SPY FINANZA/ La “pioggia” in arrivo che fa salire i mercati

- Mauro Bottarelli

I mercati ieri sono tornati a salire dopo giorni di sofferenza. Secondo MAURO BOTTARELLI, gli investitori scommettono su un quarto round del Quantitative easing della Fed

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Il presidente della Fed, Janet Yellen (Infophoto)

Della serie, quando un messaggio filosofico-sociale può innescare il grande rimbalzo. La presidente della Federal Reserve, Janet Yellen, ieri si è infatti detta molto preoccupata per la crescita della diseguaglianza economica negli Usa e ritiene che gli americani dovrebbero domandarsi quanto questo fenomeno sia compatibile con i valori statunitensi: «L’estensione di una continua crescita della diseguaglianza negli Stati Uniti mi preoccupa molto», ha affermato la Yellen nel corso di un convegno a Boston, durante il quale non ha voluto pronunciarsi sulla volatilità dei mercati e sulla politica monetaria.

Non è un segreto, ha proseguito Janet Yellen, che negli ultimi decenni l’ampliamento della diseguaglianza si è configurato con un aumento dei guadagni e della ricchezza da parte di un ristretto numero di persone e con livelli di vita stagnanti per la maggioranza della popolazione. Quindi, il numero uno della Fed ritiene che sia appropriato domandarsi se questo trend sia compatibile con i valori in cui si radica la storia dell’America e con il grande valore che gli americani hanno tradizionalmente assegnato all’equità e alle opportunità. «Le diseguaglianze di reddito e di ricchezza sono vicine ai massimi degli ultimi cento anni» e sono cresciute nel corso della ripresa seguita alla recente crisi finanziaria.

Infatti, durante la crisi finanziaria del 2008 molti ricchi americani hanno perso soldi, mentre l’aumento della spesa pubblica ha consentito ai meno abbienti di contenere le loro perdite. Tuttavia, durante la ripresa, le diseguaglianze hanno ricominciato a crescere, di riflesso al rimbalzo dei mercati azionari, mentre l’aumento dei salari e la salute del mercato del lavoro hanno rallentato la marcia e l’incremento dei prezzi delle case non ha pienamente riequilibrato la perdita della ricchezza immobiliare della maggioranza dei risparmiatori, per i quali rappresenta l’asset principale. Insomma, un patetico j’accuse di null’altro se non della politica stessa perseguita dalla Fed in questi anni, visto che è noto da sempre che le iniezioni di liquidità dei vari cicli di Qe sono state il balsamo che ha reso possibili i folli cicli azionari ma non hanno portato con sé nessun beneficio per l’economia reale. Insomma, nessun riferimento dunque alla politica monetaria.

Ma, perché c’è sempre un ma, in vista del prossimo meeting della Banca centrale americana che si terrà il 29 ottobre, il presidente della Fed di Boston, Eric Rosengren, nel corso di un’intervista concessa a Cnbc, ha sottolineato che sarebbe una sorpresa se i policy maker dell’Istituto cambiassero idea sulla fine del Qe per via dei risultati dei dati macroeconomici: «Sarei sorpreso se nelle prossime due settimane arrivassero dati a sufficienza per farci cambiare idea sulla fine del programma di acquisto asset», precisando però che «la Fed si prenderà un po’ di tempo per elaborare i motivi della recente volatilità sui mercati finanziari».

Anche perché, d’altra parte, è troppo presto per avanzare giudizi anche per quanto riguarda le aspettative sull’inflazione, visto che l’indice dei prezzi Usa potrebbe infatti essere un po’ più debole nei prossimi sei mesi a causa della diminuzione delle quotazioni del petrolio potrebbero volerci «diversi anni» perché l’indicatore torni al 2% auspicato dalla Fed. Detto fatto, anche se il numero uno della Federal Reserve non ha fatto alcun riferimento alla politica monetaria, guarda caso i mercati sono rimasti in rialzo, rimbalzando dalla recente sell-off, complice anche il dato positivo sull’avvio di cantieri per nuove case negli Stati Uniti, salito del 6,3% mese su mese a 1,017 milioni di unità a settembre (1,008 milioni di unità il consenso). Inoltre, il dato di agosto è stato rivisto da -14,4% a -12,8% mese su mese, mentre quanto ai nuovi permessi per costruzioni, sempre a settembre, sono saliti dell’1,5% mese su mese a 1,018 unità (1,030 milioni di unità il consenso).

Attenzione però, quella registrata ieri è stata una fase di rally un po’ per tutti gli asset a rischio, probabilmente perché la correzione degli ultimi giorni è stata troppo eccessiva e priva di driver ben delineati, ma la Fed, seppur usando ardite paraboli quasi sociologiche, non chiude affatto la porta a ulteriore stimolo, come vi ho detto ieri. A innescare il forte movimento al ribasso dei giorni scorsi sono infatti stati i timori per lo stato di salute dell’economia globale, accresciuti dalle recenti letture dei dati macro tedeschi e americani, mentre ad accentuare poi il trend sull’obbligazionario di tutto il comparto periferico si sono aggiunte le preoccupazioni per l’eventualità di una crisi di governo in Grecia, il classico accelerante usato negli incendi dolosi.

Sebbene Atene stia infatti tentando di abbandonare il programma di aiuti internazionali di Fmi e Ue prima del previsto, guarda caso giovedì in suo soccorso la Bce ha ridotto lo sconto da applicare ai titoli consegnati dalle banche elleniche come collaterale in cambio di fondi dell’Eurotower: come dire, voi volete camminare con le vostre gambe ma noi sappiamo che siete zoppi. Sempre giovedì, poi, la Commissione europea si è detta pronta ad appoggiare Atene in qualsiasi momento: se pare vero che la Grecia non rappresenti nell’immediato un rischio per la stabilità dell’euro e se, come probabile, dovesse chiedere altri finanziamenti, Fmi e Ue hanno risorse disponibili, pare altrettanto chiaro che Atene è già nuovamente a livelli di default.

C’è poi un altro dato che mi fa propendere per un quarto round di Quantitative easing, ovvero il fatto che al netto dell’inazione della Bce, il secondo driver di liquidità mondiale, ovvero il Giappone, sta perdendo colpi e quindi se la Fed dovesse davvero agire con il “taper” il mercato potrebbe crollare a livello ben peggiori di quelli degli ultimi due giorni. La Bank of Japan compra o tenta di comprare 3 triliardi di yen al mese in titoli di Stato giapponesi e già oggi possiede il 40% di tutto l’obbligazionario nipponico esistente: bene, giovedì ha di fatto esaurito tutti i book presenti sul mercato obbligazionario e ha comprato bonds “solo” per 2,62 triliardi di yen (circa 20 miliardi di euro). Questo cosa ci dice? Che tramite la sua azione la BoJ ha gonfiato i prezzi di bond e titoli giapponesi, fallendo però in pieno nella missione di innescare una ripresa correlata dell’economia reale.

Peccato che, esattamente come la Fed, se la BoJ smettesse di stampare e svalutare all’infinito, farebbe schiantare l’intero sistema finanziario giapponese: con un “taper” in salsa nipponica, i prezzi delle obbligazioni già oggi crollerebbero del 30% e quelli delle azioni quasi del 50%. In compenso, l’indice Nikkei continua a languire, calo dopo calo: e questo cosa significa? Sfiducia totale del mercato, il quale già sta prezzando un ingrippamento dell’operato della BoJ.

Per tutti questi motivi, posso dirvi che il Qe4 ci sarà: la ruota potrà girare ancora per un po’, come e quando smetterà di girare sarà davvero un problema serio, la vera grande domanda. 

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