SPY FINANZA/ I guai della Cina che fanno tremare il mondo

- Mauro Bottarelli

La Cina sembra in difficoltà nel gestire la creazione di moneta. Questo, spiega MAURO BOTTARELLI, può creare problemi a molti altri paesi, date le interconnessioni globali

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Oh oh, che succede? Nulla di che, se non che l’indice anticipatore Pmi cinese di HSBC, riferito al settore manifatturiero, ci dice che il gigante asiatico è entrato in territorio di contrazione. Ovvero, in parole povere, recessione. Già, come dimostra il primo grafico a fondo pagina, quel 49,6 è il livello più basso dal luglio 2013 e indica un calo protratto mese-su-mese come non si vedeva dal maggio dello scorso anno. E non si tratta solo di un raffreddamento della domanda interna, anche i nuovi ordinativi per l’export sono crollati a un ritmo sempre in aumento, così come l’occupazione. Detto fatto, appena uscita la notizia i futures sull’indice S&P’s a Wall Street sono calati di sei punti.

Dobbiamo preoccuparci? Beh, stare tranquilli sarebbe un po’ azzardato. La Cina sta camminando su un filo ma senza la rete di protezione sotto, sta affrontando una contrazione del contante molto seria e il credito comincia ad avere costi molto alti, troppo. Tanto è vero che acquirenti stranieri molto liquidi stanno comprando interi palazzi da costruttori alla canna del gas a prezzo di saldo. D’altronde, il governo ha una missione: sgonfiare il sistema bancario ombra che ha intossicato le dinamiche del credito, un gigante passato dal 20% al 30% dell’intero mercato dei prestiti in meno di un anno – ma qualcuno parla del 50% e in parecchi gli danno ragione – e la crescita generata da ogni extra-yuan di credito è crollato dei tre quarti, passando da 1 a 0,25 in cinque anni.

Il credito si sta esaurendo. E lo dimostrano due dati. Primo, nella città di Yancheng, alcune filiali della co-operative mutual fund societies degli agricoltori, di fatto non-banche che operano come tali, hanno chiuso le porte e bloccato l’operatività. Motivo? Non hanno soldi, la gente cerca di prelevare dai propri depositi, ma non c’è denaro. Secondo, guardate il secondo grafico: dimostra come ormai le banche cinesi siano così a corto di liquidità che sono disposte a pagare penali, qualcosa come 250 punti base, per trasformare i contratti repo da 7 in 14 giorni.

Per il presidente di Citic, Zhang Yichen, presente al Forum di Davos, «il governo sta cercando di far sgonfiare la bolla attraverso il deleverage per evitare che salti in aria tutto. La fornitura di massa monetaria M2 è pari a 120 triliardi di renmibi ma ancora non basta perché la velocità della moneta nel sistema è molto lenta e i tassi di interessi stanno salendo. Io penso che riusciranno a gestire la cosa. Gli Usa non hanno saputo gestire il contagio di Lehman Brothers ma in Cina tutti i contratti possono essere rinegoziati, per cui è difficile che si generi un effetto domino. Vedremo un lento sgonfiarsi della bolla». E ancora: «Il mercato azionario cinese non è un vero mercato. È completamente controllato dal governo, anche in base alla nuove riforme che sono allo studio. Il problema è che stanno tentando così tanto di contenere la speculazione che alla fine stanno causandone sempre di più. Stanno controllando i prezzi delle Ipo, al fine di scoraggiare un aumento dei prezzi. Sono la conferma di come il mercato vada lasciato operare da solo».

Una cosa è certa: quando le autorità cinesi apriranno al capital account e renderanno convertibile il renmibi, ci sarà un diluvio di liquidità all’estero, con il forte rischio di un crollo disordinato – ad esempio – nei prezzi del mercato immobiliare ma non solo. Per questo non lo faranno. Almeno non a breve. C’è poi il dato di fatto di cui vi parlavo pochi giorni fa, ovvero il default previsto per il 31 gennaio di un prodotto ad alto rendimento commercializzato nelle filiali della Icbc per conto di un fondo che la banca non intende coprire: si tratta di 500 milioni e quasi certamente verrà permesso il default parziale, con le due banche chiamate a coprire ognuna per il 25%, garantendo così un haircut ma non il wipeout totale dell’investimento, così da colpire qualcuno per educarne qualche milione, come va di moda in quel Paese. Anche se da Davos, proprio ieri, l’ex advisor della Banca del Popolo cinese, Li Daokui, ha reso noto che «un default controllato è meglio di un non default, anche in modo da insegnare qualcosa agli investitori per il futuro». Staremo a vedere se si prenderanno davvero questo rischio. Inoltre, gli ultimi dati disponibili parlano di creazione di massa monetaria M2 scesa al 13,6% in dicembre dal 14,2% di novembre, a causa della contrazione del credito imposta dalle autorità per cercare di sgonfiare la bolla del sistema bancario ombra.

E la creazione di moneta in Cina ha implicazioni a livello globale, visto che è pari al 200% del Pil, uno volta e mezzo il livello in termini assoluti degli Usa: e la deflazione sta già mettendo un piede in casa. La Cina, d’altronde, sta gestendo uno stock di 24 triliardi di dollari di credito, una massa incontrollabile e gli ultimi dati parlano di investimenti fissi per 5 triliardi di dollari nel 2013, più di Usa e Ue insieme. Questo impone ulteriore capacità in eccesso, quindi impulsi deflazionari in tutto il mondo. Come confermato da Fitch, in Cina è in atto una crescita senza precedenti della ratio credito/Pil, come mai accaduto in grandi Paesi nei tempi moderni. Certo, la natura stessa del sistema cinese ci dice che questa situazione non finirà in una crisi bancaria di stile occidentale, poiché in Cina il sistema finanziario è un braccio dello Stato. Finirà in maniera diversa, ma potrebbe comunque trasformarsi in qualcosa di spiacevole per chi vedeva nel 2014 l’anno della grande ripresa globale, visto che già oggi il livello di credito cinese è pari a quello statunitense e giapponese insieme come controvalore in dollari.

Capite che quanto succederà in Cina non sarà una faccenda meramente cinese, ma ci riguarderà tutti. Anche perché la Cina oggi è uno dei principali motori degli utili dichiarati dalle multinazionali quotate nelle principali borse internazionali, specie sulle piazze americane. Una diminuzione della crescita o peggio anche solo una stagnazione farebbe immediatamente sballare tutti i rapporti prezzi/utili attesi, già oggi a livelli overvalued grazie alla liquidità della Fed. Inoltre, il Pil reale cinese nel 4° trimestre è sceso leggermente, al 7,7% anno su anno, rispetto al 7,8% anno su anno del trimestre precedente. Il dato porta al 7,7% la crescita annuale per il 2013, superiore al 7,5% che si era prefissato lo scorso anno il governo cinese, mentre il target di quest’anno non è stato ancora comunicato.

«Il rallentamento, giudicando dai dati di dicembre, è riconducibile all’andamento più debole di produzione e investimenti, che potrebbe riflettere condizioni più rigide di accesso al credito», spiega Craig Botham, Emerging Markets Economist di Schroders. «Le autorità politiche cinesi dovrebbero focalizzarsi sul supportare la crescita», ha aggiunto Qu Hongbin, capo economista di Hsbc per la Cina. Senza dimenticare che nei giorni scorsi è emerso anche un rallentamento a dicembre della produzione industriale dal 10% di novembre al 9,7% anno su anno, mentre gli investimenti in infrastrutture sono calati fortemente, contraendosi del 3,2% anno su anno. «Con condizioni del credito più rigide e in particolare con controlli più stretti sull’indebitamento dei governi locali, è difficile pensare che gli investimenti in infrastrutture possano registrare performance elevate nell’anno in corso. Nonostante la Cina sia riuscita a chiudere piuttosto bene il 2013, prevediamo un andamento più debole in futuro», aggiunge Botham.

Il nodo sono le politiche che il governo cinese sta adottando per scongiurare il pericolo di una crisi creditizia: «La spinta a ridurre il credito e a ribilanciare l’economia potrebbe fare le sue prime vittime, anche se ci aspettiamo che i riformisti rallenteranno il passo nel caso in cui il conteggio delle vittime dovesse salire eccessivamente», conclude sempre Botham. Detto fatto, giovedì la Banca centrale cinese ha immesso sui mercati monetari locali 120 miliardi di yuan, circa 14,5 miliardi di euro, allo scopo di scongiurare una possibile penuria di liquidità alla vigilia delle festività del nuovo anno cinese, in programma per fine gennaio, dopo che già martedì era stata iniettata liquidità per 255 miliardi di yuan. Qualcosa scricchiola a Oriente, il gigante potrebbe avere davvero i piedi d’argilla. E l’andamento del cds a 5 anni, al massimo da sette mesi, come si vede nel grafico qui sotto, ce lo conferma. Ci attendono giorni da fiato sospeso.

 



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