascerebbe allo Stato la possibilità di sfruttare la rete postale per erogare propri servizi ai cittadini”.

E la conclamata “partecipazione dei lavoratori” all’azionariato? In primo luogo, la privatizzazione delle Poste avrà un effetto positivo sulla compagnia e per i suoi azionisti, se avrà effettivamente accesso ai capitali privati e se ci saranno aumenti di competitività trasformando, anche grazie a Internet, il servizio in una vasta operazione di logistica integrata ad alta tecnologia. Altrimenti i lavoratori-azionisti rischieranno di trovarsi con un palmo di naso, come avvenne ai lavoratori e ai correntisti di diverse banche quando vennero collocate sul mercato. In secondo luogo, se non si pensiona il management e non si cambia la governance i lavoratori rischieranno di fare le comparse e dare di tanto in tanto sangue.

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