IL CASO/ Il “dogma” di Draghi ci vuole tutti meno liberi

Per ALESSANDRO MANGIA, le parole del presidente Mario Draghi segnalano il passaggio dall’indipendenza della banca centrale alla dipendenza dei governi nazionali dalla Bce

11.10.2014 - int. Alessandro Mangia
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Il presidente della Bce, Mario Draghi (Infophoto)

“Se i governi non fanno la cosa giusta spariranno per sempre dalla scena politica perché non saranno rieletti”. E’ l’avvertimento del governatore della Bce, Mario Draghi, nel corso del suo intervento alla Brookings Institution di Washington. Già ad agosto Draghi aveva affermato che “per i Paesi dell’Eurozona è arrivato il momento di cedere sovranità all’Europa”. Ne abbiamo parlato con Alessandro Mangia, professore di Diritto costituzionale all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza.

Che cosa ne pensa delle dichiarazioni di Draghi? Sono un “ultimatum”?

L’ideologia dell’indipendenza della banca centrale si fonda sul principio per cui solo un organo al riparo dal processo democratico ed elettorale potrebbe essere in grado di assumere scelte di un certo tipo dal punto di vista della politica monetaria. Il problema è che all’indipendenza della banca centrale dai governi dovrebbe corrispondere l’indipendenza dei governi dalla banca centrale. E’ evidente che le parole di Draghi vanno in un direzione completamente diversa. Il principio dell’indipendenza della banca centrale si è trasformato nel principio della dipendenza dei governi.

I governi nazionali possono solo obbedire o hanno ancora un margine decisionale sulle loro politiche?

La questione istituzionale che si sta ponendo è esattamente questa, e ci fa capire quanto sia complicata la situazione in Europa. Sono i giorni in cui i governi nazionali devono presentare in commissione i progetti di legge di stabilità. Mi chiedo se i singoli Stati abbiano ancora un margine di scelta rispetto ai vincoli inseriti nei trattati e alle indicazioni della Bce. La presa di posizione della Francia e quella più cauta da parte dell’Italia stanno a dimostrare che la questione in questo momento è aperta e riguarda l’incerto assetto istituzionale dell’Ue.

Dove porta questa crisi “istituzionale” che lei cita?

Andiamo verso modelli di organizzazione politica molto diversi rispetto al passato. Il problema è che questa è una fase di “non più e non ancora”, in cui i vecchi assetti politici e nazionali sembrano essere stati definitivamente scardinati dal modo in cui le istituzioni europee hanno reagito alla crisi. Al tempo stesso non si è affermato niente che sostituisca il ruolo dei governi nazionali, se non altro in tema di responsabilità democratica.

C’è la possibilità di un modello federale?

Non credo che all’interno dell’Ue si andrà verso un modello federale. Uno dei luoghi comuni che sono circolati in questi anni sarebbe l’idea per cui la crisi ci dovrebbe portare finalmente alla creazione di un’Europa federale. Non so la direzione sia verso la costruzione di uno Stato federale in senso classico. Prevedo invece che si andrà verso qualcosa di nuovo e di non sperimentato prima.

 

Lei come vede nello specifico la situazione dell’Italia sotto il governo Renzi?

Soprattutto tra gli Stati debitori, sarebbe assolutamente azzardato pensare che ci sia un Paese che ha un progetto chiaro per uscire da questa situazione di empasse politico ed economico. L’impressione però è che l’Italia si trovi in una situazione in parte più difficile della Francia per l’enorme debito pubblico che si è consolidato negli anni e che rappresenta una tradizione dello Stato italiano, soprattutto per il fatto che un debito del genere in un contesto di deflazione e di stagnazione non può che aumentare in termini di valore reale.

 

(Pietro Vernizzi)

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