FINANZA/ La “parabola” del debito che mostra il fallimento dell’euro

- Giovanni Passali

L’andamento dell’economia, in Italia e in altri paesi europei, dovrebbe dimostrare che i modelli seguiti finora seguiti non portano crescita, spiega GIOVANNI PASSALI

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Come si fa a non essere d’accordo con quanto ha scritto Ugo Bertone su queste pagine? “Dopo decenni passati a studiare gli errori dei banchieri centrali e dei politici dell’epoca, si deve prender atto che le terapie basate sulla sola politica monetaria non funzionano in circostanze eccezionali, così come i modelli econometrici in uso, che invariabilmente, da anni, dipingono scenari futuri che alla prova dei fatti si rivelano fasulli”.

Hanno sbagliato, hanno usato i modelli sbagliati, e dopo aver ottenuto risultati disastrosi continuano a utilizzare gli stessi modelli. Ma perché non cambiano modelli? Perché equivarrebbe ammettere che il famigerato “libero mercato” non funziona, che il “più Europa” è la ricetta sbagliata e che loro hanno un piano ben preciso, in cui la loro ricchezza (la ricchezza dei più ricchi) non è mai in discussione, “whatever-it-takes”, “a qualsiasi costo”, “we preserve the Euro”, come disse Draghi nell’agosto 2012 (“preserve the Euro”, non il nostro lavoro o la crescita). “A qualsiasi costo” aveva però un sottinteso, un non-detto di capitale importanza: il fatto che “qualsiasi costo” lo avremmo pagato noi, lo avrebbe pagato l’economia reale, cioè famiglie e imprese. E quindi, in caso di necessità, fiumi di denaro per le banche, “whatever-it-takes” costerà a noi in termini di imprese fallite e disoccupazione.

Nel frattempo, la politica nostrana si balocca col l’articolo 18, come se fosse la fine del mondo. Per stessa ammissione di qualche esponente politico di primo piano, si tratta di qualcosa che ormai riguarda un numero abbastanza ridotto di persone, si tratta di pochi casi. Però ha un alto valore simbolico. Ecco di cosa si occupano i politici italiani: di simboli, perché le cose reali le decidono ormai altrove; e poi si occupano del benessere di pochi, incapaci di vedere quello di molti (che va in rovina), incapaci di qualsiasi giudizio o di pianificazione per il bene comune. Alcuni giorni fa un amico commentava che stanno litigando per decidere se mettere o no il parmigiano sul piatto di pasta: ma a noi manca proprio la pasta.

La notizia della settimana è che la pasta inizia a mancare brutalmente anche in Germania: ordini alle imprese -5,7%, produzione industriale -4% (era previsto -1,5%). Il famoso surplus tedesco non è mai stato utilizzato per incentivare il mercato interno, così il surplus tedesco dipende tutto dalle esportazioni; e ora che l’economia internazionale si trova in difficoltà, quella tedesca entra in recessione. Non lo è ancora, ma la previsione di una prossima recessione è fin troppo facile.

Nonostante tutto questo, ancora si leggono commenti che tentano di scagionare l’euro, perché “fino a circa il 1995 l’Italia è rimasta a contatto nei numeri con la Germania e il resto dei paesi europei”, e quindi i nostri problemi sono precedenti all’euro. Senza dire però che una sorta di unione monetaria (il “serpentone monetario”, qualcuno lo ricorda?) c’era prima dell’euro, quel serpentone monetario da cui siamo stati sbattuti fuori dalla speculazione finanziaria nel 1992 e nel quale siamo rientrati proprio nel 1995. Se non si spiega questo, non si spiega perché proprio dal 1995 i numeri raccontano di un progressivo distacco tra l’Italia e i paesi europei.

E non si spiegano anche altre frasi, del tipo “Perché è facile crescere facendo debito (peraltro lasciando il Paese in deficit infrastrutturale) da addossare alle generazioni future. Spendere ricchezza che non c’era è stato il trucco con cui abbiamo un po’ barato negli anni antecedenti l’euro bruciando paglia. Ma questa crescita drogata dalla spesa corrente non regge poi l’antidoping del deleveraging successivo. In altre parole, il modello di crescita italiano precedente l’euro, contraddistinto da generosa spesa pubblica, inflazione, e sovranità monetaria che consentiva periodiche svalutazioni, mostrava, già prima l’ingresso nella moneta unica, i primi segni di crisi strutturale e non poteva durare a lungo.”

Non poteva durare a lungo? È durato solo per trent’anni abbondanti, portando l’Italia dall’essere un Paese in macerie alla quinta/quarta potenza industriale mondiale. Poi è arrivato il divorzio del ministero del Tesoro da Bankitalia (e quindi perdita di fatto della sovranità monetaria, poiché a quel punto i tassi di interesse venivano determinati “dal libero mercato”, cioè dai pochi operatori autorizzati) e la conseguenza è stata la crescita incontrollabile del debito. Poi l’unione monetaria ha reso il processo strutturale e quasi irreversibile.

Proprio la storia della crescita del debito, in Italia e in Europa, racconta come l’unione monetaria abbia accentuato il problema. Non c’è un solo Paese che, negli ultimi venti anni, anche quando l’economia cresceva, non abbia aumentato esponenzialmente il proprio debito. E anche quando questo non cresceva sensibilmente, cresceva nascostamente quello privato, fino a far collassare il sistema bancario e a costringere l’intervento di Stato, col conseguente trasferimento del debito allo Stato (ogni riferimento all’Irlanda è puramente voluto!).

Quindi hanno usato i modelli sbagliati, hanno causato il danno, vogliono continuare sulla stessa strada. Quello che occorre oggi è invece riportare al centro della questione l’uomo e il suo bene, cioè i beni comuni, entro i quali deve essere compreso lo strumento monetario. Questa è la ragion d’essere della sovranità monetaria. Una sovranità monetaria al servizio dell’economia reale. Al servizio dell’economia locale.

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