FINANZA/ L’allarme che “frena” le banche più del credito

- Maurizio Delfino

Le imprese italiane dipendono forse troppo dalle banche. Le quali devono affrontare, a partire da loro stesse, delle sfide importanti per il loro futuro, come spiega MAURIZIO DELFINO

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Recentemente il Financial Times raccontava con un certo distacco (solo a pag. 15) l’asta di danaro che la Bce ha messo a disposizione del sistema bancario europeo e la scarsa richiesta, 82 miliardi su quasi il doppio disponibile. Il giornale britannico è onesto nel resoconto: l’asta è solo la prima di otto, le banche europee attendono l’esito delle verifiche della Bce sulla loro solidità, in vista di un sistema unificato di vigilanza e di soluzione delle crisi che promette di dare un nuovo volto alla stabilità finanziaria europea. Solo che lo scettico giornalista non ci crede che le banche vogliano assumersi il rischio del credito nell’ottica della ripresa e pensa che quello è stato “the moment when the countdown to quantitative easing began”. Cioè l’inizio dell’ultimo, eventuale jolly di Draghi per l’Europa, ovvero sbrigativamente l’acquisto da parte della Bce direttamente di titoli pubblici, dopo aver acquisito titoli confezionati dalle banche per consentire loro di restare attive sul mercato. Che però (rispetto al prestito finalizzato a finanziare l’economia) è come sostenere da sotto uno che nuota invece che insegnargli a nuotare da solo.

È il tema forse un po’ abusato del credito. Abusato perché l’impresa ne dipende troppo. Il Direttore generale della Banca d’Italia, Salvatore Rossi, giorni fa ricordava che alla fine del 2013 in Italia i prestiti delle banche coprivano il 40% di passività di famiglie e imprese, contro il 15% degli Stati Uniti, il 23% della Francia, il 30% del Regno (ancora) Unito. In Italia il “capitalismo molecolare”, secondo la felice definizione di Aldo Bonomi, dipende troppo dalle banche, lo riconoscono tutti. E questo è un tema urgente e aperto. L’altro è la banca che deve decidere di se stessa, in uno scenario che è al redde rationem di tante parole.

Alessandro Profumo al festival dell’Economia di Trento, 2014, condivideva lo scenario di una trasformazione in atto vera e radicale che fra le altre cose necessita di un “cambiamento profondo delle competenze”. Fuori dagli spazi culturali i toni crescono. Un anno fa l’Abi ha disdettato all’improvviso e molto in anticipo sulle naturali scadenze il contratto della categoria affermando l’urgente necessità di una profonda riflessione sul sistema bancario. Nel documento che anticipava la mossa, l’organismo di rappresentanza delle banche osserva che la prospettiva è quella di una categoria di imprese condannata a “non riuscire a conseguire margini di guadagno in Italia”. E per di più è l’Abi stessa a stigmatizzare una rete fatta di 55 filiali per 100.000 abitanti, contro la media europea di 41 e paesi come l’Olanda che si fermano a 17.

E con una forza lavoro “culturalmente distante dalle nuove esigenze”, “indisponibile al cambiamento, alla riconversione e alla riqualificazione professionale”, in definitiva le cui “competenze e professionalità non risultano più coerenti con un modo di fare banca assolutamente diverso”. Una buona ricerca, indipendente e universitaria, dovrebbe dire a chi spetta la responsabilità del descritto degrado di un asset cruciale quali sono le risorse umane in aziende private e di servizi come le banche. Dove la merce è la fiducia, sono soliti dire i banchieri.

È un tema caro proprio al Governatore Visco che ha dedicato frequenti e competenti interventi ufficiali al tema del “Capitale umano”, istruzione, formazione, su cui rivela dati, notizie e ricerche degne della massima attenzione. E di sicura desolazione su come si colloca l’Italia in questi ambiti. Mentre l’università studia è urgente fare qualcosa.

Federico Ghizzoni, Amministratore delegato di Unicredit, ha rivelato che da mesi suo personale lavoro è verificare le visite settimanali degli uomini della banca al territorio. Un fatto enorme per essere il capo di uno dei principali gruppi bancari europei. Il Presidente della Federazione abruzzese del Credito Cooperativo, l’imprenditore Alfredo Savini, dice che nella crisi questo modello di banca ha dovuto superare persino l’identità di banca di territorio, per diventare “banca di comunità”. Per descrivere lo sforzo necessario al mestiere di fare credito nel mondo delle 3 milioni e mezzo di imprese con meno di 10 addetti, ricorda Alberto Baban, Presidente di Piccola Industria, sottolineando lo snodo anch’esso cruciale in cui si trova l’arteria produttiva principale del nostro sistema, il suo potenziale, il suo segreto contributo alla ricerca e il suo ruolo di infrastruttura sociale. 170 miliardi di sofferenze, record storico di fallimenti, ordinativi industriali e fatturati in calo, giustizia civile indescrivibile, tutto favorisce il blocco. Anche del credito, che pure sopravviene miracolosamente.

Occorre allora sapere con urgenza come si sta rispondendo alla situazione fotografata dall’Abi, quale l’idea di banca, le intenzioni e se c’è un intoppo serio come l’inadeguatezza di chi incarna la banca in questo momento. Non fosse altro, per replicare agli inglesi! 

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