FINANZA/ Sapelli: Germania e Draghi, i “fallimenti” che aprono le porte alla crisi

- Giulio Sapelli

Gli analisti e i giornalisti economici si scervellano per comprendere donde venga la volatilità dei mercati finanziari. GIULIO SAPELLI prova a spiegarci cosa sta succedendo

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Gli analisti e i giornalisti economici si scervellano per comprendere donde venga la volatilità dei mercati finanziari. Le borse mondiali fanno viaggiare i rendimenti come veicoli sulle montagne russe e se in questi veicoli ci si siede, il panorama che s’intravede attorno a sé è sconvolgente. I redditi si divaricano sempre più, con la disuguaglianza che sale alle stelle, gli investimenti industriali che diminuiscono se misurati in nuovi stock di capitale fisso. Di contro nelle cattedrali della produzione si assiste a una ondata di merger, di joint-venture e fusioni per ridurre i costi derivati da cadute dei tassi di profitto per il restringimento della domanda interna mondiale. Anche i Paesi emergenti rallentano.

Nel mentre la produzione e la circolazione delle merci industriali e neo-industriali (servizi avanzati all’industria) mutano volto. Le imprese si inspessiscono tecnologicamente mentre si rarefanno come dimensione. Le filiere tecnologiche si intrecciano e si condensano in nuovi cicli di produzione che abbassano i costi di transazione tecnologica incorporando tanto nel processo quanto nel prodotto più tecnologie volta a volta stratificate. Questo rende mobili i confini delle imprese e a frattali i mercati e le loro oscillazioni.

Industrie e imprese crollano mentre altre sono anticicliche perché colmano idiosincraticamente i vuoti lasciati nel ciclo produttivo allargato dalle più grandi industrie. Ecco la nuova industria. Ma essa non trova la nuova finanza. Quest’ultima, infatti, non è cambiata dalla deregulation della fine degli anni Ottanta del Novecento che ci ha precipitato nella crisi degli anni 2000 culminata con il crollo del 2007. Ma tutto era già nelle strutture della nuova industria che ha ora al centro non produzioni di massa ma idiosincratiche. La finanza tuttavia è al centro della crisi con il crollo della domanda mondiale non assicurando più la circolazione D-M-D (Denaro-Merce-Denaro) perché mira alle stock options dei top manager invece che al profitto capitalistico. Anche il circolo M-D-M non si realizza, perché D, se è in Borsa, non va alla produzione ma va nelle shadow banks e nelle dark pools in cui si avvitano su se stessi i rendimenti quotati senza alcun riferimento ai fondamentali.

A differenza dei tempi dell’irrazionale esuberanza borsistica degli anni Novanta, un ciclo espansivo finanziario non può più realizzarsi perché la trasparenza sui mercati oggi è ancora più rara e non ricercata. Il governatore della Banca d’Inghilterra – un galantuomo che è Presidente del Financial stability board dal 2011, dopo l’ineffabile Draghi – da sempre denuncia questa situazione di banche e intermediari in genere restii a ogni regolamentazione. Ecco che in questo modo anche le banche centrali prendono tempo ma non curano la crisi. Di più: se in Usa, Uk e Giappone prendono tempo sostenendo la domanda, nell’Ue dominata senza veli dalla Germania e dai suoi quisling non si può neppure prendere tempo ma solo assistere alla deflazione e provocare il grande tsunami che si sta formando all’orizzonte.

Draghi del resto non ha adempiuto a nessuno dei compiti affidatogli dagli Usa. Al Financial stability board aveva mancato la presa della regolazione dei mercati finanziari, alla Bce ha clamorosamente mancato l’obbiettivo della stabilità non impedendo la deflazione. È candidabile anche lui alla Presidenza della Repubblica italiana.

Quando la finanza si divide dall’economia produttiva nel modo così sconcertante com’è accaduto in questi anni è inevitabile che crescano volatilità delle borse e montagne russe. Non si cerchino le “multi-con-cause” della crisi al di fuori del processo economico come fanno i fanfaroni neoclassici per i quali è sempre colpa di fattori esogeni: governi, guerre, ecc. Ciò non vuol dire che tali fenomeni siano ininfluenti, ma vuol dire altresì che sono insufficienti a spiegare le crisi la cui causa risiede all’interno e non all’esterno del processo di valorizzazione capitalistica.

Solo introducendo i germi di una nuova formazione economico-sociale si può superare la crisi: cooperazione, partecipazione del lavoro ai processi di gestione e valorizzazione, finanza per la produzione e non per la speculazione, coesione e non tensione sociale. Si tratta di fenomeni endogeni e non esogeni al processo economico!

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